venerdì 26 dicembre 2008

HALOGEN - newsletter


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mercoledì 24 dicembre 2008

Bruce Benderson - psicogeografia del Sesso





Pochi scrittori sono in grado di riprodurre l'insostenibile peso della realtà senza indulgere in artificiosi e plastificati giochetti di mimesi puramente simbolica.
Uno di questi è certamente Bruce Benderson.
Il suo primo libro di fiction (il termine fiction deve comunque essere inteso col beneficio di inventario) , PRETENDING TO SAY NO ( Plume, 1990 ) riprende e ricontestualizza il tema topico, qualcuno potrebbe dire l’ossessione urgente e viscerale, che muove l’intera poetica bendersoniana; una analisi sotterranea, vissuta in prima persona della scena sex-oriented di Times Square, in quella indefinibile età di mezzo che scorre tra i gloriosi anni ruggenti della Piazza e la sua decadenza, sormontata tristemente dall’ombra sinistra della giulianizzazione. Un circo di pailletes e lustrini e transessuali e ragazzi di vita che sbarcano il lunario nei club o nei dungeon sadomaso o i cinema porno i cui bagni si trasformano in furibonde scorribande di sesso orale.
Anche l’altra raccolta di brevi racconti , USER ( Dutton/Plume, 1994 ), non si discosta da questo standard; è la storia di Apollo uno spogliarellista ragazzo di vita, oppresso da una situazione finanziaria terribile, caduto nel vortice della tossicodipendenza , che si trova ad attaccare fisicamente e uccidere il suo ex amante, ora riciclatosi come buttafuori nel locale dove lo stesso Apollo lavoro. Si tratta di un atto di indipendenza totale che getta luce, attraverso una serie di flashbacks innestati ad arte, sull’oscuro e perverso mondo degli strip bar e dei cinema porno omosex. A questo punto entra in scena un curioso poliziotto, Pargero, sentimentalmente legato ad alcuni transessuali che lavorano in zona . E in cerca di Apollo è anche il quattordicenne figlio della vittima, un ragazzino genio della matematica che vive nel terminal degli autobus. Apollo, sconvolto e solo, cerca un riparo e si rifugia a casa di un amico, un anonimo gay bianco che sta morendo di AIDS.
Anche in USER, nonostante il tono fictional e l’utilizzo di nomi classicheggianti che rimandano alle tragedie shakespeariane, l’ambiente è quello che Benderson ama e di cui si circonda, gli odori, gli umori, la fauna, la pornografia, la desolazione, le insegne neon, le luci rosse, il crack, l’eroina, le contrattazioni furtive nei sottoscala.
Non e’ un caso che la sua prima opera in assoluto , tra il saggistico e il biografico, sia il testo UNITED STATES OF TIMES SQUARE ( Red Dust Inc. , 1987 ) .A proposito del suo viaggio nel sotto-mondo deviante di Times Square , che lo ha portato non a caso ad essere definito “Il Poeta del Sotto-Mondo“, Benderson dichiara : “E’ una situazione che presenta due grandi e distinti livelli di pericolo. Io sono un borghese, vengo infatti da un background culturale e sociale di classe media, che ha tentato di entrare nei meccanismi della strada. Più tempo me ne tengo in disparte, più divento un vizioso voyeur. Ma più mi immergo, più finisco con l’essere un partecipante attivo . Ed è così che col passare del tempo la mia scrittura diventa sempre più mimetica, più vera, più schiettamente legata a dati di fatto e vicende. C‘è da dire che ad un certo punto te ne senti così partecipe che tutto ciò che scrivi diventa una ripetizione del vivere, e quella è una realtà di sesso promiscuo, droga, cambiamenti repentini e costanti e attivita’ criminali. Ho dovuto reggere un bilanciamento tra il mantenere il mio pericoloso status di voyeur e quello di partecipante, affinchè la mia scrittura potesse mantenere un intrinseco valore e fosse così libidinosa ed eccitante. Me ne sono stato là, costantemente a picco sul precipizio. Durante le mie esplorazioni mi sono trovato a flirtare amorevolmente con ogni forma di degrado e di pericolo ed ad un certo punto non lo facevo più per avere materiali di cui scrivere, ma solo perchè ciò mi eccitava tremendamente. Posso dire che il dover scrivere il libro mi ha salvato, perchè mi ha riportato alla luce. Altrimenti sarebbe finita davvero male. “
Ma Benderson non è un esploratore urbano animato da pruderie moralistica. Come dice lui stesso, è un partecipante attivo.
Che vive e gode di ciò che scrive.
Dice Benderson : “ non c’è dubbio che fare sesso gay con un macho ponga quest’uomo in una situazione di grande confusione, che può tradursi in depressione e crisi da risveglio, quando la mattina seguente il sesso ci si sveglia e ci si rende conto che si è dormito con un uomo. Ad ogni modo, io cerco di metterli a loro agio, di farli sentire speciali “ e a chi gli contesta che cercare di irretire un eterosessuale sia un esercizio morboso da omosessuale profondamente irrisolto, lui replica “ Il sesso non ha nulla a che fare con la politica, non è qualcosa che devi razionalizzare, è solo qualcosa che succede “.
La vita dell’esploratore urbano, che ha deciso di apprendere dalle concrete esperienze di vita e di letto, si pone fuori dai canoni usuali di rispettabilità sociale.
Nel suo saggio SEXE ET SOLITUDE ( RIVAGES, 2001 ) , pubblicato solamente in Francia, paese dove la sua opera è apprezzata e dibattuta, Benderson si confronta con il senso di profonda solitudine e di alienazione che circonda e pervade il sesso nell’epoca contemporanea, analizzando gli incontri casuali, il sesso virtuale, le relazioni che sfumano tra i canali digitali, il consumo di pornografia, i club privati dentro cui omosessuali di ogni età e nazione decostruiscono le loro identità a vantaggio degli altri.
Un discorso che Benderson aveva già affrontato, ma in prospettiva parzialmente differente in TOWARD THE NEW DEGENERACY (Edgewise Press, 1997 ), un saggio in cui ad essere presi in considerazione erano i tabù, i dogmi ed i parametri su cui viene innestato il bisogno sessuale ed in cui l’autore arrivava alla conclusione che l’Underground, concepito come spazio di libertà e nicchia di agibilità per idee fuori dagli schemi, non è altro che una spinta dell’immaginario sessuale dei giovani.Benderson è inoltre estremamente preciso nell’identificare il sesso come una precisa scelta personale, lontana da qualunque connotazione collettiva o politicizzata ; “ Non riesco a capire queste polemiche sul barebacking ( sesso non protetto ). E’ una scelta individuale. Il concetto di identità personale/sessuale potrebbe essere considerata tematica politica, ma l’attività sessuale assolutamente no. Ogni tentativo di politicizzare il sesso si risolve quasi sempre in una forma di controllo, cosa che io rifiuto e rigetto. Supporto il diritto di chiunque, di chi vuole avere solo sesso protetto, di chi vuol fare barebacking, di chi sceglie di far sesso protetto in alcuni casi e non protetto in altri, di chi sceglie sempre gli stessi partner, persino di chi non vuol fare sesso. La lotta politica abbinata al sesso dovrebbe mirare esclusivamente alla liberazione dai dogmi. La mia vita sessuale è dettata da certi ritmi e motivazioni ben precise, io adoro la compagnia, la condivisione, detesto la solitudine. E devo dire che preferisco prolungare la mia esistenza, così utilizzo certe precauzioni, anche se il sesso ad un certo punto è sempre pericoloso, perche’ i preservativi si rompono, i corpi si feriscono, e molte azioni vanno aldilà di quanto si era preventivato. Ma i rischi connessi al sesso valgono la pena di essere corsi “.
Ogni rischio vale la pena di essere corso, se ci può portare in dono nuovi piaceri.
Il viaggio di Benderson parte da Times Square, zona psico-geografica trasformata in ombelico del mondo.
“ Per tutto il tempo dei miei prolungati soggiorni a Times Square, ho seguito uno standard prestabilito che iniziava in un bar popolato da ragazzi di vita, dentro cui rifarsi gli occhi e bere un drink, per poi spostare il culo in un bar divenuto tempio non ufficiale dei Machoes Latini, poi un giretto da Blarney Stone, quattro chiacchiere e non solo con divertenti gay di colore, qualche minuto in un drag club chiamato LA FIESTA, per poi terminare la giornata in un locale specializzato in Afterhours e parties decisamente meravigliosi, dentro cui puoi ancora ammirare gli interni e le scale di quando era una abitazione privata. Il fondatore del Club, il leggendario SALLY è morto di AIDS, due anni fa. A volte lo potevi vedere vestito in abiti femminili, generalmente in occasioni speciali, come poteva essere il suo compleanno, ma il più del tempo lo trascorreva a cantare in playback successi di Frank Sinatra o di Tom Jones, in pieno stile Las Vegas. Un club di taglio decisasamente metropolitano, ma con una atmosfera da paese. Una stretta comunità di persone attratte dagli stessi gusti ma provenienti da background culturali, sociali, etnici totalmente differenti. In un primo tempo sono rimasto colpito da quanto poco esso sembri un classico locale gay, nel senso tipico che siamo soliti assegnare al termine. C’è una diversificazione tra ragazzi e bambole en travesti che sembra riecheggiare una relazione simbiotica con il mondo eterosessuale.
Non troppo lontano da SALLY, sorgeva un dungeon gestito da una mia amica, una casa per dominatrici ben liete di dare una drizzatina alle schiene e ai sofisticati gusti sadomasochitici di rispettabili uomini d’ affari. A volte mi capitava di bere un drink nell’ufficio della mia amica, mentre sentivo filtrare dalle mura le urla e i singhiozzi rochi misti di dolore e piacere “ ( LOSING TIMES SQUARE ).
Il doloroso tramonto della piazza e di ciò che attorno ad essa viveva porta Benderson ad estendere la prospettiva della sua opera ad un contesto internazionale.
Nel suo romanzo-resoconto-diario di bordo THE ROMANIAN ( pubblicato dal sito internet NERVE ) assistiamo all’incontro tra lo scrittore ed un debosciato ragazzo di strada rumeno, in una ambientazione foscamente urbana. L’opera è descritta dallo stesso Benderson come “ la storia assolutamente vera di una liason omosex che è avvenuta in Romania, un paese in cui l’omosessualità è considerata un reato. E’ naturalmente anche il drammatico incontro tra le voglie di un bohemienne americano ed un morto di fame est europeo. In un certo senso fornisce un particolare punto di vista eterosessuale su questi peccatucci omosessuali, dato che il Rumeno fa sesso usualmente con molte donne. Ogni singola pagina del testo si riferisce ad avvenimenti realmente accaduti “.
Lo scrittore gira il mondo, compara le sue esperienze personali, ne traccia un ideale bilancio, capisce e descrive le peculiari idiosincrasie, gli interessi, i gusti, le esigenze, che variano a seconda delle latitudini e delle longitudini, fino a consegnarci un quadro generale degno di un Chatwin della pornografia e della corporeità sessuale.
E facendoci capire che i limiti, quelli sì, devono rimanere chiusi nelle nostre teste.

