sabato 29 agosto 2009

Wolf Creek


Viene da chiedersi se nell'infanzia del regista Greg McLean vi sia stata una qualche straniante simbiosi tra letture a base di Chatwin e fantasticazioni kurteniane, quel genere di massa critica che ci porta, ballardianamente, a contemplare il vuoto desolato e desertico non con quiete zen ma con ferocia nichilistica.
L'Australia d'altronde è terra di contraddizioni; una landa immensa, solitaria, dal cuore abbandonato, sordido ed abbrutito, con una genesi criminale che rovescia il paradigma di Caino facendone anima della sua poetica istituzionale. Terra dei canti, e del genocidio, di terre depredate, moralismo calvinista, violenza urbana e metaurbana, grandi spazi che rendono il coast-to-coast statunitense una versione scema del weekend a Riccione, ed una bellezza latente, cruda, intessuta di rocce e sterpaglie che prendono caldo sotto un sole di rame.
L'Australia è una versione distopica della frontiera americana, una ebollizione macilenta di canguri e cacciatori spietati, un luogo dove ancora oggi i neonati possono essere sbranati da giganteschi coccodrilli o i surfisti dilaniati da squali, in cui il bifolco di provincia diventa un animale in libera uscita in grado di far impallidire i prima citati coccodrilli e squali - e qui, l'omicidio è on the road per sua fisiologia. Campestre e lacustre, cadaveri lasciati ad essiccare sul margine di strade abbandonate. Viene da chiedersi per quale motivo ci si sia dati tanta briga di asfaltare strade su cui passano, per eccesso, dieci macchine al giorno.
Il killer on the road non ha letto Kerouac, nè Partenze Notturne; non è un fan di Non Aprite quella Porta o di Wrong Turn. Forse ha stima di Le Colline hanno gli Occhi, di cui questo film sembra un figliolo mutante e bastardo, deforme quel tanto che basta ad incutere rispetto.
Diretto magistralmente, ottima fotografia e buone trovate di ripresa, Wolf Creek narra la storia (romanzata e ricontestualizzata) di uno dei più feroci serial killer del paese dei canguri; Ivan Robert Marko Milat, l'assassino dei saccopelisti. Un sadico depravato con la passione per le saccopeliste da sequestrare, violentare e torturare a morte.
In Wolf Creek seguiamo le traversie di viaggio di tre saccopelisti, due ragazze inglesi e un australiano - l'immensità delle pianure australiane ha la meglio della loro macchina, facendoli finire nelle mani di un meccanico che si rivelerà un assassino spietato e allucinante. Per molte parti del film si fa fatica a distinguere l'ambientazione da quella di uno slasher americano, il deserto, gli anfratti, la cavità ancestrale del Wolf Creek sembrano richiamare alla memoria l'ambientazione post-apocalittica di Le Colline hanno gli Occhi - anche la brutalità è notevole, dosata tra momenti di riflessione, angoscia, attesa ed altri di azione splatter che non risparmia alcuni effetti degni di nota. Anche quando l'assassino gioca al gatto col topo con le due ragazze si prova un ansioso sentimento di risentita eccitazione.
Ci sono fughe nella notte, nascondigli, arti troncati e bucati, corpi violati, menti annientate, l'assassino è un cacciatore laido e cinico, un autentico maiale ricalcato sul modello redneck statunitense con cui è impossibile stabilire un qualunque contatto empatico.
Ma ciò che differenzia questo film da molti suoi colleghi splatter basati su idee similari è la parte finale, totalmente e radicalmente diversa da quella dello slasher medio; è una fine che lascia l'amaro in bocca allo spettatore che vuole scorgere epifanie di redenzione, e che proprio per questo è ottima.

venerdì 28 agosto 2009

Roberto Ferri al Complesso del Vittoriano




Ultimi giorni per godere, letteralmente, della splendida "Oltre i sensi", personale del giovane pittore pugliese Roberto Ferri; specialista nella creazione di impianti carnografici e laocoontici di derivazione neoclassica, corpi anatomicamente simili all'opera michelangiolesca, un soffuso utilizzo di stilemi imponenti e angelici con un erotismo languido di contorno.
Inaugurata quando a Roma non rimanevano che piccioni e turisti (sfortunatamente i turisti agostani sembrano interessati giusto a Vaticano e Colosseo, perdendosi more solito le delizie che di tanto in tanto la città sa offrire), la mostra è un viaggio intenso e complesso in una visione di insieme erotica e pura, di grande articolazione sensoriale ed emotiva. La Skira tra l'altro ne ha ricavato un gran bel catalogo.

URINAL




"Sono partito perché mi sentivo un essere che nascondeva dentro di sé una perdita, una scomparsa nella quale si rispecchiava il proprio personale annientamento. Volevo vivere, essere in mezzo agli altri, ma come attraverso un letargo invisibile"

Pier Vittorio Tondelli "Un weekend postmoderno"

Il tuo volto riflesso dai pannelli traslucidi di questo peepshow – un volto scrutato con calma fintamente zen.
Tutto attorno - uomini vuoti che naufragano tra sale e scomparti asettici, dipinti di nero e adombrati di luminescenze verdastre, blu, bianche e da luci rosse intermittenti che sottolineano le performance delle puttane, pardon delle starlette che vari problemi personali e finanziari costringono ad esibirsi in questo fatiscente club.
Non è mai piacevole essere messi davanti alle proprie responsabilità, ma non saresti potuto comunque fuggire. Niente bagagli e biglietto aereo per far perdere le tue tracce lontano da questa città.
Anche se ci hai provato, a più riprese. Lo so.
Ma è inutile.
Perché la condanna te la porti dentro, nella carne nello spirito nel sangue - sballonzolata in una frenesia di globuli rossi, globuli bianchi, piastrine e l’inquietante spettro delle medicazioni e corsie asettiche della clinica che ti ha ospedalizzato per un breve periodo e da cui sei fuggito, per tentare di conservare un briciolo di dignità.
Ziagen, Videx, Epivir, Retrovir, Rescriptor, Viramune, Invirase, Norvir , un mantra farmacologico che annebbia la voglia di continuare a lottare .Ti sdilinquisce in un nulla che si sostanzia, vive e cresce dentro di te .
Sangue nelle feci.
Perdita delle funzioni fisiologiche.
Sarcoma di Kaposi.
Urina infetta.
Giramenti di testa e nausee perenni. E gli attacchi di panico.
Tanti.
Feroci e prolungati, come lastre di ghiaccio conficcate su per il tuo retto, che ti mozzano il fiato, che ti fanno sperare di non farcela, di non superare l’orrore e di rimanere steso sul pavimento, privo di sensi, lo sguardo annebbiato e le urla delle sirene lontane e poi vicine e poi ancora lontane - una fine che sia liberazione dall’inferno in terra che sei chiamato ad affrontare.
Per uno di quei paradossi di cui hai letto durante gli anni d’università , la teoria consunta di corsi e ricorsi storici , tutto finisce esattamente nello stesso punto in cui è cominciato. Solo, con molta sofferenza in più.
Illusioni , piani e progetti, i fantasmi di una rispettabilità sociale mai conseguita, le amicizie, i drammi e le tragedie mutate in farsa, i sogni.
Tutto scomparso.
Evaporato nella penombra claustrofobica di questa fogna.
Che ti ha accolto come un premuroso e confortante utero, una casa di perdizione, la vera madre che ti ha allevato e cresciuto insegnandoti ad essere te stesso, a qualunque costo.
E che adesso ti presenta il conto - decisamente salato.
Un ultimo, disperato tentativo di credere alle parole che ancora ti echeggiano nel cervello, di negare la triste evidenza e poi però devi cedere e comprendere che tutto ciò che riesci a concludere prima che sia notte è star qui a farti succhiare il cazzo da una segretaria d’azienda conosciuta nel gruppo internet che hai fondato e attraverso cui celebri la gaudente bellezza della sieropositività e del rischio sessuale.
Una roulette russa giocata con cazzi e fiche, a cui anche lei vuol partecipare.
Le sue peculiari motivazioni ti sfuggono, si bruciano nell’incomprensione e nel fraintendimento, avresti voglia di fermarti, di non proseguire, di evitare che la sua lingua si fonda con il tuo cazzo e che i vostri umori colino in una densa brodaglia di sperma e saliva e dolore e naturalmente morte. Vorresti dirle di non farlo, vorresti sentire la tua voce modularsi, dopo tanti anni di inganno e autoillusione, nel discorso che qualcuno avrebbe dovuto avere il coraggio di fare a te.
Prima che fosse troppo tardi.
Prima di arrivare a questo punto.
Ovviamente, non dici nulla.
E mentre inculi la donna, stantuffando con rabbia nel suo culo disfatto, rivedi per un istante ciò che sei stato.
Rivedi la tua ricerca, la tua caccia, i tuoi appostamenti nei cunicoli bui e lerci di saune in Tailandia, la spiaggia de L’Havana a Cuba, i bordelli di Amsterdam e di Saigon, la Gara du Nord a Bucarest, un lungo percorso di definizione di una tua propria identità, il salto estremo e finale per superare il grigiore della routine sessuale di gang bang pornografia ammucchiate casalinghe timidi esperimenti omosessuali sadomaso estremo, la noia quotidiana, annientare la solitudine, convivere con la confusione.
La confusione di un senso di appartenenza tradito.
Vieni nel retto della troia - getto copioso di malattia.
Adesso, stai bene. Felice e rilassato.
Anche se sei paonazzo, distrutto, coperto da una patina di sudore. Hai trasmesso una parte del tuo essere a questa maledetta, inutile donna. Era quello che voleva, che aveva accettato come le altre rispondendo al tuo annuncio in quel newsgroup web, ed era quello che volevi anche tu ovviamente. Condividere la solitudine assoluta, dirsi meno soli uccidendosi lentamente.
Non stai neanche a prendere il fazzoletto che ti porge con movenza felina, per pulirti il cazzo incrostato di sperma e rimasugli organici . La vedi andare via, ma prima risistemarsi i collant, le mutandine nere, il reggiseno in un disperato tentativo di riacquistare un contegno civile.
Te ne stai immobile sulla sedia, a contemplare le evoluzioni della spogliarellista dietro il vetro e ti sfugge persino il timido grazie della segretaria, pronunciato nell’atto di scomparire oltre il buio della porta per celebrare il dono di cui l’hai omaggiata.
Ci sei solo tu adesso. Ed è proprio con questa consapevolezza che ti accasci a terra e percepisci, nitidamente, il tuo ultimo respiro e per quanto possa sembrare insensato o stupido il tuo unico rimpianto è l’aver lasciato un corpo così disfatto, uno spettacolo indegno per chi ti troverà dentro la stanzetta.
Ma d’altronde si vive di rimpianti.
E a volte di rimpianti si muore.

