domenica 11 novembre 2007

Selezione Naturale







Il mondo ha iniziato a temere il concetto stesso di “selezione naturale”; lo vediamo pomposamente declinato in ogni telegiornale, in ogni programma radiofonico, decostruito su riviste e blog web, si tenta di porre un argine alla deriva darwinista e caotica che sembra tanto affascinare i giovani confusi.
Eppure, “selezione naturale” se escludiamo i gruppi di discussione di qualche motore di ricerca e le pagine individuali myspace, gli anfratti di socializzazione digitale offerti dal ventre cavo del web, non è un concetto erroneo, modaiolo o superficiale. Se lo spogliamo della sua sovrastruttura ludica, eretta per lenire qualche frustrazione esistenziale, il ritorno alle leggi del bosco è una visione estremamente complessa ed articolata. Quando Junger focalizza la sua attenzione sulla ricerca del ritorno alla Wildnis, al bosco interiore che sia oasi di libertà (la libertà di dire no) e di non compromissione con le logiche moderne e castranti della società, non invita certamente ad imbracciare fucili mitragliatori e pistole per dare un taglio al problema demografico; forse, in qualche misura, l’invito jungeriano è in termini metafisici più radicale e potente di una mera istigazione alla insurrezione e al luddismo non-partecipativo, perché il pensatore tedesco tesse il canto sicuro della invisibilità nel contingente.
Ovvio che per scomparire, per delimitare la partecipazione alla ontologia su base metafisica che da Aristotele risale su fino ad Heidegger, bisogna operare una spietata e lucidissima ordalia di bonifica su se stessi.
E a proposito di Heidegger, “nella foresta ci sono dei sentieri che, molto spesso, si perdono improvvisamente, coperti d’erba, nel non-svelato. Li chiamiamo Holzwege. Ciascuno segue il suo proprio cammino, ma nella stessa foresta. Spesso, sembra che uno somigli all’altro. Ma non è che un’illusione. Boscaioli e guardie forestali si riconoscono nei cammini. Loro sanno cosa vuol dire incamminarsi su un Holzweg”; nel pensiero heideggeriano la metafora del bosco cessa di essere una metafora e diventa una caratteristica esistenziale. Più volte, perso tra i boschi a meditare, alcune volte in compagnia dello stesso Junger, Heidegger tornava a casa stremato dalla solitudine titanica di quei sentieri su cui si inerpicava parlando di filosofia greca e citando versi di Holderlin.
L’anelito faustiano alla conoscenza integrale si coltiva in modo decisamente più soddisfacente nella buona solitudine. Eppure gran parte della moderna sociologia, fa passare il messaggio secondo cui la solitudine diventerebbe un paradigma della alienazione; non si accetta un esilio interiore e volontario, perché la società ha bisogno di schiavi sottomessi e “socializzati”, avvinti gli uni agli altri dalle catene del pactum societatis.
Se si presta attenzione, si vede chiaramente che il singolo non solo è braccato dal Sistema che esige un controllo capillare ma è reso atomo di un complesso totale. La socializzazione imposta paradossalmente rende isolato e alienato e frustrato il singolo nonostante sia formalmente integrato nel tessuto sociale, lo incastra in un ingranaggio di produzione.
“Natural selection”, per questi ragazzotti che ingolfano myspace e la controcultura marginale americana, significa andare in giro a detestare tutti, sparando nel mucchio e coltivando utopie super-omistiche che sconfinano a volte con la patologia psichica.
Il problema è che queste persone non operano alcuna selezione, in quanto non hanno sviluppato alcuna forma di discernimento e di comprensione delle dinamiche sociali; intendiamoci, non li si può comunque condannare. D’altronde la loro alienazione, se vogliamo riprendere le categorie socio-criminologiche che vanno per la maggiore, è un frutto della società stessa e quindi potremmo liquidare tutta la logorrea inumidita dal pianto con uno sprezzante “chi è causa del suo mal pianga se stesso”.
Tuttavia non lo faremo, perché in questa confusa congerie un elemento positivo c’è; la paura. Il senso di instabilità che sta agghiacciando il mondo intero, e che porta molti a guardare con timore e sospetto l’idea sottesa alla “selezione naturale”, opera come fattore propedeutico per un risveglio organico dell’Uomo. La paura infonde nuova linfa nelle vene dell’uomo, lo rende sano, libero, migliore.
Questi ragazzi, per quanto frustrati e alienati, assolvono un compito. Lo fanno magari in maniera superficiale, ma è comunque preferibile avere un caos interiore piuttosto che la linea piatta della morte spirituale.
Ovviamente, non mi sfugge la confusione che li anima, a volte il senso ridicolo e grottesco dei loro riferimenti; ammirano i dittatori ed i regimi totalitari non per motivi rivoluzionari legati alla creazione di un Homo Novus ma solo per quegli aspetti che la società attuale vede come negativi ed infernali. La guerra, i campi di concentramento, la soppressione delle libertà, la tortura fatta diventare sistema generalizzato, l’estetica bellica e guerriera. Nessun accenno alla politica di risanamento, alla metafisica del lavoro e alla tensione verso scopi nobili.
Hitler e Stalin sono da questi ragazzi lodati e ammirati solo per i milioni di cadaveri su cui hanno costruito i loro troni.
Eppure questi ragazzi, questi improvvisati giustizieri, sventolano il drappo nero dell’Odio, quella forza potente ed invisibile che anima come vero motore le ruote della Storia; l’Odio ci spinge a vivere, ci guida, ci rende superiori alla massa livellata e amorfa che vive le sue giornate piene di nulla. L’odio deve rendere produttivi, altrimenti davvero come ci dice Kraus è meglio amare.
L’odio sazia le pulsioni carnali che si agitano nella nostra psiche, nel nostro inconscio, sublimazione guerriera dello stato di tensione bellica; quando odiamo tendiamo all’avanti, verso la lotta nel punto più alto, proprio dove infuria la battaglia.
La battaglia permanente affonda il mondo nella paura, lo libera dall’incantesimo della società contemporanea, disgrega l’alienazione e la reificazione.
Se torniamo a quanto detto in apertura sulla via del Bosco, in quella prospettiva selezione naturale significa lavoro intenso e duro su se stessi per liberarsi da tutte le scorie che compendiano la vita moderna, selezionare le proprie attitudini, i propri mezzi di lotta.

Capire il funzionamento profondo della società che si contesta e che si vuole liquidare. Non un compito da poco perché come ammoniva Hegel “Dio è morto. Muta è divenuta la fiducia nelle leggi eterne di dio. Le statue sono ora cadaveri da cui l’anima fugge, gli inni sono delle parole lasciate dalla fede”.

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