sabato 13 dicembre 2008

La Pornografia e i suoi Nemici


Pochi probabilmente sanno che il termine "pornografia" nasce da un esperimento sociale, il censimento delle prostitute parigine alla fine degli anni sessanta del 1700; incaricato, un romanziere dissoluto e libertino, Restif de la Bretonne, il quale nel corso della sua vita pubblicò un consistente numero di romanzi di taglio erotico, arrivando ad essere considerato un anti-Sade, almeno nei lineamenti nodali del suo modo di concepire il Libertino, nel famoso L'anti-Justine.
Il povero de la Bretonne però fece subito una scoperta in grado di far tremare i polsi al più scaltro dei sociologi contemporanei; le giovanette inurbatesi a Parigi per svolgere il mestiere di cortigiana erano più di 20.000, un numero tale che impediva una catalogazione meticolosa. Allora, senza perdersi d'animo, l'autore optò per altra soluzione; selezionare un campione indicativo delle varie categorie di prostitute ed intervistarle con dovizia di particolari, per farsi una idea di cosa le avesse spinte a prostituirsi, quali fossero le loro aspirazioni e speranze, come trascorressero la loro esistenza parigina.
Dovendo trovare un titolo a questa curiosa indagine, de la Bretonne pensò al verbo greco "pernanai", scrivere di prostitute, uno dei verbi più controversi di ogni tempo visto che può al tempo stesso indicare una para-letteratura di pronto consumo e anche una narrativa erotica volta a sublimare i piaceri sessuali, nascondendoli tra le righe di inesauste descrizioni di amplessi; l'aspetto più divertente, e paradossale, di questa vicenda è che ad oggi la pornografia è considerata una forma esplicita di reificazione, di riduzione in schiavitù, un mondo laido, cinico ed abietto, spinto e governato da abominevoli disvalori più legati al mondo rovesciato e luciferino di Sade che del povero, criptohippie Restiffe. Infatti per l'autore de "Il Pornografo" (1769, oggi pubblicato da ES) l'atto sessuale e il libertino dovevano essere considerati dei gaudenti propugnatori di una rivoluzione sessuale ante-litteram, una sessualità positiva con tanto di parità tra i sessi nel godimento, capovolgendo l'assunto della mitologia greca fatto proprio da Tiresia secondo cui la donna godrebbe di più (e da cui originerebbe lo sfruttamento simbolico dell'uomo, invidioso di questa rendita di posizione).
La pornografia oggi è una industria, non più un genere; i tempi del povero de la Bretonne sono lontani, dispersi tra le nebbie del mutamento sociale. Non esiste una letteratura pornografica, al massimo pessimi romanzi erotici scritti in fretta, stilisticamente sciatti, frutto di una fretta compositiva che non lascia intendere nulla di buono; probabilmente l'ingresso della immagine, come segno, nel novero del godimento sessuale ha amplificato ed accelerato l'immagine di costruire pornografia per immagini. Senza mediazioni, senza forma alcuna di comunicazione indiretta, quale quella sussunta nel dato narrativo.
"La pornografia e i suoi nemici" (Il Saggiatore), titolo di questo articolo, non è una mia creazione; è un libro dello storico Pietro Adamo, un prezioso volume che ripercorre la fenomenologia della censura anti-porno. In vari articolati capitoli, Adamo ripropone e analizza i preconcetti anti-porno più diffusi, da quelli strettamente moralisti a quelli femministi (anche se il discorso del femminismo sul porno è estremamente complesso, visto che negli ultimi decenni è emerso un fronte femminista pro-porno, vedasi le opere di Nadine Strossen), i quali possono genericamente essere accorpati sotto la radice comune della isteria; il porno è accusato di produrre le più rilevanti distonie sociali, di mercificare la donna, di produrre in serie potenziali stupratori, di essere un mondo laido, popolato di magnaccia in potenza, di creare una visione distorta della sessualità.
Premesso che da questo punto di vista sono assai probabilmente il peggior difensore del porno che si possa trovare in circolazione visto che io trovo davvero eccitante l'idea che la pornografia distrugga la dignità e reifichi, devo dire che qui il discorso è diverso; il mio personale concetto di pornografia, sotosiano e sadiano fino allo stremo, si nutre di altre suggestioni, è una forma di varco percettivo nell'insostenibile peso della realtà, qualcosa di molto diverso rispetto alla pornografia comune che siamo soliti fruire. Come dice Jim Goad, "mostratemi pornografia davvero disgustosa e che umili le donne ed io la comprerò"; esatto, un avvocato non mi chiamerebbe in aula a testimoniare a favore del porno.
Ma la questione è altra; il porno produce serial killer ? Quando Ted Bundy, in una delle sue ultime deposizioni poco prima di essere fritto sulla sedia elettrica, arrivò ad incolpare di tutte le sue nefandezze il consumo di pornografia estrema, qualcuno davvero potrebbe credere che a spingere il buon Ted a fracassare qualche cranio di universitaria siano state immagini di scopate su carta o in video ? Come hanno ammesso tutti i criminologi che si sono occupati del caso, si è trattato solo di un patetico tentativo di rendersi amici i potentati cristiani in attesa di una (improbabile) grazia elargita dal Governatore.
Quanti stupratori sono prodotti dalla pornografia? Virtualmente nessuno, anzi è probabile ritenere che il porno, come surrogato di una sessualità anche bizzarra, prevenga, esattamente come la prostituzione, dalla commissione di comportamenti patologici. Non a caso, i più feroci crociati anti-porno vengono spesso beccati con le mani nella marmellata; ma potremmo anche rilevare come le battaglie anti-porno, ad esempio il caso paradigmatico della commissione Meese voluta da Reagan negli USA nei primi anni ottanta, non siano state altro che una gigantesca contraddizione in termini, ovvero un processo enorme di produzione di porno su scala istituzionale. Il rapporto che la Commissione produsse alla fine delle sue estenuanti audizioni (pubblicato dalla Rutledge Hill Press) illustra con dovizia di particolari pompini, doppie penetrazioni, sborrate in faccia, ovvero è diventato un volume intriso di pornografia; difficile dire se i fruitori del Rapporto lo usino per farsi una idea generale sul mondo del porno o per farsi una sega...
Sempre Pietro Adamo, questa volta in "Il Porno di Massa" (Raffaello Cortina Editore), segue le linee direttrici di questo processo di rimozione collettiva; il porno finisce sotto il metaforico tappeto della non-visibilità, censurato, ostracizzato, bandito ma consumato praticamente da TUTTI. Non a caso, si tratta di un genere capace di fungere da rilevatore perfezionato dell'ipocrisia sociale.