giovedì 27 agosto 2009

Cioran & Puttane



Via della Villa di Plinio scompare allo sguardo incuneandosi tra la tenuta presidenziale ed una pineta sempre più erosa dagli incendi estivi, un abborracciato e malmesso percorso di asfalto tutto curve posizionato tra lo slargo del Dazio, gli ultimi stabilimenti e la via Litoranea che da Ostia conduce a Torvajanica fendendo i chilometri di macchia mediterranea e di spiaggia libera.
Il cielo grigio d’inverno è muto spettatore della vita nelle baraccopoli di immigrati, frettolosamente erette nel ventre della pineta e silenziosamente tollerate dalla incuria delle istituzioni, condomini di latta e cartone, stufette a gas, volti neri di miseria che si aggirano spettrali e smunti tra i tronchi caduti dei pini, tra i cespugli, come cercatori dimenticati di una corsa all’oro fuori tempo massimo – sentieri sterrati e camminamenti concentrici che disegnano crop circles di isolazionismo monadico, il luogo ideale per raggiungere l’imperativo interiore dell’annichilimento. Nessun suono, se non quello del frinire dei grilli e qualche raro cinguettio di uccelli, il rumore dei propri passi che impattano sull’erba e sui sassi.
Capita a volte di incontrare qualche raro praticante di jogging, episodici e sfuggenti occhi che si fondono e si scrutano per poi dimenticarsi e scomparire dopo la prima curva; un tempo, le rovine della villa che fu di Plinio erano ritrovo di satanisti ed incauti esoteristi che scambiavano Pan e capri dei boschi per un surrogato recettizio del Principe dei Demoni, sentivi le litanie di notte, il rullare di certi tamburi, flauti, piccole luminescenze ambrate che solleticavano il nero della notte.
A ridosso della pineta, scorre una lingua d’acqua melmosa chiamata Canale dei Pescatori, principalmente perché è usato dai pescatori di Ostia per ormeggiare le loro barche; una notte, io ed altri tre amici che ci eravamo spinti al limitare della boscaglia, mentre gettavamo uno sguardo distratto alla consistenza insondabile dell’acqua vedemmo una processione di barchette in miniatura, su ognuna delle quali svettava una candela, erano decine, centinaia, una colata di fuoco che squarciava l’oscurità. Provenivano dal nulla, da un punto non identificabile, probabilmente erano state delicatamente posizionate sul pelo dell’acqua da una mano esperta, sufficientemente veloce e leggera.
Ormai anche i satanisti però si sono dovuti arrendere; un cappuccio nero e la benedizione di Satana non sono protezione sufficiente quando può capitare di imbattersi in un clandestino albanese o in un Rumeno latitante abbrutiti da anni di permanenza selvatica. Ogni tanto la polizia, quando si degna di intervenire per abbellire la campagna elettorale di qualche politico, rinviene persino cimiteri nascosti nel folto del verde, a due passi dagli agglomerati da favelas; inutile dire le malattie, scabbia, tubercolosi, infezioni di ogni genere, il freddo ed il caldo, l’umidità che imputridisce le pareti di cartone. Non-esistenza all’ennesima potenza.
Ma la Villa di Plinio è famosa soprattutto per le puttane; la sua estensione planimetrica, l’essere fuori mano e circondata dal nulla, l’ha resa per decenni una alcova post-pasoliniana di incontri furtivi tra i rami degli alberi. Non a caso praticanti di jogging e pensatori solitari a volte devono prodursi in uno slalom carnale tra preservativi, bottiglie di plastica e materassi gettati a terra, letteralmente decomposti ma utili per i clienti più avventurosi per consumare amplessi orizzontali.
Ogni tipologia di servizio sessuale con annesso genere ha la sua precisa dislocazione, una topografia del desiderio che nessuna istituzione riesce a combattere o a smantellare; i trans costeggiano con le loro macchine ed i camper l’imbocco della strada, proprio a cento metri scarsi da uno degli ingressi secondari della tenuta del Presidente della Repubblica, zona di erba incolta, alberi caduti e qualche famiglia camperista che si confonde equivocamente ai trans. Carrellata di carne ibrida, tette siliconate, ormoni e testosterone in libera uscita, confusione mentale (di trans e clienti) e cazzi macilenti – anche qui, malattie a profusione.
Di notte si segnalano con lucette tascabili, ed è tutto un vorticare di questi tubetti fluorescenti; non vedi nulla fino a quando non te li trovi davanti, statuari, mitologici quasi nel loro assemblaggio di tette e cazzi e volti semifemminili.
Prima, sulla litoranea o davanti gli stabilimenti, ci sono le slave e le nigeriane, qualche rara cinese, una condivisione territoriale equamente studiata dai racket etnici; macchine di clienti a velocità ridotta avanzano nella notte, tra lo sfarfallare arancio dei lampioni. Immagini la loro solitudine, il loro frettoloso e patetico liberarsi della famiglia e dalla famiglia con qualche scusa, escono di casa col cazzo pulsante dentro le mutande, tante idee necessariamente confuse nel cervello e il cuore in gola, il pensiero della caccia, della scelta, del passare in rassegna le fisionomie delle puttane valgono molto di più dello stereotipato rituale della contrattazione e della scopata in lattice. Uomini che abdicano all’umanitarismo spicciolo della Caritas e dei giornali progressisti, che voltano le spalle alle regole minime della socializzazione consapevole e che sembrano gettarsi nell’ammonimento cioraniano secondo cui "il dovere di un uomo solo è di essere ancora più solo" (Lacrime e Santi, p.66) – le loro solitudini tracimano, collimano, si sfiorano languidamente, avvinte dalla preoccupazione di tastare carne ancora pura, la pia illusione di cavare dal mazzo la carta vincente, la puttana ingenua e silenziosa appena giunta dal suo Paese, appena risvegliata dall’illusione di una vita migliore non da baci di favola ma da stupri e pestaggi variamente assortiti. Protettori spietati, laidi, cinici e sadici; usano la carne femminile come in una via di mezzo (e via crucis) tra bordello e macelleria.
Quarti di carne e buchi per rapidi scaricamenti di palle – alcuni però vogliono instaurare una conversazione, vogliono autoingannarsi, elidere il quoziente di mercificazione e fingere che quella scopata da sedile anteriore sia una estensione logica e necessitata della vita di ogni giorno, una forma avvilente di colloquio in cui due solitudini inespresse emergono e si incontrano per rendersi ancora più sole. Suppongo che molti di loro vorrebbero riscattare le puttane, nemmeno considerarle prostitute ma ragazze sfortunate, troppa televisione per famiglie nelle sinapsi e nei neuroni, troppe sfilate di c’è posta per te, tronisti e lacrime a buon fine – lontani dal "in ogni modo la mia vita da studente è trascorsa sotto il fascino della Puttana, all’ombra della sua degradazione protettrice e calorosa, persino materna" (Cioran, "esercizi di ammirazione", p. 183). Lontani da quel romanticismo weiningeriano della prostituzione, e del bordello.
Qui siamo in territori diversi, radicalmente diversi; ontologia del buco femminile per arrivare alla negazione di se stessi. Per negare i propri fallimenti, le proprie cadute, le discese verticali, togliere di colpo la sofferenza e il dolore che ci si porta dietro nel relazionarsi agli altri. Distruggere la coscienza, nella lordura della prostituzione, abbassare quanto di più sacro crediamo di avere, la calda confortante dignità della famiglia, allontanarsene con confusa convinzione – "la coscienza interviene nei nostri atti solo per turbarne l’esecuzione, la coscienza è una perpetua messa in discussione della vita, è forse la rovina della vita" (Cioran, "esercizi di ammirazione", p. 101).
Vogliono una malattia che sia testimonianza di questa lordura. Chiedono rapporti non protetti, forma evoluta di roulette russa venerea, per riportare a casa uno spicciolo simulacro di trasgressione serale. Idealizzare una donna, la propria madre, la propria fidanzata, la propria moglie, sposata al culmine di un rituale articolato ed emotivamente complesso, per poi insozzarla a posteriori, renderla umana. Troppo umana. Estirparla dalla cornice, sventrarne la tela.
" Quando perfino il vuoto ci appare troppo pesante o troppo impuro, ci precipitiamo verso una nudità di là da ogni forma concepibile di spazio, mentre l’ultimo istante del tempo raggiunge il primo e vi si dissolve" (Cioran, "il funesto demiurgo", p.103).
Uomini che vogliono la carne. La consistenza di mani umidicce di sperma e sudore. Odori e afrori baccanaleschi, la sofferenza di lacrime che devono ancora essere piante, profumi dozzinali, abiti scosciati. Si ingannano. Perdono tutto. Soli con l’universo, e la sua pastosa consistenza, vivendo sotto la beatitudine di un masso.
Un atto di voracità, di rapacità…la moglie che a casa si strugge nel dubbio, domande senza risposta, persino quando il marito torna a casa avendo su di sé l’odore chiaro e manifesto di un’altra donna, cercare di considerare quel tradimento un non-tradimento, una mera scappatella, un capriccio, un inconsistente incidente di percorso. Quando i loro umori si mescolano e si fondono nella malattia condivisa – sicuramente l’AIDS, l’herpes, la candida, siamo ridotti ad un virus, alla non-esistenza elevata a discorso di cazzo e fica.
Voglio più figli innocenti da piangere. Più miserabili prostitute illuse, ingannate e rinvenute nel greto di un torrente, acqua verdastra e fangosa del canale; genitori tardivamente estasiati, in aula di processo, chiamati a rievocare le mirabolanti bellezze delle loro figlie rinvenute cadavere, quando fino al giorno prima non sapevano nemmeno che fine avessero fatto. E probabilmente erano stati proprio loro a causarne il definitivo allontanamento da casa, tra abusi, violenze domestiche e alcolismo molesto.
Parlano di luce e blaterano di candidi sentimenti new age, vendibili facilmente a giornali scandalistici che indulgendo al più bieco sentimentalismo venderanno quelle lacrime, in un circuito di prostituzione totale e circolare.
"Non voglio più collaborare con la luce né adoperare il gergo della vita!" (Cioran, "Sommario di decomposizione", p. 122) – dovrebbero tenerlo a mente, quando seduti sullo scranno dei testimoni e sottoposti al fuoco di fila di domande di accusa, difesa e giudice si sciolgono in un pianto dirotto che non sai mai da cosa sia determinato. Da promesse non eque, dalla vergogna di una figlia puttana ed uccisa, sbandierata ai quattro venti come paradigma di una ricca vita, quindi compiangendo se stessi, oppure per un qualche esoterico retaggio di dolore parentale fuori tempo massimo.
Dovrebbero tenerlo a mente ogni volta che si autoingannano parlando di bontà e di ricordi fiabeschi, memorie totalmente false e consolatorie.
Dovrebbero, semplicemente, tenerlo a mente. Sempre.

lunedì 20 luglio 2009

Bizarre Uproar - Liha-Evankeliumi


Non lo capiscono fino a quando non si trovano davanti al coltello che scende sui seni, lentamente, in modo sinuoso e preciso - l'aria rarefatta dentro una cantina dalle pareti scrostate, il dolore agonizzante del petto che sballonzola una muta richiesta di pietà.
Non sanno quello che le attende, un party privato di estetica crudeltà misogina e di ferite che difficilmente si rimarginano; purulente ebollizioni scariche disumane come escrementi di cane spiattellati sulle pareti della stanza, un corpo nudo ferito sanguinante aperte le cicatrici riaperte dopo la suppurazione, feedback, larsen, cortocircuitazioni delle corde vocali elettroniche l'urlo infinito della sofferenza nel cuore dell'abisso.
Tre cd, re-release di un fetido ammasso di power electronics junkie e deviante, 14 canzoni per il primo cd, 14 per il secondo, 16 per il terzo, tutte innominate come giustamente si conviene all'atrocità aurale proposta. Non cercate di capire, non cadete nel loro stesso errore - l'errore muta in terrore, in coltelli seghettati e dalle lame scrostate sporche di sangue raggrumato croste nerastre ampiamente putrefatte.
Fetore.
Carne marcia.
Piscio.
Vomito.
I video privati della collezione di Jamie Gillis. Kelly Stafford che ingoia l'urina di Rocco in una camera di albergo a Parigi - rudi gang bang da sottoscala di motel. GGG allo stadio terminale, dove tutto è a pagamento a parte l'AIDS.
L'universo di Bizarre Uproar.

Oltre lo specchio - analisi di un tabù





Uno dei principali tabù culturali della società contemporanea è senza ombra di dubbio la pedofilia - sono estremamente rare le analisi lucide, non gridate nè sensazionalistiche che affrontino questo delicato e scottante argomento. Eppure la prima, grande sorpresa emerge dal termine stesso, dato che una definizione univoca della pedofilia non esiste.
Aldilà delle questioni meramente nominali, un autorevole studioso, Cosimo Schinaia, tra i primi in Italia ad aver approntato una task-force di studiosi, analisti, psicoterapeuti dedicatisi alla analisi e al trattamento di pedofili, ha messo brillantemente in luce come non sia corretto parlare di pedofilia al singolare, ma di come il termine debba essere declinato al plurale.
Pedofilie.
Per lungo tempo tanto la psichiatria quanto la criminologia indulgendo in una sorta di curiosa pruderie (frutto di un equivoco freudiano; quello del bambino perverso polimorfo) hanno evitato qualunque studio serio ed organico, riprendendo il tema pedofilico come surrogato della sodomia. Non solo, ma sempre Freud in due suoi testi decisamente controversi (“Dostoevskji e il Parricidio” e soprattutto “Introduzione al Narcisismo”), e dopo aver fondamentalmente rinnegato la sua originaria impostazione, vede nella accusa di pedofilia un costrutto narcisistico del bambino stesso – questo ha portato gli psichiatri freudiani a sottovalutare in modo enorme la portata del tema o a relegarla al rango di pederastia come sinonimo strutturale del rapporto omosessuale.
In realtà la pederastia classico-ellenica era propriamente quel che noi intendiamo per pedofilia, relazione minore-adulto con tentativo di iniziazione sessuale e culturale (la paidika socratica…ma non solo, basta considerare che il diritto penale ateniese arrivava a considerare lo stesso fenomeno o estremamente formativo oppure estremamente dannoso, la discriminante risiedendo nella condizione di insegnante/pedagogo dell’adulto, cfr. Cantarella “Secondo Natura”), e si trattava eminentemente di pedofilia omosessuale la qual cosa ha fatto scivolare il termine pederastia verso l’omosessualità tout court.
Il “problema” freudiano si è riverberato nella trattatistica psichiatrica, basti pensare che su decine e decine di trattati, manuali, opere monografiche sulle parafilie il termine pedofilia compare solo in tre casi.
Ma lo stesso Krafft-Ebing, a cui Freud si era ispirato per le parti di sessuologia, aveva derubricato la pedofilia, visto che riteneva esservi perversioni ben peggiori come la necrofilia. Questo ha comportato un ritardo mostruoso nell’approccio al tema/problema.
Ad ogni modo per tornare all’assunto di Schinaia, condiviso da molti terapeuti (basta leggere i saggi che compongono il volume “Pedofilia – stato dell’arte sulle perversioni pedosessuali” a cura di Marco Casonato), la declinazione del termine deve essere necessariamente al plurale; perché non esiste una sola pedofilia, ma una molteplicità.
La prima distinzione operata in criminologia è tra pedofilia tout court e perversione pedofila (quella sconfinante nell’abuso) ; tecnicamente la pedofilia (la cui etimologia significa “amore per i bambini”) non implica l’atto sessuale, il quale può essere sublimato dalla mente del pedofilo senza alcuna traccia di contatto.
La perversione pedofila invece, nelle sue varianti (semplice, sadica, omicida), sfocia necessariamente nell’abuso e nei comportamenti criminali di cui leggiamo.
Da cosa nasce la mente pedofila? Fondamentalmente non necessariamente, come sentiamo dire, da abusi ricevuti nell’infanzia – a livello definitorio si tratta di una cristallizzazione narcisistica che fa regredire la mente allo stadio infantile, per cui ci si può relazionare soltanto asimmetricamente con chi è meno formato e strutturato. Più infantile-narcisistico sarà il pedofilo, più piccolo sarà l’oggetto del suo desiderio; tuttavia questo non implica che ci debba essere un relazionarsi sessualmente orientato.
Per lungo tempo la relazione non sessuale (ma che oggi comunque riterremmo morbosa) tra adulto e minore/bambino è stata tollerata e vista come elemento necessitato in alcuni circoli - il caso più eclatante è certamente quello di Lewis Carroll, il matematico autore di Alice nel Paese delle Meraviglie, riconosciuto estimatore di nudi di bambine che in molti casi realizzava egli stesso. La sua modella preferita, Alice Liddell, contribuirà a dare il titolo all’opera letteraria per cui oggi Carroll è maggiormente conosciuto.
Ma l’intera storia della fotografia è costellata di casi simili, anzi si potrebbe dire che la genesi della fotografia si accompagna alla pedofilia, penso ai casi di Oscar Gustave Rejlander, considerato il padre della moderna fotografia, e di Julia Margaret Cameron.
Nessuno dei tre citati ha mai avuto rapporti di abuso/sessuali con i minori utilizzati come soggetti per le loro foto.
Ma anche in letteratura le cose non stavano poi in modo tanto diverso se si considera che il protagonista di Morte a Venezia, Aschenbach, è un pedofilo raffinato ed estetizzante, Stavroghin il protagonista de I Demoni di Dostoevskji è un assassino sadico che confessa con piacere l’omicidio di un ragazzino, ovviamente l’Humbert Humbert nabokovoviano, senza contare nelle arti figurative Hans Bellmer, Balthus (fratello di Pierre Klossowski) – ma da quando, quindi la pedofilia diventa un panico sociale ?
La criminalizzazione di massa della relazione adulto-minore prende avvio negli anni trenta, sulla scia di alcuni fraintendimenti psicanalitici (Kraepelin teorizza ad esempio che il pedofilo sia uno psicotico grave…la psicosi comporta e porta ad atti di violenza quasi meccanici, da qui ne consegue che la pedofilia è considerata sempre foriera di violenza) e soprattutto dalla emersione prepotente della riconsiderazione critica del passato, frutto in una certa misura del pensiero della crisi (lo stesso Freud ne “Il Disagio della Civiltà” si lascia andare a considerazioni contraddittorie rispetto alla sua precedente produzione.
Del 1932 uno studio sulla “pedofilia vittoriana” in cui i fotografi che ho citato prima vengono dipinti per la prima volta come “mostri”.
Il “mostro pedofilo” inizia a diventare un paradigma di un più esteso panico sociale – i regimi totalitari, sul versante criminologico, ritenendo il delitto una estrinsecazione borghese ( e quelli a fine di piacere peggio ancora…) abdicheranno allo studio del fenomeno, tanto che il Terzo Reich metterà al bando alcuni testi (anche perché redatti da psichiatri ebrei, come Der Sadist di Berg, sul Mostro di Dusseldorf e Storia di un Lupo Mannaro di Lessing).
Ma a dire il vero le sedicenti democrazie non andranno tanto più in là se si considera che il rapporto Kinsey sulla sessualità negli USA si guardò bene dal prendere in considerazione la pederastia…
Ad un certo punto poi nasce una ulteriore distorsione; la pedofilia diventa funzionale al mantenimento dello status quo.
Diventa “normalizzazione” in senso foucaultiano; si crea il mito negativo, questo mito genera panico e terrore, la proba cittadinanza ne sarà giustamente spaventata e chiederà aiuto allo Status Quo.
Lo stesso Foucault non a caso è ritenuto, a torto o a ragione, il primo organico teorico dell’orgoglio pedofilo (anche se la espressione è eccessiva e decisamente fuorviante), prevalentemente nei suoi saggi sulla storia della sessualità ma soprattutto in La Loi de la Pudeur, pubblicato in Recherces nel 1979, laddove il filosofo francese ricostruisce un caso giudiziario in cui un contadino avrebbe “carezzato” una ragazzina e da cui nacque un infamante processo giudiziario.
Curioso notare come si dica spesso che la pedofilia è un fenomeno in allarmante crescita quando invece gli studiosi del settore devono ammettere candidamente che non c’è nessun aumento, ma al massimo è aumentata la percezione che abbiamo della incombenza pedofila (Miller “Il bambino inascoltato”) nella società contemporanea.
Il crimine pedofilo in realtà non è né in aumento né in diminuzione ma: innanzitutto è metodologicamente scorretto considerare la pedofilia solamente come un “crimine” nel senso giuridico del termine.
Perché questo postulerebbe un approccio soltanto tecnico-repressivo del tutto inutile – visto che il pedofilo non ha alcuna cognizione del commettere un crimine dal punto di vista sociale, può avere rimorsi dovuti alla criminalizzazione e alla percezione di fare qualcosa di “ingiusto” ma in una ottica di formazione relazionale.
Il pedofilo deve essere eventualmente seguito, trattato, non abbandonato e soprattutto non destinato alla morte sociale; la morte sociale implica che il pedofilo estremizzi il suo vissuto e si spinga alla commissione di atti delittuosi spesso omicidiari.
Quello che è davvero in aumento è il numero delle campagne sensazionalistiche che “vendono” la pedofilia come enorme industria internazionale. in Italia il primo tentativo di seguire questa strada si ha nel 1998 con il libro I Santi Innocenti di Claudio Camarca – scrittura emozionale, orrorifica e non tecnica che mira a presentare il “mostro” e a sbatterlo in prima pagina. Questi libri non vogliono informare ma solleticare gli istinti repressivi più bassi; non a caso la pedofilia in questi libri è sempre presentata a braccetto con altri due enormi tabù, il satanismo e il nazionalsocialismo.
La legislazione italiana non aiuta, anzi; sembra redatta sull’onda del sensazionalismo emotivo.
La legge 269/1998, che è la normativa quadro in tema di sfruttamento sessuale di minori e detenzione di materiale pedopornografico, commina sanzioni draconiane senza nemmeno peritarsi a definire i termini pornografia e pedofilia, tanto che come fu messo in luce in vari convegni la sua applicazione letterale potrebbe portare in galera persino un genitore che conservi sul pc le foto del bimbo a cui ha fatto il bagnetto…ma il legislatore si è spinto oltre; il 25 gennaio del 2006 ha fatto un addendum normativo all’art. 600-quater del codice penale, stabilendo il terrificante reato di detenzione di immagini di pedopornografia “virtuale”; l’articolo è una gemma di ipocrisia giuridica, visto che non punisce la detenzione di foto o di materiali reali, ma soltanto di immagini disegnate, in morphing e comunque finte...alla stregua di questa norma, chi ha un Balthus nella sua collezione pittorica o un libro di disegni di Bellmer sarebbe passibile di incriminazione.