Il porno produce un modello sballato di società? Innanzitutto dovremmo pensare che la società contemporanea è sballata di suo, senza necessità di gettare colpe su un comodo capro espiatorio come la pornografia; il porno semplicemente non produce modelli. Qualcuno dopo aver visto un numero rilevante di filmati porno esce per strada convinto che tutte le donne siano facili ? Evidentemente questa persona potrebbe pensarlo anche senza mai aver visto un solo film porno in vita sua. Basterebbe leggere le illuminate pagine di J.M. Coetzee "La pornografia e la censura"(Donzelli); pur partendo da posizioni anti-porno, Coetzee arriva logicamente alla conclusione che i censori ed in genere i nemici del porno sono ancora più pericolosi dei pornografi stessi. Il che è abbastanza ovvio se consideriamo chi sono i nemici più accaniti del porno; fanatici cristiani, femministe radicali, cinici politicanti in cerca di capri espiatori di comodo, un fronte eterogeneo e bizzarro, che virtualmente litigherebbe su tutto ma non su questo.
Basta leggere i deliri di Andrea Dworkin o di Catharine MacKinnon per capire che chi nega il porno nega in primo luogo la sessualità. Non sono un grande amante del concetto di "liberazione sessuale", detesto W. Reich ed i suoi epigoni italici, ma c'è da dire che seguendo il percorso tracciato dagli anti-porno finiremmo per vivere in una società totalmente isterica e asessuata; nelle società sessuofobiche, di matrice magari cristiana, si annidano situazioni ancora più pericolose rispetto al consumo della pornografia, come ad esempio le sistematiche violenze contro i bambini perpetrate da pretame vario. E certamente dire che queste violenze possano essere conciliate ai preti dal consumo di porno sarebbe una idiozia madornale.
La pornografia è una industria capitalistica; certo, ma non solo. Esistono anche esempi di porno socialmente alternativo, in cui gli attori e le attrici socializzano i profitti, come avviene per la PROFANE PIRATE, casa di produzione alternativa composta da rocker, punk e ragazze gotiche; innanzitutto parlare di una sola pornografia ha poco senso, esistono MOLTE pornografie. Per quanto molti non lo riescano ad ammettere ci sono anche donne che amano la pornografia, sia farla che vederla, e non è detto che tutte siano coartate da maschi lerci e prepotenti.
Nemica dell'intelligenza è ogni ipotesi di generalizzazione.

OROZCO - nuova edizione


Dal primo febbraio 2009, la francese IMHO rimetterà in circolazione il documentario di Tsurisaki Kiyotaka, interamente dedicato al lavoro dell'imbalsamatore colombiano Orozco - una intensa, insostenibile carrellata di eviscerazioni, decomposizione, sventramenti, vermi, sale mortuarie da terzo mondo e sorrisi cinici. Tutto rigorosamente vero.
Where life is cheap...
Al prezzo di 20 euro.

mercoledì 10 dicembre 2008

La Solitudine dell'Universo - Ancora su Sade





In una grande libreria romana si trovano copie de Le 120 Giornate di Sodoma, nella pregevole edizione ES, scontate del 50%; non so quali considerazioni i direttori delle grandi catene librarie pongano alla base delle loro scelte merceologiche, probabilmente anche la fruibilità e la vendibilità del libro-prodotto (il libro, per quanto non ci piaccia doverlo ammettere, è comunque un prodotto o almeno come tale è considerato da librai, editori e critici), ad ogni modo veder accatastate senza ordine, senza cura particolare quelle pile di libri mi ha immalinconito.
L'opera di Sade meriterebbe maggior rispetto. Il rispetto che viene accordato a tutti i testi sacri o legati ad una qualche forma di sapienza mistica, come la Bibbia, il Corano, le massime del Buddha; non vediamo Bibbie raffazzonate, buttate alla rinfusa, ammonticchiate in un angolo di una sala-sconti frequentata da sciacalli della letteratura.
Il paragone è stato azzardato diverse volte, con accenti filosofici e metareligiosi; Klossowski fu il più esplicito nel tratteggiare la similitudine tra l'opera sadiana e quella cristiana, Bataille fu decisamente più cauto (vedendo in filigrana l'essenza misticheggiante nello scatenamento sadiano, ma senza dare adito ad una equazione Sade=Anacoreta), Evola, in La Metafisica del Sesso, simboleggiò in maniera lucida lo scivolamento di Sade verso certe derive tipologicamente connaturate allo gnosticismo orientale (in maniera involontaria, ovviamente, non che Sade fosse a conoscenza del Vama Kara o di certe forme di buddhismo tibetano o dell'induismo radicale). Ma chi più, e forse meglio di altri, ha colto la sostanza del proponimento sadiano, in certa misura della "ragione sociale" sottesa a tutti i libri del Marchese è stato Mauriche Blanchot; con una massima esplicita, icastica, Blanchot annota che nell'opera di Sade si rinviene la solitudine dell'Universo.
Gran parte dell'antropologia moderna e degli studiosi di religione, da Brelich ad Eliade, hanno messo in luce un dato di fatto non confutabile; il fermento religioso nasce come schermo protettivo, per celare la grande paura del Vuoto, per cristallizzare l'orrore della solitudine dell'uomo nel Cosmo. La valenza ierofanica del mito, che non a caso è sempre ammantato di aura eccessiva, travalicante gli umani confini, è pur sempre una produzione culturale umana, che all'uomo serve per razionalizzare il passaggio nella vita; e non a caso Sade, nella sua opera, traccia il suo personale cammino, di morte e di resurrezione e di liberazione, componendo un mosaico tellurico di sentimenti che potessero in qualche misura elevarlo oltre la sua contenzione e gettarlo aldilà dei paradigmi morali. Per Sade la morale ha la stessa consistenza delle sbarre delle prigioni in cui è stato recluso; un qualcosa da cui rifuggire ma di cui, allo stesso tempo e per paradosso ben comprensibile, non si poteva fare a meno e che diventava l'unica misura del reale.
Lo spazio recluso era sintomo della sua prigionia, ma pure caldo utero confortante aldilà del quale si stendeva l'ignoto, l'hic sunt leones delle emozioni e delle risposte a domande forse mai davvero formulate; la sbarra era prospettiva concreta, tangibile, la reclusione una imposizione anacoretica, non a caso l'opera più furente e mistica di Sade, le 120 Giornate, costarono lacrime di sangue al suo autore una volta smarrite nel trambusto della Rivoluzione e furono composte integralmente durante la fase più acuta e dolorosa della sua prigionia.
La solitudine di Sade in quella cella è la solitudine dell'Uomo davanti al grande mistero della creazione, la furia, lo scatenamento, la perversione, la morte, la vita, il sangue sono componenti ontologici di un Rito, ordalico e di purificazione. Una solitudine che non deve essere colmata, un vuoto che continua a crescere, a mostrare le sue zanne e che non potrà mai essere fermato, nemmeno con uno sconto del 50%.