The hunt for Britain's paedophiles



Nel suo saggio “Metafora dell’Occhio”, interamente dedicato a “Storia dell’Occhio” di Georges Bataille, Roland Barthes si chiedeva “Storia dell’occhio è veramente la storia di un oggetto. Come può un oggetto avere una storia?” – quarant’anni e molte paranoie dopo, i legislatori di mezzo mondo sembrano aver raggiunto una risposta soddisfacente al quesito pur focalizzando la loro attenzione sull’ambito criminologico della lotta alla pedopornografia e non su quello della semiotica e della critica letteraria.
Per Barthes un oggetto poteva avere una sua specifica storia per via delle trasmigrazioni di senso e di esperienza, passando di mano in mano si autoreplicava immutato nella sostanza ma accumulando l’immagine di ciò che lo circonda; per i Governi che, spinti dal panico sociale, decidono di dedicare un po’ del loro prezioso tempo ad infliggere sanzioni draconiane a pedofili veri e/o presunti, la pedopornografia opera più o meno come l’occhio analizzato da Barthes.
Un video, un singolo frame, una fotografia, nel momento in cui sono realizzati e immessi nella rete web diventano qualcosa di altro rispetto alla loro matrice pur rimanendo strutturalmente immutati; in questa prospettiva quindi la creazione, la detenzione, la compravendita devono essere puniti in maniera esemplare (alla Foucault) ma più di ogni altra cosa deve essere sanzionata la circolazione. Perché è proprio la circolazione che vampirizza l’energia esistenziale del minore ripreso e gli infligge nuove ferite, nuovo dolore, nuova sofferenza – un passo non troppo breve separa la semiotica barthesiana dalla ratio delle leggi antipedofilia, ma a questo siamo arrivati.
E se i legislatori, avvinti come sono dal soggiacere supini e proni ai capricci della plebe scatenata, non vanno troppo per il sottile quando si tratta di analisi di fenomeni complessi, articolati e spinosi, figuriamoci i giornalisti; avvezzi da sempre a pasteggiare coi residui ancestrali delle paure popolari e a vendere fobie e mostri, alcune volte creati ad hoc, ci propongono e propinano una vasta sequenza di determinismo d’accatto, cospirazioni globali, orrori insondabili cinici e laidi mostrati in ogni (patologico e sordido) dettaglio, titillano le corde della rabbia e della esasperazione, reificano il dolore e lo strazio e li rendono lussuriosi momenti pornografici devoluti alla soddisfazione dei capricci plebei.
Il pane governa la massa, il pane e i giochi circensi; ma al posto dell’anfiteatro Flavio, la scatola catodica ingolfata di vigilantes che, prendendo il posto dei gladiatori, cacciano senza sosta e senza tregua i pedofili e i mostri.
E’ così che Bob Long, un produttore televisivo inglese, colto da improvvisa epifania all’inizio del nuovo millennio, ha deciso di realizzare un affresco sulla pedofilia britannica; uno spaccato infernale e laido di congreghe di pedofili decisi a rovinare più infanzie possibili per loro puro diletto, dal significativo e sensazionalistico titolo di THE HUNT FOR BRITAIN’S PAEDOPHILES.
Long ritiene che sia internet a creare pedofili; spiega la sua scarna ed essenziale filosofia al Times, dicendo che un ragazzo inizia generalmente guardando normale pornografia eterosessuale, poi annoiato ed assuefatto passa a scenari più truculenti, video con animali, con escrementi, stupri e sadomaso estremo. Per poi terminare la sua maratona afrodisiaca in un tripudio di pedofilia. Si tratta della estrema semplificazione di una teoria, quella dei “kicks”, che già presta il fianco a molte critiche di suo visto che postula l’incidenza del fattore stimolante sulla formazione dei gusti e della personalità.
Uno dei più autorevoli sostenitori di questa tesi, Ray Wyre, è un criminologo estremamente controverso, accusato di aver creato egli stesso falsi pedofili per fini di promozione commerciale – di certo c’è che la sua metodologia operativa è discutibile.
Long, come Wyre, mutua le sue massime dalle dichiarazioni rilasciate dagli stessi pedofili (a loro o alla polizia); uno dei pedofili intervistati nel documentario è un ventinovenne di belle speranze con una “normale” vita sociale e affettiva, che una volta arrestato “ammette” di essere diventato pedofilo a causa della prolungata esposizione alla pornografia su internet. Non è facile dire se Long creda davvero a queste idiozie o se al contrario ci creda per mere ragioni di cassetta; ma è facile controbattere a queste asserzioni che un arrestato, soprattutto quando parliamo di crimini infamanti come la pedofilia i quali crimini generalmente determinano demonizzazione e morte sociale del reo (o del semplice accusato…), cerca giustificazioni e vie di uscita. Ted Bundy, pur di sfuggire alla pena di morte, inventò varie versioni delle cause scatenanti dei suoi crimini, dall’infanzia malandata alle delusioni d’amore, dalla pornografia estrema all’alcolismo – ammettendo che una di quelle cause fosse vera (ma restano dubbi estremamente ampi), le altre erano delle mere balle addotte come scusa.
Dire che la colpa della propria indole sessuale deviata è di internet rappresenta la via più facile per lavarsi la coscienza e scaricare le proprie responsabilità. Anche perché sia il pedofilo sia Long sono costretti ad una palese menzogna e cioè ad affermare che il fatto di reperire pedofilia su internet sia facile; chiunque abbia un minimo di familiarità col web sa perfettamente che reperire materiali pedopornografici non è facile per niente e che, soprattutto, solo in rarissimi casi, si finisce per visitare siti pedofili per puro caso. Molto spesso questi siti sono occultati tra le pieghe invisibili della rete, protetti da sistemi elaborati di crittografia e da password sofisticate – è evidente che l’esposizione di una persona alla pedofilia su internet è blanda, ai limiti dell’inesistente. Quindi su certi siti ci si va con piena pienissima cognizione di causa.
Ma il piatto forte del documentario, la sua impalcatura potremmo dire, è il seguire passo passo le vicende di Operation Doorknock, una gigantesca operazione antipedofila che ha condotto all’arresto di centinaia di (presunti) pedofili e alla disarticolazione di un network che, parole della polizia, ha operato per “30 anni, abusando di migliaia di ragazzini e di ragazzine”. Un network simile somiglia più a qualche internazionale paramassonica o agli Illuminati di Baviera che non ad una realtà effettiva, ma si sa il senso del ridicolo e delle proporzioni quando si parla di pedofilia spesso va a farsi benedire.
Un altro piatto forte dei sensazionalisti è ovviamente la duplicità della natura del pedofilo – in apparenza una persona ragionevole, intelligente, affabile, di buone maniere, ma in realtà un mostro privo di scrupoli e di rara crudeltà.
Più o meno è così che ci viene “venduto” Mark Hanson, un quarantunenne presentato letteralmente come “nice guy” – gli intervistatori fingono di non sapere, o vogliono farci credere di non sapere, di quali crimini si è reso responsabile. Solo così d’altronde possono venderci il “colpo di scena”, emozionalmente intrigante per le casalinghe meno evolute, di giustapporre il “nice guy” alle foto che vengono sequestrate a casa sua e che lo vedono intento a stuprare ragazzini di sei anni.
Sarebbe stato più onesto e ligio ai fatti presentarlo per quello che era in effetti, senza prima doverlo santificare e poi insozzare; ma il contrasto, ovviamente, ha il suo perché in termini di audience.
Per non farsi mancare nulla, i documentaristi ci informano che Hanson poco dopo l’intervista, dovendo fronteggiare la prospettiva dell’ennesima lunga detenzione, si è tolto la vita – altro giochetto iper-emozionale, visto che lo shock e il dispiacere iniziale è mitigato da un “pellegrinaggio” in compagnia di un poliziotto sui luoghi utilizzati da Hanson per violentare le sue giovanissime vittime. Davanti a tanto conradiano cuore di tenebra, ogni genere di empatia e di umana pietà vanno a farsi benedire e la troupe può tirare un sospiro di sollievo perché un ennesimo mostro ha smesso di rappresentare un pericolo per i ragazzini.
Una curiosa contraddizione per chi dice a parole di essere così attento alla santità della vita umana.
Naturalmente visto che non ci si potrebbe accontentare di mostrare singoli pedofili slegati gli uni dagli altri, è decisamente preferibile accodarsi alle storie di mostruose internazionali organizzate e dedite al turpe mercimonio delle carni infantili; addirittura viene mostrato il booklet autoprodotto di una sorta di Fight Club pedofilo, in cui l’abuso viene descritto eufemisticamente come “the hobby”, con tanto di decalogo e regole comportamentali.
Dal punto di vista tecnico, si tratta di un solido docudrama; niente colonna sonora, né voce fuori campo, si segue l’operato di una task force anti-pedofila composta da quindici poliziotti e sei tra psichiatri e criminologi civili, la troupe si limita a porre le domande ai pedofili e ai loro “cacciatori” e a qualche episodio di turismo dei sentimenti come quello sopra descritto. Due anni di riprese, ventimila ore di girato, tanto dolore.
E tantissimo sensazionalismo.

lunedì 6 luglio 2009

La bellezza mutilata





Viviamo nell'epoca delle pari opportunità - quindi potrebbe stupire l'indignazione che ha circondato la nascita e lo svolgimento del concorso di bellezza per ragazze mutilate (specificamente a causa dello scoppio di mine antiuomo). Ma poi viene da pensare che si tratta pure dell'epoca del politicamente corretto, nel cui nome il menomato dovrebbe/potrebbe solo essere compianto tra strali di affettuosa carineria e smielata partecipazione emotiva catodicamente riaggiornata, sarebbe invece sconveniente supporre che possa decidere di partecipare (senza coartazione psicologica) ad un contest di bellezza.
La donna mutilata è bella ? Per molti la risposta non solo è rigorosamente affermativa, ma addiritura limitativa visto che la mutilazione e le amputazioni rappresenterebbero un bonus assoluto; negli anni settanta la rubrica della posta di Penthouse riceveva abbastanza regolarmente delle lettere con cui alcuni lettori chiedevano la pubblicazione di foto di ragazze mutilate nude. E sempre in quegli anni agiva ed operava la pornostarlette Long Jeanne Silver, la cui principale caratteristica come lascia intuire il nomignolo d'arte era una gamba in meno...il suo turgido moncherino dalla consistenza metasessuale finiva poi bizzarramente e inesorabilmente per incunearsi negli orifizi femminili a disposizione.
Uno scrittore di fantascienza USA, ritenuto da molti il vero ed unico erede di P K Dick, l'ottimo K W Jeter, scrisse negli anni settanta un bizzarro e violento romanzo, Dr Adder, in cui un pornochirurgo pre-ballardiano riassembla la morfologia delle prostitute indulgendo in mutilazioni sessualmente orientate.
Potremmo dire che la bellezza per sottrazione risponde a stimoli ulteriori rispetto al mero freak show; in fondo un pò tutti amiamo le fotografie di Diane Arbus, ma pochi trovano poi eccitanti ed intriganti i soggetti di quelle foto desiderando addirittura del sesso...
Ultimamente la pornografia sta virando ex novo su coordinate di mutilazione, amputazione e deformità varie - un tale di colore usa il suo moncherino esattamente come 30 anni prima faceva la moretta Long Jeanne, su Youtube sono visionabili video come Miss Amputee Beauty Contest e Weird Pin Ups, quindi per quale motivo ci si dovrebbe indignare per la creazione (ad opera di un gruppo norvegese) del contest Miss Landmine che nel 2009 è di scena in Cambogia?
Ovvio, l'accusa di strumentalizzazione per fini commerciali è palese e scoperta; ma tutto sommato, e aldilà del punto di vista dei pervertiti, c'è da dire che un futuro a base di becera compassione, carezzine da ritardati e coccole mielose non è poi tanto preferibile per queste ragazze...

sabato 4 luglio 2009

La città degli Angeli Perduti











(Scatti fotografici di Alfredo Falvo, da "Lost Angels")


L’uomo è in ginocchio sull’asfalto, mentre sotto di lui una macchia di liquido rosso va allargandosi come un piccolo torrente nella stagione delle inondazioni - alle sue spalle un poliziotto che vediamo soltanto dalla cintola in giù, il manganello legato in vita, una radio nella mano guantata, probabilmente ha il busto voltato verso la strada nell’approssimativo tentativo di allontanare i (pochi) curiosi.
Il soggetto dello scatto fotografico è un ispanico coi capelli arruffati, l’espressione stranita e un polmone perforato, uno squarcio longitudinale aperto sul petto da un colpo secco di coltello – la lama è penetrata in profondità ed ecco quel che ci rimane, un immigrato-cristo deposto in evidente stato di shock, il suo sguardo vacuo, perso, sinuosamente languido supera perfino la sofferenza che un simile taglio provoca, supera di un balzo ,fino ad innalzarsi sopra le vette della vita, tutto il grigiore catramato dello Skid Row.
Niente rock n roll nel nome – un quartiere dormitorio di planimetria scombussolata, nel ventre addormentato del serpente che va sotto il nome di Los Angeles, la città degli Angeli. Ma qui gli angeli hanno nella migliore delle ipotesi le braccia tatuate e bucate dagli aghi, costipazione tossica e tanfo di decomposizione, zombies pregni di una non-morte capitalisticamente accettata, invisibili persino alla dimensione della carità; ex veterani del Vietnam convenientemente abbandonati a loro stessi nel nome di Chuck Norris e Rambo, la revanche in celluloide dell’unica guerra persa – non sta bene rammentare con la propria presenza fisica il senso della sconfitta, per questo i reduci fatti di crack e di eroina, con addosso tatuaggi dozzinali, pustole, pidocchi e le giacche con cui hanno combattuto decenni prima, sballonzolano vagolano e vagabondano tra sacchi della spazzatura, campi da basket, ruderi abitativi e falò.
L’architettura è un residuo politicamente avariato di 1997 Fuga da New York, assembramenti cancerosi di edilizia popolare ed alberghi un tempo rinomati ed oggi ridotti ad ostelli per barboni e falliti – il Million Dollar Hotel, quello del film di Wenders/Bono, l’apoteosi della ipocrisia americana, pigione anticipata per l’intero mese, i nomadi non hanno soldi per 30 giorni così si riducono a pernottare per due settimane e poi le due settimane successive si riversano come scarafaggi per le strade o nelle aule fatiscenti dei centri per la carità, che di tanto in tanto si degnano di aprire i battenti.
Lo Skid Row è un campo di concentramento in cui tubercolosi e AIDS fanno il lavoro sporco, eliminando i più deboli, i più malnutriti, i più malati – scene di desolazione senza precedenti, un grattacielo crollato aperto in due come una grotta dentro cui vengono “ospitati” centinaia di barboni, stesi su brandine. Una sorta di ospedale da campo tra lucori arancioni di lampioni e neon morenti, carne umana che va frollandosi nel caldo losangelino mentre attorno lontani ma non troppo i ricchi si arroccano in assetto di autodifesa sulle colline dorate.
Ma questo non è un incubo lynchano, non sono le carpenteriane brigate della morte, lo Skid Row è un ghetto purulento dentro cui fermentano odori, umori, sapori, e il lezzo acre della sconfitta esistenziale.
Puttane senza denti vendono la loro fica malata, mentre un prete regala due dollari ai barboni in fila, file vorticose e composte come quelle per andare a vedere le partite dei Lakers o i funerali di Michael Jackson ma senza paillettes e lustrini– questa gente è morta, innegabilmente. Non importa il fatto che si muovano, che brancolino nel buio, che si disperino, che piangano, che maledicano il cielo cremisi al tramonto agitando i pugni scarnificati da coltellate e dalla denutrizione, sono morti che camminano, mandati avanti dalla mera fisiologia del capitalismo multinazionale.
Bush e Obama qui più che nomi sono semplicemente echi lontani, esotici, il clamore e le esultanze per il primo presidente di colore non hanno mai attecchito perché i fighetti che un tempo chiedevano la liberazione di Nelson Mandela ed oggi si compiacciono per l’elezione di Obama non osano mettere piede nello Skid Row – d’altronde la stessa polizia ha le sue difficoltà, e quando interviene lo fa in forze e col pugno di ferro. Il tasso di omicidi è altissimo, e si può essere ammazzati persino per i resti di un cheeseburger rinvenuti tra la spazzatura, ogni tanto il silenzio è interrotto dalle sirene delle ambulanze, qualche ferito, qualche collassato, qualche tossico in overdose, un matto corvo nero di eco artaudiana urlacchia le sue insopportabili verità gridandole in faccia al mondo – uno scatto impressionante di un tale che viene portato via schiumante in overdose dalla sua stanza dentro il Million Dollar Hotel, alla faccia di Bono e delle campagne stellari pro-Terzo Mondo.
Rockstar troppo impegnate a salvare il terzo mondo, si sono dimenticate che una appendice della miseria universale se la ritrovano sotto casa – questi uomini annientati, cioraniani inni distrutti alla deriva nel nero della notte, maledicono la loro condizione di cittadini americani, d’altronde chi mai crederebbe alla esistenza di questo piccolo inferno che ricorda Calcutta, Rio o le città peggio messe dell’Africa proprio a pochi chilometri da Malibu e da Hollywood ?
Si produce compassione su scala industriale per un etiope, per un senegalese, ma non certo per un americano – lo stesso Governo centrale americano preferirebbe farsi annientare piuttosto che ammettere il dramma senza fine e senza tempo che gli abitanti dello Skid Row sono chiamati a sperimentare sulla loro pelle scabbiosa.
Qui non entrano i turisti, i curiosi, gli approfondimenti di MTV, i Beach Boys e le epopee hippies sono disperse lungo eoni mai materializzati; un ecosistema sotto-urbano di lumpenproletariat finito, i rammendi, la tristezza, le crisi depressive che portano al suicidio tragico e cantato, voli post-pindarici dall’ultimo piano verso la liberazione del contatto con l’asfalto, poltiglie macilente di intestini srotolati mentre attorno vorticano gli zombies alla ricerca di un graal tossico.
Case del crack e scantinati per vene recise, probabilmente molti degli abitanti che la sera si riscaldano davanti abborracciate palizzate e falò cupibondi non sanno nemmeno come sia fatto il sole, escono solo di notte per bearsi dell’utero amorevole e nero della tenebra, per sfuggire ai lampeggianti blu e persino a coloro i quali dicono, a parole, di voler aiutare. Qui non esiste dignità che una certa quantità di denaro non possa infrangere, scalino più basso della gerarchia della prostituzione, volti rugosi, braccia incartapecorite, indumenti dozzinali e sporchi, nessuna sensualità, scopate vendute per barboni e clienti tagliati fuori dal circuito della prostituzione che conta.
Disneyland-Dachau sola andata – i liberatori si sono persi per strada questa volta, il loro paradiso evidentemente può attendere.Gli abitanti dello Skid Row, loro no.