domenica 7 dicembre 2008

Lucker il Necrofago




Nel 1986 John MacNaughton terminava le riprese di Henry Pioggia di Sangue, ma la commissione di censura americana lo avrebbe nei fatti costretto a rigirare integralmente il suo film per via dei contenuti ritenuti inaccettabili; verrebbe da chiedersi che cosa avrebbero pensato quei censori se invece di Henry avessero dovuto giudicare l'allucinante film belga Lucker the Necrophagus, pure questo del 1986, diretto dallo sconosciuto Johan Vandewoestijne e recentemente emerso in formato dvd per la meritoria Synapse.
John Lucker è uno psicopatico amante della necrofilia, vaga senza meta cercando di trovare una qualche soddisfazione per i suoi impulsi misogini; uccide uomini in modo veloce e tortura lentamente fino alla follia le donne che rapisce, in sequenze magistralmente girate ed in cui la videocamera non risparmia assolutamente nessun particolare. Anzi, nel film c'è una componente sessuale ai limiti della pornografia per quanto dettagliate ed incisive sono le scene delle reiterate violenze sessuali; Lucker è un personaggio sordido, cinico, spietato, che gode soltanto nell'uccidere e nel far soffrire in modalità sadiche. Ma non solo; come accennato, e come si evince dal titolo, uno degli aspetti salienti è la passione necrofila.
Una delle scene più assurde è l'omicidio, lento e prolungato, di una ragazza (ben undici minuti...), a cui segue un mese di stasi durante il quale il cadavere viene lasciato a frollarsi e imputridirsi di modo che Lucker possa consumare la sua bieca attività sessuale. Al confronto con questo film, Nekromantik, Schramm e Aftermath messi assieme diventano un film dei Vanzina.

August Underground





Alcuni di voi conosceranno senza ombra di dubbio la perversa trilogia girata da Fred Vogel, già allievo dell'effettista Tom Savini e regista di alcuni videoclip extreme metal (tra gli altri per i Necrophagia); per chi non la dovesse conoscere, diciamo che si tratta dell'ideale punto di congiunzione tra il gore insensato di Guinea Pig e il docudrama psicogranuloso di Henry Pioggia di Sangue, delirante spaccato simil-amatoriale della vita di due ributtanti serial killer intenti a rapire, massacrare, torturare in modi schifiltosi delle vittime casuali.
Uno dei due quasi sempre dietro la macchina da presa, sparando commenti di inaudito cinismo e massime di pura misantropia, mentre l'altro, davanti la videocamera, sevizia, scuoia, scotenna, taglia, affetta, disseziona, brutalizza non facendo grande differenza tra vittime maschili e vittime femminili, se non per la violenza carnale che viene consumata a danno di queste ultime.
Nei tre episodi che compongono la "serie", August Underground, Mordum e Penance, c'è anche una alternanza di soggetti e protagonisti, visto che nell'ultimo episodio compare una killer-donna, Christie, cosa che colora di una aura ancor più morbosa ed oscena l'intera vicenda.
In realtà potrebbe trattarsi dei soliti splatter molto grumosi, quelli a cui Chas Balun assegnerebbe il massimo nella sua scala di punteggio vomitoso, non poi così diversi da tanti epigoni precedentemente realizzati; tuttavia, aldilà degli effetti speciali che definire eccezionali sarebbe perfino riduttivo e che contribuiscono in modo enorme all'impatto emotivo dando l'impressione di avere a che fare con un autentico documentario (impressione acuita anche dal girato frammentario alla Blair Witch, con immagini sgranate e di pessima qualità), Vogel è una persona intelligente, acuta, brillante e soprattutto conosce perfettamente il senso della vera paura.
Non sono un estimatore dello splatter fine a se stesso, lo trovo vuoto e consolatorio; per questo ad esempio preferisco un Henry Pioggia di Sangue, in cui la violenza, sempre presente, è cruda, dura, ma suggerita più che esplicitamente mostrata, scorre come un fiume carsico insinuandosi freddamente e inesorabilmente nella mente dello spettatore. Lo splatter è questione di budella; mostrate, esibite, trionfani, ma alle budella dello spettatore è diretto, giusto per generare sommovimenti gastrici. Al contrario un film come Henry colpisce la mente, si incista come un tumore maligno e le metastasi della morbosità prendono a brulicare come lombrichi stagionati.
Vogel è riuscito nella mirabile impresa di coniugare questi due registri stilistici; la brutalità carnografica esibita e la violenza subliminale, suggerita da una singola frase o da un particolare apparentemente insignificante.
Trovo che una delle scene di Henry più ciniche e laide sia l'irruzione in casa dei due killer; una irruzione prolungata, crudele, in cui i due giocano perversamente con marito moglie e figlio, prolungando le torture, violentando la donna e poi uccidendo tutti. Ma la violenza, parzialmente mostrata, rimane sullo sfondo. Invece Vogel prende l'impatto carnale di quel singolo episodio e lo reitera fino allo sfinimento aggiungendoci una sequela quasi infinita di carne martoriata, sangue, nudi, merda, sperma, sevizie e crudeltà.
In Penance, capitolo conclusivo della trilogia, c'è una scena che richiama esplicitamente l'irruzione mostrata in Henry; ma qui, se possibile, si va oltre. L'ambiente familiare è natalizio, c'è un albero, ci sono addobbi, c'è un giocoso clima di festa che viene spazzato via dai due assassini, uno dei quali è una donna; ne segue un atroce carnevale di brutalità omicidiaria e di commenti di cinismo ultravioletto, come quando il killer che riprende con la videocamera chiede alla donna-killer di far scartare alla ragazzina i suoi regali e al tempo stesso di strangolarla. "Voglio vedere la vita andarsene" bisbiglia, con tono sadico.

lunedì 1 dicembre 2008

Hated Perversions





H A T E D P E R V E R S I O N S


Tracklisting:


1 Nicole 12 - Liquid Voyeur (3:39)

2 Nicole 12 - Vogue Bambini (4:56)

3 Sick Seed - Agenda (3:07)

4 Sick Seed - Matronage (4:06)

5 Bizarre Uproar - Sieg Hail (8:07)

6 Eleczema - Ice Cold Enema (3:52)

7 Eleczema Bob's Penis (4:11)

8 Grunt Will To Do Damage (4:10)

9 Taint Dedicated To Male Rape Group (5:35)

10 Dorchester Library - Incest Tales (2:38)

11 Control (3) Suffocate And Silent (7:01)



Freak Animal

Intervista con Taint






L'intervista che segue è stata realizzata alcuni anni fa, erano i tempi dell'uscita di Miso-lust; considerando che è stata pubblicata solo in modo largamente parziale e che il progetto Taint è giunto al capolinea, credo possa avere un valore documentario.