lunedì 15 giugno 2009

Total BDSM


L’afa romana è stata testimone dell’ennesima bizzarria politico-sessuale, l’assalto al cielo portato dai praticanti di BDSM i quali evidentemente stufi delle discriminazioni subite nella società italiana si sono accodati alla comunità gay; senza forconi né baluginanti fiaccole, ma con più prosaici completi di cuoio addosso e frustini neri stretti in pugno i bdsmers hanno scalato la loro personale Bastiglia, in uno slancio assoluto di devozione ai principii egualitari del 1789 francese.
E’ da tempo che segnali sempre più nefandi ci arrivano dalla sedicente comunità dei praticanti di BDSM – convegni, workshop sul modello di quelli americani, tendenza all’associazionismo culturale e appunto rivendicativo, libri, saggi, attenzione che vira dall’aspetto sessuale a quello controculturale, una preoccupante caduta nel baratro del presunto antagonismo urbano per cui il BDSM diventa una trasgressione al vivere civile, borghese e stereotipato. Continuo a ritenere, come già faceva il R. Vaneigem de Il Libro dei Piaceri, che la trasgressione dei tabù sia il modello principale di reiterazione dello status quo capitalistico, valvola di sfogo facile e plastica per chi annoiato dalla routine potrebbe cominciare a pensare seriamente che non viviamo nel migliore dei mondi possibili – ed ecco allora l’anestetico dei sensi, la morfina dei genitali e delle sinapsi, non la pratica BDSM in sé quanto l’orripilante sovrastruttura intellettualistica che va insinuandosi al suo interno.
Hanno rivendicazioni da fare questi emuli nerovestiti del maggio francese - e se una volta al potere doveva salire l’immaginazione, adesso probabilmente ritengono più confacente allo spirito dei tempi il flogger; eccoci servite persino analisi psicosessualsociologiche di Abu Ghraib e delle torture CIA, il quoziente di liberazione sessuale della vittoria di Obama, e quindi la possibilità di evitare il ripetersi di quegli abusi polizieschi se la società accettasse ed abbracciasse le libere pratiche sessuali “alternative”. Ma se questa gente posasse per un attimo il libro, uno qualsiasi, di W. Reich e si concentrasse più acutamente sul senso interiore ed intrinseco delle pratiche BDSM capirebbe che spirito intellettuale ed idiozia quando parliamo di sesso vanno a braccetto; “molto spesso maschere di cuoio, fruste e attrezzi vari fanno apparire i praticanti di sadomaso assolutamente ridicoli se pensiamo che essi sono consenzienti” ha scritto Peter Sotos.
Non c’è dubbio che l’esibizione di una qualche consapevolezza politica sia un dolce nettare in grado di ripulire parecchie coscienze; non una liberazione verso e per l’esterno, ma una placida accettazione di se stessi perché si è intimamente troppo borghesi, troppo stupidi e troppo insicuri e si finisce per provare vergogna quando ci si confronta coi propri piaceri. Li si vive in modo colpevole, preferendo arricchirli ed abbellirli con formule politiche ed intellettuali che ci rendano meno “sporchi”.
Ed allora ecco scattare la rivendicazione sociale per potersi dire pienamente integrati e socialmente consapevoli pur se i sabati sera invece che a giocare a calcetto si va in qualche dungeon abbigliati come il Macina di “8mm-delitto a luci rosse”; e così nel paradiso carnale di muffe e lucori ambrati, tra gemiti, sussurri e grida, e nel fervore escatologico delle frustate e del dolore è tutto un susseguirsi (metaforico, ma nemmeno tanto...) di “salve ragioniere”, “buonasera avvocato”, spogliatoio, salette appartate e poi via, una volta fuori in giacca e cravatta, prole da educare, macchina e ferie agostane assieme al vicino di casa in qualche villaggio turistico Valtour.
L’integrazione sessuale significa normalizzazione, non normalità; accodarsi alle rivendicazioni sociali avrebbe un senso se esistesse un pericolo di criminalizzazione ed allora si decidesse in maniera organica di autotutelarsi per evitare la galera o la morte sociale. D’altronde i Gay Pride (oggi solo Pride) nascono da un episodio ben preciso e che con l’integrazione degli stili di vita ha poco a che vedere, se non addirittura nulla. E nemmeno possiamo dire che il BDSM sia un orientamento sessuale come lo è l’omosessualità; perché se lo fosse molti dovrebbero ammettere, ma sono certo non farebbe loro piacere, che il vero bdsmer sarebbe Peter Kurten o Ted Bundy e non un panciuto Master di Frosinone desideroso di sperimentare epifanie in cuoio.
Il BDSM è un gioco di matrice sessuale, può essere uno stile di vita ma non va oltre questo; altrimenti dovremmo rimetterci a considerare quelle quattro paroline che ne compongono l’acronimo ed interrogarci sul significato di masochismo e sadismo. Dovremmo prendere un Lawrence Bittaker, i suoi lussuriosi piaceri di dominio totale, tortura estrema e uccisione di teenager e confrontarlo con una qualche attempata casalinga che dopo aver martoriato la schiena del suo slave cambia tono e gli dice “caro non mi ero accorta che è così tardi, scendi a prendermi il pane”.
Il confronto non regge. Se esistesse al mondo un barlume di dignità nemmeno dovrebbe essere tentato. Ma evidentemente il senso della misura, che non è limitazione ma comprensione della propria natura (e che come tale potrebbe aiutare a godere molto di più), non abita più qui.
Ed ecco quindi le associazioni esponenziali di maritini a chiappe di fuori, e donnine in completi leather, le si vede accapigliarsi per la primogenitura dell’idea di creare una comunità, hanno uno statuto giuridicamente vincolante, degli organi di autocontrollo, forse pure di arbitrato…viene da chiedersi, ci sarà pure la necessità di registrazione del contratto master-slave? E in caso di inadempimento contrattuale quale sarà il foro competente? Qualche colpo di flogger in più rispetto a quanto pattuito determina l’insorgere di una responsabilità contrattuale o, nel caso si fosse solo alle prime timide scaramucce, di una responsabilità precontrattuale? Dai preliminari sessuali al preliminare del contratto…e la safe-word ha natura di negozio giuridico recettizio o meno ? Sono domande inquietanti che, ne sono certo, popoleranno le già molto popolose aule di giurisprudenza di una nuova stirpe di studenti. D’altronde non stupisce; chi studia legge già di suo non può che essere o un masochista o un sadico.
Queste associazioni cosa chiedono? Rispetto, evidentemente. Ma rispetto di cosa ? Si intende per rispetto il fatto che mia madre potrebbe andare in salumeria e tra due etti di salame e uno di fesa di tacchino mettersi a colloquiare amorevolmente di scudisciate con la sua vicina di fila senza che nessuno abbia da ridire ? Questa sarebbe la normalità tanto agognata ?
Anche perché oggettivamente non ricordo di retate contro sadomasochisti, omicidi di sadomasochisti e via dicendo (i problemi legati invece alla realizzazione di video e rivste si inseriscono nell’altro contesto della pornografia e della oscenità) – e il lamentarsi perché non si può parlare di nerbate e serate spese nei locali SM mentre si redige il bilancio consolidato in azienda scusatemi ma non mi sembra una grande conquista sociale, anzi mi pare piuttosto un modo per rendere il tutto più grigio, insipido, borghese. Un modo per gettare le perle ai porci.
La prima contestazione che viene mossa a questa mia impostazione è tipicamente egualitaria e progressista; tutti hanno diritto di sperimentare forme alternative di sessualità, quindi è giusto e lecito che se ne parli pubblicamente, che si sviluppi una comunità in grado di guidare passo passo chi si avvicina per la prima volta. Naturalmente questa impostazione potrebbe avere una sua qualche serietà se stessimo parlando di diritti fondamentali per la persona (ma nella mia prospettiva non esistono nemmeno quelli, come non esistono nemmeno i sedicenti diritti umani…rimando a tal proposito alla lettura di Indagine sui diritti dell'uomo di Stefano Vaj, per una piena confutazione della ridicola categoria dei diritti umani), non di piaceri sessuali (piaceri, non diritti !) che sono rigorosamente individuali; non avrei mai potuto pensare che l’ultima frontiera del progressismo sarebbe stata la collettivizzazione dell’orgasmo, difficile da pensare soprattutto perché stiamo parlando di sedicenti libertari.
Ma in fondo se il senso della comunità BDSM fosse solo quello di fornire consigli, confrontare esperienze, propiziare incontri sarebbe qualcosa di accettabile; il problema invece è proprio questa parvenza totalizzante di appartenenza ad un club giacobino. L’errore strutturale di questa impostazione sta nel fatto che il BDSM ha a che fare col potere; dato che questo termine evoca, soprattutto nel patetico mondo anglo-americano, ricordi legati ai regimi nazionalsocialisti e fascisti, si è preferito dar vita alla categorizzazione dello “scambio di potere”, qualcosa di più tollerabile e che soprattutto implica un orizzonte relazionale simmetrico. Non sia mai che un qualche afflato antropologico-negativo finisca per insinuare l’ombra delle relazioni asimmetriche in camera da letto; e poco importano paradossi hegeliani di servi che in realtà comandano e di squilibrio nelle relazioni perché qui in gioco è la rivendicazione della parità dei ruoli. Qualcosa di totalmente inaccettabile.
E se così ormai siamo ridotti a brancolare tra mute richieste di amore in una straniante versione BDSM della new age e delle favolette col principe azzurro, non ci è nemmeno dato lo spazio per controbattere o proporre visioni più confacenti all’etica del sadismo; perché i nuovi giacobini della frusta, nel solito impeto di manicheismo ideologico che sempre contraddistingue il giacobino, riconoscono dignità dialettica soltanto a chi la pensa come loro. Gli altri semplicemente non esistono e non meritano alcuna chance.
E così il moralismo si è impadronito del sotto-mondo BDSM, le casalinghe rinate come dominatrici criticano, condannano, mettono all’indice gli impuri, mentre i Master-Soloni sono lieti di ancorare le torture ai capezzoli all’emancipazione femminile e alle canne che si fumavano tra le aule universitarie nel 1968 – un nesso di continuità, di pensiero “libertario”, di trasgressione larvatamente politica, di eversione della comune sessualità eterosessuale, che nella loro (ottusa) ottica accomuna le esperienze del passato e le serate trascorse nei club sadomaso. E vorranno convincerci che il riferirsi alla slave con epiteti tipo “puttana”, “miserabile troia”, “cagna” è soltanto un articolato e complesso esercizio catartico che non mette in dubbio l’intrinseco valore della donna, non sia mai pure qui che qualche femminista dovesse incazzarsi.
La si chiama “cagna” ma in realtà si pensa che sia la migliore, la più brava, la più bella; questo comportamento ha un nome, autoinganno. Ai limiti dell’infantilismo compulsivo, non più gioco ma solo ipocrisia e illusione strettamente avvinghiate per definire un nuovo quadro di nullità. Il doppio volto kierkegaardiano raggiunge nuove vette.
Slave e Mistress che cercano l’amore, la relazione in pianta stabile, l’uomo della loro vita che alterni sapientemente coccole e caning, giustamente anche il matrimonio sadomaso, e l’adozione sadomaso col ciucciotto in leather – disgustoso, e ridicolo. Gli annunci da leggere in codice, ultra contro aenigma, ogni parola ne sottende un’altra, dominazione come blando surrogato dell’affetto, dimostrazione di considerazione mediante il dolore e la sofferenza; ma che senso ha? Alcuni rispondono, il piacere.
Già, ma quale piacere ? Seguendo la linea concettuale del sadomaso all’acqua di rose si arriva grosso modo al grado di piacere che si potrebbe avere dallo scambiarsi la moglie o la fidanzata, dalla normale relazione sessuale eterosessuale. Non pretendo di stabilire assoluti che siano validi per tutti, ma è evidente che non avendo deciso io che BDSM sia acronimo di Bondage Domination Sado-Masochism ed essendoci in questa sigla dei termini ben precisi che implicano alcune cose altrettanto precise direi con buona sicurezza che non sono io ad avere dei problemi. Si sarebbe potuto chiamare Amore Tenerezza Schiaffetti, forse sarebbe stato più confacente alle effettive richieste ed aspettative di molti “praticanti”.
Un cerchio di rigorosa idiozia – si rivendicano diritti, si ama il proprio dominante, si spera di mettere su famiglia con lui e di godere dei diritti rivendicati ed ottenuti. La famigliola sadomaso come specchio dei tempi. Aveva ragione Marx, "la storia tende a ripetersi, la prima v0lta è tragedia, la seconda farsa".