1) La tua più recente release, Misogynist Lust, è una collezione di vecchi pezzi opportunamente rimasterizzati e remixati; devo dire che ho trovato incredibile la violenza e la pesantezza del suono, soprattutto se si considera che si tratta di materiale in un certo senso datato, e che nonostante gli anni trascorsi e l’evoluzione di TAINT è ancora oggi in grado di spazzare via tutta la merda finto-industrial prodotta da ragazzini annoiati. Mi piacerebbe sapere che cosa ti ha portato a voler proporre differenti versioni di vecchi pezzi. E che cosa ti ha fatto optare per queste canzoni e non altre.

Ho sempre avuto una particolare predilezione per le canzoni che oggi compongono Misogynist Lust. Forse per il tono generale, per il concetto. Sta di fatto che da tempo avvertivo il desiderio di mettermi a lavorare su quelle songs, magari operando dei cambi stilistici, aggiungendo qualche rumore o togliendone altri quando non particolarmente necessari. Ci sono anche canzoni nuove nel cd. Si tratta di materiale che ho reputato adatto vista la contiguità con le tematiche affrontate.

2) Una release da tempo annunciata e poi rimandata per cause strettamente tecniche è lo split TAINT / RED LIGHT (poi Mania). So che la porzione dello split affidata a Taint è un resoconto sonoro del tour che ti ha visto protagonista a Boston e New York in compagnia di Grunt, Slogun, Bloodyminded, Control. Cosa puoi dirmi del tour ? Qualche ricordo particolarmente interessante o intrigante ?

Ho davvero parecchi ottimi ricordi di questa esperienza. Abbiamo suonato in una lercia, umida e schifosa fabbrica abbandonata di Brooklyn e durante il concerto uno dei membri di Bloodyminded è caduto in una crepa del pavimento e si è fratturato un braccio; un amico di Slogun mi ha minacciato con un coltello mentre assistevo alla performance di Bloodyminded. Mentre credo che il picco sia stato raggiunto a Providence, nel Rhode Island, dove la violenza di Grunt e Unearthly Trance, unitamente alla scelta dei video da proiettare alle loro spalle, ha fatto optare le autorità locali per un divieto in futuro di qualunque performance power electronics. L’audience che ha assistito al concerto di Grunt, come saprai, non era assolutamente preparata ad un concerto power electronics. Si sono offesi. Troppo sensibili di cuore, poveretti. Per il resto, da segnalare che quelli di Grunt sono stati, anche se molto brevi, concerti memorabili. La mia anti-esibizione a Boston è sfociata in una rissa, per motivi analoghi a quelli che hanno portato l’audience a boicottare Grunt.

3) Prima accennavo a RED LIGHT; potresti introdurre questo tuo side-project al lettore di Halogen ? Quali sono le differenze con TAINT ?

L’unica vera differenza tra Red Light e Taint è il nome. Direi che il materiale, registrato in presa diretta e in unica soluzione, senza ulteriori sovra-incisioni o processi di mixing, sarebbe potuto anche essere pubblicato sotto il nome di Taint. Ho idea che RED LIGHT rimarrà comunque inedito.

4) Chi è la Laura Smithers di cui canti nella sesta canzone di Miso-Lust ? E soprattutto chi è la ragazza che adorna la copertina del cd ?

Laura era una ragazzina dodicenne originaria di Friendswood, in Texas. Uscita per fare un po’ di jogging, venne rapita e successivamente stuprata e ammazzata. Il suo cadavere è stato trovato fatto a pezzi. La ragazza che puoi ammirare sulla copertina di Miso-Lust è una foto cortesemente speditami da un amico.

5) recentemente ho letto una intervista con alcuni inutili gruppi di industrial danzabile, e questi idioti si definivano Power Electronics. Stranamente e con mio grande dispiacere non è la prima volta che vedo questo improprio utilizzo del termine. Hai presente tutto il catalogo della Ant Zen o della Hymen, suoni elettronici ritmici leggermente rumorosi, totalmente privi dei contenuti e dello spirito della vera, autentica Power Electronics ? penso che ciò che loro non capiscono è che la Power Electronics non ha nulla a che fare con la musica, con il suono, molto di più con i contenuti. E questi contenuti farebbero rizzar loro i capelli in testa , con tutta probabilità…

Si, sono perfettamente d’accordo. Deve esserci molto di più del semplice elemento musicale per potermi interessare sul serio. E, considerati i miei gusti, direi che ciò vale per tutti i generi musicali.

6) Parliamo di quella che sembra essere una delle tue primarie fonti di ispirazione, la pornografia. Che cosa ti attrae maggiormente della pornografia ? Qualche sotto-genere preferito ? Personalmente mi piacciono questi nuovi film prodotti da Khan Tusion, che vanno sotto il nome di MEATHOLES. I film di Tohjiro, la serie Small Fuck e anche la roba di Jamie Gillis. Shitting, Sadomaso giapponese e tedesco. Generalmente video non commerciali, magari rozzi nella loro realizzazione ma onesti, diretti, violenti.

Ad essere sinceri, non mi interesso più di tutti i film che vengono smerciati. Cerco solo roba da intenditori, quella più dura, più brutale, priva di compromessi o concessioni alle esigenze commerciali. Se guardi internet, noterai una esplosione di siti porno e c’è da dire che il trend generale sembra dirigersi verso perversioni sempre più radicali. Ho davvero apprezzato la serie europea Vio-lence, i loro rape-videos sono eccellenti. E nonostante si capisca che sono finzione, mi piace il fatto che commercializzino i loro prodotti come fossero davvero criminali e illegali. Sono anche un grande estimatore dei video a base di vomito.

7) Pornografia a parte, ho sempre trovato molto interessante il modo assolutamente non ipocrita con cui affronti tematiche quali stupro, omicidio, violenza urbana, in generale diversi tipi di tabù. E’ come se cercassi di rendere reale l’informazione attraverso cui componi i cd e che ti ha ispirato. Di farne una tua personale pornografia.

Si, è una visione corretta. Far esplodere tabù, contraddizioni sociali. Ma parlare anche dei miei personali gusti. Serve tutto.

8) C’è qualche pluri-omicida che ti interessa particolarmente ?

Il mio interesse per i serial killer, come per la pornografia, dopo tutti questi anni è diventato necessariamente più selettivo. Cerco la qualità, non la quantità. Direi Robert Pickton, che a Vancouver, Canada, ha violentato e massacrato decine di prostitute, cacciandole come indifesi agnellini nella zona più malfamata del centro cittadino. Direi che quella zona del Nord America è un paradiso per i predatori sessuali. Basta fare una ricerca su Google…

9) E’ quasi pleonastico dire che gran parte dei problemi inerenti la Power Electronics sono dovuti ai contenuti violenti. Le stupide puttanelle collegiali che frignano di reificazione, di abuso. Come dicevamo prima, Grunt ha avuto i suoi problemucci a Boston. E immagino che anche tu avrai avuto i tuoi, in passato…

In realtà non ho mai avuto problemi, perché non rilascio interviste, non faccio molti concerti, non ho quasi mai recensioni . Questa è la seconda intervista di cui autorizzo la pubblicazione, in tutta la mia carriera. L’altra è stata con un tizio giapponese, anni fa . Non ho una grande esposizione, come puoi facilmente intuire . Quindi non ci sono mai controversie sui magazine o sulle fanzine. L’unico episodio che potrei citarti riguarda un mio amico che si è visto rifiutare la pubblicazione di una recensione che aveva scritto su TAINT, da parte di una rivista. Ma non siamo nemmeno sicuri che le obiezioni riguardassero TAINT. Sinceramente, io capisco le preoccupazioni e le ritrosie di chi non sopporta materiale sessualmente deviato o violento. E’ una reazione prevedibile. E anche divertente, a volte.