sabato 13 giugno 2009

Chiamata d'odio per i figli dello shock


Nella stagnante palude della letteratura horror capita di tanto in tanto qualche stella cadente capace di increspare le acque melmose e di agitare emozionalmente il cuore dei lettori – intendiamoci, molto spesso la fiction orrorifica ha una disgustosa consistenza di “favola morale”, ellittica, presuntuosa e pretenziosa, sequela strutturale di rassicuranti trovate messe su carta per convincere il probo cittadino medio che tutto va bene e che la gioia del quotidiano può essere sconvolta solo da mefitiche creature dell’occulto (le quali saranno comunque sconfitte).
Persino l’orrore del reale, le scatenate scorribande di sadismo e violenza dei serial killer, è stato ricondotto a miti consigli tra true crime e narrativa new horror; Robert Bloch, l’autore di Psycho, si domandava sconsolato “che cosa verrà fuori da questa gente convinta che La Notte dei Morti Viventi non sia abbastanza?”, la mia personale e modesta risposta all’angosciato quesito è proprio “non abbastanza”.
Infatti se ancora oggi stiamo a preoccuparci di libri-scandalo il cui quoziente di violenza è evidentemente plastico, artefatto, istupidito da convenzioni (sociali) e convenienze (commerciali), allora dovremmo concludere che la carnografia tremolante dello splatter prima e del mondo movie poi non sono serviti ad aprire gli occhi ed il senso estetico, ma se mai a chiuderli e sigillarli col cemento armato. Le eccezioni, per fortuna, non mancano, e di certo il fatto che arrivino inaspettate a battere piste non troppo frequentate conferisce un valore aggiunto, il valore dell’essersi sottratte all’inflazione.
Dio benedica l’avidità di qualche direttore editoriale italiano che ravanando gli scaffali metaforici delle proposte internazionali a metà degli anni novanta decise di importare in Italia quattro fenomenali e fondamentali antologie del nuovo horror contemporaneo – non mi starò a dilungare su nuovo horror, splatterpunk, dark fantasy e definizioni affini, come scrive Lansdale “io mi limito a scrivere e lascio che siano gli altri a definire ciò che scrivo”, ed in fondo la riconduzione di uno scritto ad un genere, ad una etichetta è operazione didascalica o di marketing commerciale, ben lontana dal presentare il minimo interesse.
La prima di queste antologie è PROFONDO HORROR, edita da Bompiani nel 1993 (la versione originale americana è del 1986…); si tratta della trasposizione a pizzaland di Cutting Edge, titolo decisamente più affine alle reali intenzioni del curatore, Dennis Etchison. Infatti, nel 1986, i limiti si stava cercando di abbatterli sul serio e molti scrittori non-mimetici avevano deciso, con esiti altalenanti, di frequentare abitualmente la lama del rasoio. Il tratto caratterizzante di Cutting Edge è la volontà precisa e deliberata di proporre una visione non scontata né stereotipica dell’horror; presupposto non marginale, la celebrazione della brutalità omicidiaria e una conseguente attenzione morbosa alla violazione della anatomia umana. Un sociologo potrebbe leggerci dietro una qualche metafora di reazione contro il Reaganismo imperante e contro l’edonismo di quegli anni, ma dato che io non sono un sociologo queste conclusioni traetevele da soli se lo volete e se lo ritenete di qualche importanza.
Il libro è diviso in 4 sezioni, “tutto ritorna”, “stanno venendo per te”, “alla luce dei fari”, “continuando a morire”, per un totale di 20 racconti la cui qualità media si situa decisamente sopra la media, sfiorando in alcuni casi l’assoluta eccellenza; uno di questi casi è rappresentato dallo straordinario “musica registrata per squartamenti artistici” di Mark Laidlaw, e trovo sia al tempo stesso paradossale e rivelatorio notare come Laidlaw NON sia uno scrittore horror ma bensì uno dei più promettenti esponenti del post-cyberpunk, autore del grottesco e magistrale affresco post-nucleare di UNA FAMIGLIA NUCLEARE. Il racconto presente nell’antologia è irriverente, brutale, sanguinolento e cinicamente umoristico, una piccola depravata gemma letteraria Altro racconto da segnalare è lo splendido “Irrelatività”, di Nicholas Royle; se amate le atmosfere ballardiane di straniante critica sociale, procuratevi il suo SMEMBRAMENTI pubblicato da Einaudi qualche anno fa. “Irrelatività” invece è un breve racconto di atmosfere cupe e meditabonde, che parte come un divertissement ballardiano per finire in un (onirico) bagno di sangue alla Hostel. E menzione al merito per “addio, oscuro amore”, di Roberta Lannes; il brevissimo scritto, quasi una sorta di allegorico schizzo, riesce a convogliare in poche pagine un crescendo delirante di abuso familiare, sadismo, incesto, omicidio e necrofilia.
Antologia che fece epoca, e poco scandalo in Italia ma tanto negli USA, è EROTIC HORROR, Bompiani 1994; altro titolo fuorviante, visto che l’originale è Hot Blood. In realtà la Bompiani in questo caso decise di realizzare una sorta di collettanea segando i tre volumi originali (Hot Blood, Hotter Blood e Hottest Blood) ed assemblando una sorta di “best of”.
Qui il livello medio dei 18 racconti sfiora il sublime. Personalmente ritengo che chi segue Halogen, e quindi per mia pura presunzione di sapere qualcosa dei gusti di chi legge, troverà delizioso “La Vasca” di Richard Laymon; Laymon è un autore horror prematuramente scomparso che si merita un autonomo articolo monografico, vista la eccellente qualità della sua produzione (racconti e romanzi). Ma intanto, posso dire che se avete presente “Il Gioco di Gerald” di King, bè l’idea è quella ma Laymon la sintetizza, la rende mille volte più efficace e lasciva, e accorpa in 20 pagine tanto sangue quanto King non sarebbe in grado di mettere in 20 libri. Una scrittura scarna, essenziale, incisiva, che in alcuni punti fa davvero male.
Altro autore a distinguersi è l’incostante Robert McCammon, col suo “L’aggeggio”; incostante perché mentre nel racconto breve è un autentico genio, nei romanzi diventa pedante, noioso e derivativo ai limiti del plagio (prevalentemente nei confronti dei libri di King). Ad ogni modo “l’aggeggio” ci presenta un vizioso e aristocratico degenerato alle prese con vizi privati che farebbero impallidire Albert Fish…
Come si evince dal titolo dell’antologia, il filo conduttore è il sesso; a volte descritto nei canoni dell’erotismo, in altri casi andandoci giù in stile pornografico. Da un lato il sorprendente “Carnaio” del duo Skipp-Spector, i fondatori dello splatterpunk, una breve ed euforica discesa nel sesso promiscuo da bar visto da una angolazione quasi filosofica, dall’altro “è bello trovare un uomo duro” farsa necropornografica decisamente incisiva e divertente (divertente se avete un senso dell’umorismo virato al nero…).
Capolavoro nel suo insieme è IL LIBRO DEI MORTI VIVENTI, curata da John Skipp e Craig Spector e ad oggi ritenuta l’antologia fondamentale, e fondante, dello splatterpunk; pubblicata in Italia sempre da Bompiani nel 1995 (l’originale Book of the Dead è del 1989) consiste di 16 racconti (TUTTI davvero meritevoli), l’introduzione dei curatori e una prefazione di George Romero a cui il libro, per ovvi motivi, è dedicato. Il tema dell’antologia è quello dei morti viventi, anzi; i morti viventi per come ci sono stati mostrati da Romero nei suoi film, quindi istupiditi, brutali, cannibali e scatenati in contesti sociali impazziti e alla deriva. Volendo scegliere i “migliori”, a gusto ovviamente personale, da citare ancora una volta Richard Laymon col suo celebre e allucinante “La Mensa”, non proprio il genere di racconto che il fan medio dell’horror era abituato a leggere nel 1989 (o in Italia nel 1995…ma probabilmente con poche eccezioni, in Italia ancora non si è abituati); vivida e dettagliata storia di un serial killer, Il Mietitore, che rapisce le sue vittime, le porta in una radura e le tortura a morte lasciando poi i resti umani a disposizione di avvoltoi e animali selvatici…fino a quando non troverà la sua giusta “punizione”ad opera di alcuni zombie. Si segnalano anche “Mangiami” di McCammon e “Sassofono” di Royle, che costituisce il nucleo embrionale attorno cui poi avrebbe sviluppato Smembramenti; ma le due perle dell’antologia sono senza tema di smentita il delirante “Vermone e i figli di Jerry” di David J. Show (uno degli autori più interessanti del nuovo horror, oltre che uno dei meno pubblicati in Italia…di suo si trovano solo racconti nelle antologie Newton Compton…) e l’eccelso “nel deserto cadillac coi morti” di Joe Lansdale.
Per finire, LO SCHERMO DELL’INCUBO (titolo originale; Silver Scream, edita nel 1988 negli USA), curata proprio da David J. Show e importata in Italia da Einaudi soltanto nel 1998, sull’onda dell’entusiasmo collettivo per i “cannibali” nostrani – ma ringraziando iddio la Einaudi ci ha risparmiato in questo caso una introduzione o una post-fazione di Ammaniti, cosa che purtroppo non ci ha risparmiato nel caso de LA NOTTE DEL DRIVE-IN di Lansdale ahimè…
Lo Schermo dell’Incubo, come lascia agevolmente intuire il titolo, è una antologia concernente il cinema; nel suo senso fisico di cinema come posto dove vedere film oppure nel senso di arte. Gli autori presenti, da Clive Barker a Karl Edward Wagner (assolutamente fenomenale il suo “Abuso”, viaggio accurato nell’abisso della pornografia clandestina, roba da far relegare in un cantuccio per la vergogna “8mm-delitto a luci rosse”) passando per Joe Lansdale (col celebrato e brutale “La notte che persero il film horror”, apologo delirante e nichilistico con supreme vette di razzismo, misoginia e ironia ultravioletta) e Ray Garton col suo “Voglia di cinema” satira feroce e dai toni swiftiani contro gli avventisti del settimo giorno, ce la mettono davvero tutta per rendere meno serena la serata dei lettori.

domenica 7 giugno 2009

L'ultima casa a sinistra (2009)


E' possibile rivedere radicalmente il proprio giudizio su di un film nell'arco di due giorni ? A me è successo, proprio con il remake di The Last House on the Left - ringraziando il cielo il neonato film festival di Ostia mi ha permesso di vedermelo due volte, gratis, in anteprima (ho visto pure il secondo capitolo della saga di Ken il Guerriero e su quello invece stendiamo un velo pietoso), lasciando spazio sia alle impressioni negative sia a quelle positive.
Soltanto che poi sul lungo periodo a prevalere sono state queste ultime.
Come noto si tratta del remake del capolavoro di Wes Craven, diretto nel 1972, sordida storia di abuso omicida, misoginia estrema e delinquenza allo stato brado, in cui una banda di spietati criminali dopo aver propiziato l'evasione di uno di loro si imbatte, non proprio per caso, in due liceali alla ricerca di qualche emozione forte in città - e che invece nella migliore tradizione dei film di umiliazione/riscatto/vendetta, a partire da La Fontana della Vergine che è la "matrice" di questo sotto-genere, finiranno nelle grinfie dei perfidi delinquenti, i quali non troveranno di meglio che abusarle, rapirle, ed infine torturarle a morte, con tanto di scatenata e selvaggia fuga tra i boschi.
Il remake è prodotto dallo stesso Craven, il che implica un esplicito placet alla regia di Iliadis - quello che inizialmente, e forse devo dire pregiudizialmente, non mi era piaciuto era il tono più solare e meno morboso rispetto all'allucinato tono cupo dell'originale. Infatti nella versione del 1972, la discesa in città era stata più plumbea, la città stessa era decisamente più degradata, oscura, lercia, ed il contrasto con la festa di compleanno iniziale, il giochino psicologico con la polizia, era stato una manna dal cielo per malati mentali come il sottoscritto. Qui invece si ha il timore di una virata verso lo slasher movie...
Ma se un merito va ascritto ad Iliadis è proprio quello di aver evitato qualunque sterzata in tal senso - pur riaggiornato e ricontestualizzato, e leggermente ripulito (si veda la figura del ragazzino, che nell'originale non era il "redento" che qui invece appare e che addirittura si salva - o anche il destino di Mari...), il film mantiene un carico di eccellente crudeltà, a partire dalle sequenze iniziali e dalle foto delle bambine mostrate, in uno slancio di puro sadismo, al poliziotto morente.
Un appunto negativo è la mancanza della preordinazione omicidiaria del padre di Mari - nel film originale la sua vendetta è fredda, lucida e pianificata (vedasi ad esempio il congegno elettrico), mentre qui è più azione di impulso e strettamente legata alla sopravvivenza. Un margine di brutale violenza cinica e fredda resta soltanto nel modo in cui uccide Krug.
Va inoltre dato atto al regista di aver mantenuto un carico di violenza notevole, certamente eccedente i ridicoli parametri yankee - ma se possibile, dove si eccelle è la scena dello stupro, dove l'abuso è mostrato senza particolari sconti allo spettatore e il volto umiliato, angosciato, piangente, sporco di terriccio e muschio della ragazza è un colpo duro per chi è magari cresciuto soltanto con i pupazzetti degli slasher. La morte del primo bandito poi è un piccolo tripudio di carnografia omicidiaria, il momento della verità per i genitori disperati - in cui nasce un nuovo padre, non più timoroso o spaventato ma follemente determinato a spazzare via gli intrusi.
E la settimana prossima è la volta di MARTYRS...

sabato 30 maggio 2009

La solitudine dello spazio; le fotografie di James Casebere









Di ritorno da una placida giornata in casa editrice, e dopo essermi fermato da Mondo Bizzarro a parlare e consigliare libri, proprio a pochi metri da lì in compagnia del Gabriels ecco la minuscola galleria Traghetto con in esposizione una collettiva sugli spazi desolati - e tra queste foto un magistrale scatto di Jamese Casebere, grandissimo fotografo statunitense (classe 1953) nato nel Michigan ed attualmente residente a New York dove vive con la moglie e con la figlia.
Il paradosso di quella epifania pre-estiva raggiunge vette inesplorate se si pensa che il Gabriels mi stava parlando del suo ultimo acquisto librario, Il Trattato di Ontologia di Constantin Noica (filosofo rumeno amico di Cioran e di Eliade, con un passato di simpatizzante per il Movimento Legionario di Codreanu, assassinato dalla polizia segreta rumena nel 1987) - l'essere alla prova di spazi desolati. Perchè nelle opere di Casebere di esseri non se ne trovano; ci sono soltanto ampie traslucide e a volte cupe distese di mattoni, ventri di chiese franate, loft abbandonati nel centro di qualche innominata ed anonima città.
L'utilizzo della luce che il fotografo americano fa è stupefacente; conferisce un maggiore tasso di solitudine e di autismo della immagine, una sorta di dedalo concentrico di solitudini attraverso cui l'occhio di chi osserva si perde.
Queste foto dovrebbero essere guardate al buio, nel riverbero tremolante di un neon, con in sottofondo i magmatici e abissali drone di un Lustmord, di un Raan, di un Raison d'Etre, rifrazioni rumorose e sinuose che danzano sui profili cristallini degli scatti. Nell'universo-mondo di Casebere, contestualizzato adeguatamente all'epoca industriale, si supera persino il pessimismo purpureo di Caspar Friedrich; puntini di carne dispersi nel maesltrom della Natura e del Cosmo, disperatamente attaccati alla realtà fattuale. Nelle foto di Casebere invece scompare qualuque pretesa di organico, e a dominare è la tirannia del sintetico, la solitudine dei sentimenti.
Un giardino di specchi e di vetri infranti.
Ma se un azzardato paragone vogliamo tracciare tra Noica e Casebere è la comune critica alla ontologia; a furia di parlare di essere, l'essere è scomparso. E se in Noica la ricerca diventa funzionalmente interrelata al basso, e dal basso deve procedere, in Casebere l'assenza diventa la testimonianza più cupa ed insondabile del grido disperato di chi ha visto evaporare l'uomo.

domenica 3 maggio 2009

Phallusifer - black metal e porno


Il vecchio quesito; quale musica utilizzereste da colonna sonora per le vostre prestazioni sessuali ? è uno dei vecchi topoi della scena sex-oriented. Dai tardoni BDSM alla ricerca di una incomprensibile musica fetish alle variazioni ambientali di scuola Brian Eno, passando per precedenti esperimenti pornografici come le serie realizzate dalla Vivid di Matt Zane, nelle quali facevano bella mostra musicisti della scena new-metal yankee.
D'altronde il binomio pornografia & rock affonda le sue radici nella notte dei tempi (bè limitatamente alla esistenza storica del rock), ma nonostante questa quasi ontologica sinergia i risultati sono sempre stati scarsini e deludenti - poca fantasia, poca inventiva, poca voglia di rischiare e di realizzare un prodotto che sapesse coniugare esigenze di mercato e una qualche idea intelligente. Spesso speriamo che sia l'underground a tirar fuori il metaforico coniglio dal cilindro, salvandoci dalla cappa di livellante grigiore in cui si dibattono le arti - ma altrettanto spesso le peggiori boiate emergono proprio dall'underground.
PHALLUSIFER nasce da una idea a modo suo intrigante; prendere uno dei generi musicali più misantropici ed "elitari" in circolazione e combinare questa premessa con una sessualità decadente, morbosa e violenta, realizzando un film porno lontano anni luce dalla scuola americana. Fiordi norvegesi, dungeon tedeschi, chiese bruciate, omicidi, sangue, lodi a Satana in luogo del sole californiano, delle magliette hawaiane, delle vans ai piedi e delle siliconate starlette della San Fernando Valley.
Il problema è che questo film prodotto dalla Karnal Productions manca clamorosamente qualunque promessa - sessualmente parlando cosa potremmo aspettarci da emuli di Burzum, Darkthrone, Watain e compagnia cantante? Violenza, brutalità, sopraffazione...manco per niente! Il film scorre via come un pessimo amatoriale in maschera, con riprese tecnicamente discutibili e un ambiente/arredamento che è quanto di meno black metal si possa immaginare.
Uno si sarebbe atteso una cavalcata di matrice SM, ed invece salta fuori la scopata sbronza del fine settimana...ah, ma nel nome di Satana. Allora è tutto a posto.

Rape-Lay il gioco dello stupro


L'ultimo "passatempo" proveniente dal Giappone: il giocatore deve stuprare la prima ragazza minorenne che incontra, le sue due sorelle e, infine, anche la madre. Tra urla, pianti, lividi e abiti strappati. E c'è pure chi dice che è educativo
A proposito di "rape" c'è la storia per certi aspetti divertente di quel cuoco italiano che andò su Google a cercare ricette a base di questo ortaggio e trovò soltanto siti porno sulle violenze sessuali. Rape infatti in inglese vuol dire stupro. Meno divertente è la notizia di un videogame giapponese. Si chiama Rapelay (mix di rape e replay, ovvero stupro ripetuto).
Il protagonista è un maniaco con l'obiettivo di stuprare la prima ragazza minorenne che incontra, le sue due sorelle e, infine, anche la madre. La scena del videogioco hentai si apre in una stazione della metropolitana. Bisogna precisare che in Giappone le molestie all'interno della metropolitana sono all'ordine del giorno. Tornando al gioco, una ragazza giovane e formosa (oltre la realtà) aspetta il metrò e osserva il giocatore il quale, usando i comandi, le si avvicina, la palpa, la sveste, la molesta e infine la stupra. Il tutto tra urla, pianti e lamenti. Le scene sono molto realistiche e in alcuni casi anche molto crude e spinte.
Il "gioco" è stato creato dalla Illusion, una società di Yokohama, che lo ha lanciato nel 2006. Inizialmente era destinato al solo mercato nipponico, ma grazie al web è riuscito a varcare i confini e ora è in vendita su Amazon e eBay. Nemmeno le proteste di associazioni in Usa e Regno Unito sono riuscite a farlo bandire dai due celebri siti. Ma c'è anche chi difende il videogame, sostenendo che - trattandosi di una simulazione - potrebbe salvare numerose potenziali vittime da violenze reali. L'argomento ha scatenato il dibattito su blog e forum e qualcuno sostiene che una certa funzione preventiva il gioco potrebbe averla, se a giocare fossero le ragazzine che potrebbero fare il gioco al contrario, cercando di evitare le molestie.

venerdì 1 maggio 2009

Pamoja Mtaani - l'AIDS diventa videogame


Per sensibilizzare sulla Sindrome da ImmunoDeficienza Acquisita in Kenia, Warner Bros Interactive ha creato un videogame appositamente sviluppato per il paese.
Si tratta di un multiplayer gratuito, reso disponibile nei centri di gioventù di Nairobi, la capitale del Kenya. Intitolato Pamoja Mtaani (" Insieme nel quartiere"), il titolo segue la storia di cinque sconosciuti che hanno ciascuno perso un particolare oggetto. I giocatori attraverseranno molte zone dell'Africa cercando tali oggetti e aiuteranno una donna ferita durante il corso delle loro avventure. Nel proseguire della trama i giocatori faranno fronte a molte situazioni, missioni e mini-giochi in grado di farli riflettere sul comportamento da adottare anche nella vita reale (uno degli scopi è "cambiare il proprio atteggiamento sessuale"). Lo sviluppo di Pamoja Mtaani è stato affidato a Virtual Heroes, studio specializzato in questa tipologia di titoli.
Una curiosità; uno dei personaggi si chiama Lady D...