10) Anche Peter Sotos è una tua grande influenza. Che cosa apprezzi maggiormente del suo lavoro ?

Apprezzo moltissimo il suo stile di vita e la sua tecnica di scrittura. E’ molto piacevole. E trovo meraviglioso il suo umorismo. Davvero eccellente

11) Quali sono i tuoi gruppi power electronics preferiti ? E che musica ascolti a parte il Noise ?

I Soliti Sospetti; Grunt, Nicole12, The Rita ( harsh noise ispirato dai poliziotteschi italiani ), Brethern…a parte la power electronics, direi che i miei ascolti sono principalmente legati al black metal e al doom

12) Che genere di Arte ti piace ?

L’Arte è ok per un paio di occhiate, ma di questi tempi non puoi davvero pretendere di più vista la cronica scarsità di idee. Mi piacciono Trevor Brown, Romain Slocombe, Antoine Bernhart, Joe Coleman, Sally Mann, Stu Mead , Beth Love.

13) Il prossimo numero dell’eccellente magazine francese TIMELESS è dedicato alla gloriosa esperienza di THE SODALITY / AQUILIFER SODALITY, la nota organizzazione italiana fondata da Andrea Cernotto che nei primi anni ottanta pubblicò le cassette di Mauthausen Orchestra, oltre ad elaborare interessanti scritti. Adesso che perfino gli WHITEHOUSE sembrano aver maturato una coscienza sociale e si apprestano a diventare l’ennesimo gruppo di musica sperimentale, credi sia positivo tentare di far conoscere il vero significato dell’Industrial originario ?

Trovi persone che hanno idee ottime e i cui lavori risultano nel tempo eccellenti, nonostante possano essere apprezzati da pochissimi. Preferisco le cose che rimangono oscure, segrete, che sembrano avere davvero poco di intrigante, almeno per la massa. Non vedo l’ora che Timeless venga pubblicato.

14) Qualcosa da aggiungere ?

Se si muovono, ammazzali.

martedì 14 ottobre 2008

La parola tradita - contro il conformismo intellettuale

(contrariamente a quanto riportato nella didascalia della foto sopra postata, originariamente apparsa sul quotidiano Epolis, non si tratta di tifosi italiani ma bulgari, alla faccia della verità...)



Se partiamo dall’assunto poundiano secondo cui “la miglior misura di un uomo o di una nazione è il loro rispetto per l’affermazione esatta” dovremmo concludere senza possibilità di appello che i giornalisti e gli intellettuali contemporanei rappresentano la peggiore, e più evidente, negazione della grandezza; e in questi giorni non c’è che l’imbarazzo della scelta per arrivare a formulare simili giudizi, basta aprire un qualunque quotidiano o periodico o collegarsi ad internet e spulciare agenzie di stampa o i blog personali dei vari scribacchini elevatisi ormai a guru della informazione non-mediata.
Ondate di moralismo censorio si abbattono, giorno dopo giorno, contro il “dilagante razzismo” e contro “la violenza degli ultras”, due fenomeni ormai così strettamente collegati tra loro da essere divenuti interscambiabili; il razzismo come spiegazione socio-psicologica, come coloritura mondana per spiegare i retroscena di un qualche fatto criminale, paga da sempre perché fa leva sugli istinti latenti di autocolpevolizzazione che serpeggiano nel corpo sociale italiano. Pontificano i soloni, naturalmente dall’alto delle loro lussuose case così poco proletarie, e parlano di accoglienza, di necessaria integrazione, illustrano con dovizia di particolari le beatitudini del meticciato e del multiculturalismo, castigando gli xenofobi italiani rei a loro dire di detestare e odiare visceralmente zingari, ebrei, immigrati, omosessuali e tutto ciò che genericamente è “diverso”.
Il razzismo anti-italiano dei profeti dell’integrazione e dei diluvi migratori è, se vogliamo, una divertente contraddizione in termini ma non mi ci soffermerò sopra perché è di marchiana evidenza, trovo più utile parlare della loro metodologia; prontissimi a spacciare come assoluta verità la prima velina circolata su aggressioni a sfondo razziale, quando poi lo sfondo è tutto da verificare e analizzare, questi solerti amanti della mescolanza si guardano bene dal presentare un quadro oggettivo e veritiero. Sono professionisti della menzogna, istigatori all’odio e al conflitto un tempo di classe ora di razza.
Quando narravano le violente gesta di fantomatiche bande di neonazisti, scorrazzanti impunemente per il popolare quartiere romano del Pigneto e dediti a devastazioni e aggressioni razziste, non ci si era minimamente chiesti se il movente di quelle azioni fosse declinabile effettivamente su base razziale o se al contrario non fosse altro che una violenta manifestazione di esacerbazione umana. Si è preferito procedere coi soliti “dossier democratici”, le schedature di chi non la pensa in modo conforme alla vulgata egualitaria (sia chiaro, solo per tutelare meglio la democrazia…), descrivere infernali scenari di internazionali nere che pescano ormai aderenti nelle banlieu italiche e nelle curve calcistiche, sfidando spesso il senso del ridicolo; così, anche quando si è scoperto che il giustiziere del Pigneto non solo non era un militante nazista ma che addirittura si trattava di un pregiudicato per reati comuni con simpatie comuniste, un solido background proletario alle spalle e persino un Che Guevara tatuato sul braccio, i giornali hanno continuato a scrivere idiozie sui foulard con le svastiche e sulle spedizioni punitive scientificamente pianificate. D’altronde è facile, facilissimo scrivere fantasie strumentali perché la deontologia professionale dei giornalisti tra tutte le favole è la più grande.
Un cittadino cinese viene pestato da una baby-gang a Tor Bella Monaca? Si salta a piè pari la decostruzione del degradato contesto sociale e urbano della zona, si omette il fatto che quella stessa gang si era resa responsabile in precedenza di aggressioni a cittadini italiani (non fa notizia, vende meno del razzismo), aveva spaccato e fatto a pezzi strutture edili, vetri delle macchine della polizia municipale, dedita quindi a mero teppismo metropolitano privo di qualunque connotazione ideologica o razzista e si preferisce intonare il tragico peana universale del montante razzismo. Persino quando si è scoperto che uno dei componenti della gang è di origine araba, si è continuato a cianciare di neofascismo e di razzismo.
Chiunque abbia un minimo di familiarità con le dinamiche dell’insulto (e non c’è bisogno di scomodare Schopenauer) sa perfettamente che per fare male all’interlocutore bisogna colpirlo nel profondo , la qual cosa presupporrebbe un certo grado di conoscenza tra chi aggredisce e chi è aggredito; ma quando lo scontro avviene tra persone che si incontrano per la prima volta in strada, senza sapere se ci sono madri morte da ingiuriare, padri in galera da sfottere, ci si basa su caratteristiche evidenti, fisiche o appunto razziali. Eppure non vedo i giornalisti prendere le accorate difese di nasoni o orecchioni comunemente insultati e magari pestati, non si parla nemmeno di razzismo in quei casi ma solo di bullismo (quando se ne parla poi…).
Il raid punitivo “nazista” è stato enfatizzato, portato ad evidente riprova che in Italia esiste un cuore nero razzista, ci si sono imbastite sopra le solite trasmissioni televisive, il solito carosello vergognoso di melma intellettuale (ah, questa feccia intellettuale, se non esistessero razzismo e fascismo di cosa camperebbe mai?), qualche petizione che fa modello Lotta Continua-contro-Calabresi, tanto il milieu di riferimento culturale e politico è sempre quello; mettere una firma in calce è facilissimo, quasi uno status, proprio come scrivere un fiume in piena di stronzate, al massimo se la petizione dovesse sfociare in qualcosa di controproducente o l’articolo si rivelasse un cumulo di menzogne sbugiardate dalla realtà oggettiva dei fatti si potrà sempre prenderne le distanze o dire “ma io parlavo in generale”.
D’altronde noi siamo un Paese in cui la classe intellettuale vive perennemente a 90 gradi rispetto al comune sentire che domina in un certo momento storico, abbeverandosi al capezzolo generoso dell’imbecillità umana; abbiamo teorici della guerriglia partigiana difensori della democrazia che fino a qualche anno prima recensivano entusiasticamente I Protocolli dei Savi di Sion, abbiamo indefessi censori della brutalità poliziesca e militare che bellamente tacciono quando gli stessi eventi (o pure più gravi) avvengono nel cuore di quello Stato che si è soliti definire “unica democrazia in Medioriente” e con cui avvertono una forte empatia etno-religiosa, abbiamo una classe politica che da un lato pontifica di rispetto dei diritti umani e poi ordina stermini di massa per esportare la democrazia. Ovvio che la cortina fumogena della menzogna sia nell’ordine delle cose, è pura propaganda utile per giustificare il mantenimento dello status quo.
Ho dovuto leggere Saviano (autore che per altri versi apprezzo) tutto eccitato perché i “ribelli dalla pelle nera” avevano inscenato la prima vera manifestazione contro la Camorra, mentre quegli inetti di bianchi napoletani se la sono fatta sotto per così tanti anni in omertoso silenzio; mi verrebbe da chiedere a Saviano se certe idiozie le pensa davvero o se al contrario si tratta solo di un pavloviano riflesso condizionato, il riflesso di chi comunque tra la dignità della propria razza e l’offesa alla razza stessa sceglierà sempre e comunque questa seconda strada.
Perché in fondo, l’aggressione omicida perpetrata a Castel Volturno di razzista aveva poco, pochino, proprio nulla verrebbe da dire, e lo direi pure se questi intellettuali già non lo sapessero; se gli spacciatori ammazzati (non tutti gli uccisi erano spacciatori, ma alcuni si) avessero devoluto parte dei loro compensi ai clan che governano quel territorio non ci sarebbe stato alcun raid. Pecunia non olet, vige questa aurea regola per gli affaristi del crimine organizzato e rimango costernato a pensare che un raffinato analista di cose di camorra come Saviano non l’abbia specificato; o se qualcuno invece pensa che i camorristi agiscano motivati da furor razziale, bè dovrebbe spiegarmi per quale motivo non abbiano agito anni prima quando l’alluvione africano in quei territori era colto nella sua fase nascente.
In quanto alla presunta rivolta, a me risulta che durante la loro impunita passeggiata devastatrice lungo la Domiziana i ribelli tanto cari a Saviano abbiano urlato “italiani bastardi” e non “camorristi bastardi”; ovviamente secondo i caritatevoli commentatori dei giornali dovremmo giustificarli perché erano esasperati e furiosi. Certo, però la giustificazione si badi bene vale solo se siete immigrati; perché se al contrario siete italiani e un qualche zingaro o immigrato vi violenta la figlia, vi ammazza la nuora, vi ruba l’auto, vi aggredisce per strada e voi esasperati urlate “zingari e/o immigrati di merda” verrete processati per istigazione all’odio razziale e additati, in tv e sui giornali, come feroci nazisti. Sarà addirittura riesumato qualche padre costituente o qualche simile cariatide socialmente consapevole per darvi addosso.
Così le “oceaniche” manifestazioni pro-immigrati e contro il razzismo organizzate da centri sociali, pretame (brutta cosa se togliessero alle varie Caritas e Comunità di Sant’Egidio queste schiere di “nuovi fedeli”; ma stupirebbe il contrario, quando si ha un Papa che dichiara l’accoglienza bene supremo, e dice che il denaro non conta nulla, salvo poi assistere alla ristrutturazione finanziaria del Vaticano con dismissioni del patrimonio azionario, minacciato dalla crisi globale, ed incetta di oro, non ci si può crucciare più di tanto), associazionismo che non si è mai capito chi associ e nel nome di cosa poi, sono state un triste carnevale di autocolpevolizzazione e di furibondo razzismo anti-italiano.
Arriverà un giorno in cui qualche cuore coraggioso, e ovviamente “razzista”, pure un po’ masochista visto che mettersi contro certi soggetti equivale alla morte civile, scriverà del business che si cela dietro questa fandonia dell’accoglienza, e da parte mia spero che quel giorno arrivi presto perché l’Italia ha più bisogno della lucidità di un Franco Freda che non delle tirate buffonesche di cento Ascanio Celestini.
Guardando in tv le scene delle manifestazioni antirazziste, mi è capitato di leggere cartelli su cui era scritto che gli immigrati di colore sperimentano l’inferno qui in Italia, che soffrono terribilmente il nostro razzismo; poverini, una lacrimuccia mi è scesa sul volto contrito.
Sono sicuro che la loro situazione di ospiti in Italia sia davvero pesante e dolorosa, senza dubbio più dolorosa di quella garantita loro da accoglienti paesi natale come il Sudan, il Rwanda, il Congo, quella vasta congerie psicogeografica di terre devastate da guerra, carestie, fame e miseria, in cui non è cosa poi così peregrina trovare una donna spaccata in due a colpi di machete ed appesa ad una capanna, dopo essere stata ripetutamente violentata, o dove i bambini rachitici muoiono ancora appesi al seno raggrinzito delle madri, ma ovviamente sono assai più crudeli i razzisti italiani, mi sembra un giudizio equo e ponderato. Chiedere più diritti umani venendo da paesi che non sanno nemmeno cosa sia un diritto umano è quasi un paradosso Zen, che solo in Italia avremmo potuto rendere rivendicazione politica.
Verrebbe voglia di prenderli questi immigrati e dire loro, direttamente, brutalmente, “vi trovate male qui? Allora tornate nel vostro paradiso”. Ma tutto sommato non sarebbe corretto; perché questo piagnisteo del razzismo non è farina del loro sacco, non sono loro a cercare revanscismi politici soffiando sul fuoco dello scontro di razza, alimentando il sospetto e la frizione tra italiani e immigrati.
Sono piuttosto quelle residue scorie di ultrasinistra, militante e/o “intellettuale” che dopo essere state giustamente prese a calci in culo dagli operai e da qualunque altra categoria sociale tipologicamente ascrivibile all’elettorato di riferimento della sinistra, cerca negli immigrati l’ultimo baluardo per rientrare prepotentemente sulla scena; loro “politicizzano” e dotano di “coscienza critica” gli immigrati, organizzano le manifestazioni, preparano le magliette, scrivono slogan (come il “fuori gli Italiani dal quartiere!” che fino a qualche tempo fa campeggiava sulle mura dell’Esquilino, qui a Roma) e seminano odio e disperazione, loro stavano a Castel Volturno a “portare solidarietà”, loro stavano a Milano confusi nella caotica manifestazione che ha spaccato motorini e macchine e che in teoria avrebbe dovuto protestare contro l’uccisione di quell’italiano “di seconda generazione”, ucciso in circostanze non ancora chiarite ma per loro già martire del razzismo. Esattamente come a Parma, dove le responsabilità del pestaggio di un giovane studente di colore ad opera di agenti della polizia locale sono in via di accertamento ma loro, loro ultrasinistra cenciosa di piazza e di studio televisivo, il processo l’hanno già celebrato e la sentenza già emessa. Un po’ come ai tempi di Lotta Continua, Avanguardia Operaia, Potere Operaio.
Poco importa in questo quadro che la prostituta negra stesa a terra, seminuda e degradata, divenuta fotografia celebre e paradigmatica del clima di intolleranza, si sia inventata tutto, e che una spacciatrice internazionale di origine somala a Ciampino di sia detta oggetto di razzismo da parte della polizia. La verità, quando non è funzionale allo scopo preposto, non è verità, devono pensare questi rivoluzionari mancati prestati alle redazioni dei giornali, in perfetto accordo con le direttive leniniste che tanta parte hanno avuto nella loro formazione.Razzismo diventa parola magica, parola-mondo in grado di suscitare empatici slanci di affetto verso questi esseri umani così sfortunati che sbarcano sulle nostre coste, un grimaldello attraverso cui scardinare le fisiologiche resistenze dettate dal rispetto di sé e del buon senso; perché, e questo i soloni dell’integrazione non lo spiegano mai, è più razzista decidere di smettere di accogliere orde di disperati oppure accoglierli e poi farli vivere in favelas invase da topi, escrementi, malattie di vario genere?
Più facile ululare che gli immigrati non rubano nessun posto di lavoro; che non rubino posti di lavoro è cosa che posso condividere, ma io devo pure aggiungere che l’immigrato abbassa drasticamente il costo della forza lavoro, generando concorrenza sleale nel mercato delle opportunità lavorative e così creando un circuito vizioso di sempre minori chances per l’italiano. Colpa del capitalista bianco che sfrutta, perfetto, e pure però dell’intellettuale progressista che compra la borsetta sanguinosamente creata dall’immigrato schiavizzato.
Ma l’intellettuale ha pronta una geniale soluzione; firmare una petizione contro il razzismo o redigere un editoriale contro i naziskin.
Fa bene alla coscienza, è un delizioso balsamo che netta la mente dalle preoccupazioni che sorgono, o che potrebbero sorgere, quando i moralisti si trovano davanti le baraccopoli indegne dentro cui la loro accoglienza ha relegato a vivere gli immigrati; senza gli atti di razzismo, veri o presunti, questi aficionados della gauche caviar nemmeno si accorgerebbero che in Italia vivono degli immigrati, visto che loro conducono eteree esistenze in attici super-lussuosi o in esotiche tenute circondate da acri di vigneti, mentre i loro protetti pasteggiano a pane raffermo e topi di fogna.
Strane amicizie di letto, in grado di sfidare la logica, sono generate dall’isteria antirazzista; ad esempio, come capofila dell’indignazione troviamo alcuni intellettuali di origine ebraica prodighi nell’esaltare la bellezza sublime del meticciato (tanto che uno di loro fa vanto del termine “bastardo” caricato appunto di sovrastruttura ideologica), curioso dicevo visto che la loro religione è quanto di più settario e segregazionista esista. Potremmo ricordare a questi amanti della mescolanza, le parole con cui Ehud Olmert, primo ministro israeliano, si è espresso a proposito del meticciato durante i lavori del trentacinquesimo congresso sionista :” Today, the State of Israel is already closer to being the place in which the majority of Jews in the world live. I would like this fact to be determined solely by an increasing stream of Aliyah, but unfortunately, this is not to be at this time. Demographics point to processes of shrinking Jewish communities in the Diaspora due to low birth rates, assimilation, mixed marriages or unintentional alienation from their Jewish identity.” Queste frasi sono pubbliche, registrate e pubblicate non in qualche sito cospirazionista di matrice antisemita ma sul sito web ufficiale del primo ministro stesso.
Senza contare poi , passando dal dato religioso a quello più strettamente politico, la rigidissima politica in tema di immigrazione che vige in Israele; proprio ieri leggevo che è stato arrestato e trattenuto per ore in uno scalo israeliano l’ex calciatore Lothar Mattheus, ora allenatore di una squadra locale, dato che il suo permesso di soggiorno appariva scaduto, fosse accaduto in Italia adesso saremmo sommersi da approfondimenti televisivi e fondi editoriali colmi di indignazione.
Cronaca del caso Mattheus è consultabile qui: xhttp://www.corriere.it/sport/08_ottobre_13/matthaeus_arrestato_israele%20_d6b75ef4-993c-11dd-bf8a-00144f02aabc.shtml
O, per lasciare ai margini queste situazioni sconfinanti nel gossip, potremmo chiedere cosa pensano della condizione lavorativa e sociale dei palestinesi impiegati in Israele; può essere istruttiva la lettura della sentenza della Corte Internazionale di Giustizia, che a quanto mi consta non è covo di fanatici neonazisti : xhttp://www.domenicogallo.it/download/CIG-Muro.pdf
Ma ovviamente ci diranno che il razzismo è solo questione di uomini bianchi indoeuropei, e che quindi non può esistere un ebreo razzista o un negro razzista. Chapeau.
Altra strana amicizia è quella che si modula nella vasta congerie dell’ultrasinistra militante, in cui convivono il favore per l’immigrato che deve essere libero di poter esprimere le sue usanze tradizionali (anche quando queste implicano la violazione dei principii per cui questi illuministi di rimbalzo si battono), i diritti degli omosessuali e le femministe; un quadro che farebbe invidia alla Zattera della Medusa.
Riuscire a mettere nello stesso calderone l’integralista islamico che considera la donna un oggetto da utilizzare a piacimento e che impiccherebbe ad una gru qualunque omosessuale capitatogli tra le mani, le teorizzazioni pedo-coprofaghe e di liberazione omosessuale alla Mario Mieli, e il femminismo radicale è un esercizio di equilibrismo davvero difficile. Sarebbe istruttivo chiedere ad un Talebano cosa ne pensa degli Elementi di Critica Omosessuale di Mieli, sono certo che la sua risposta sarebbe molto più eloquente di cento editoriali con cui ampollosamente un qualche intellettuale progressista tenta di farci ingoiare il multiculturalismo.
Questa armata brancaleone si è trovata un nemico potente visto che non può vivere nel Pro di una qualche proposta , ma solo sedimentandosi attorno al pericolo comune e quindi nell’incombenza di un Contro e di un Anti; il neonazismo, nelle sue varianti di neofascismo, razzismo, xenofobia, politiche securitarie, estremismo di destra, radicalismo di destra. A dar retta ai soloni dei giornali, i neonazisti italiani sarebbero decine di migliaia; per dare corpo ai fantasmi statistici che producono si sono gettati nella dimostrazione di come gli Ultras rappresentino il braccio armato del neonazismo. D’altronde una curva affollata, se adeguatamente spacciata per covo di intolleranti, è un bel colpo d’occhio. E può confermare tante teorie, che altrimenti rimarrebbero strampalata aria fritta.
Sono anni che la sinistra intellettuale dedica reportage, articoli, saggi ed interi libri all’improbo sforzo di mostrare l’intrinseco fascismo del mondo ultras, o in subordine il tentativo di penetrazione culturale della destra radicale nelle curve; eppure, nonostante i grandi sforzi di tanti pseudosociologi e di un infamello passato a miglior vita, ci si è dovuti arenare davanti alla mera constatazione che la destra radicale nelle curve non ha mai aggregato nessuno e che i fascisti che vanno in curva erano fascisti ancor prima di mettere piede sulle gradinate. Fascinazione, simbolismo, ma poi nel necessario salto di qualità che separa teppismo rumoroso e plebeo dal rigore della militanza si torna al punto di partenza, e chi era già militante politico rimane militante politico, chi teppista di stadio teppista di stadio.
Ovviamente non tutti gli ultras sono teppisti, ma questo non ditelo mai ai Geni della sinistra; per loro la differenza va bene ed è da celebrare solo fino a quando possono esperire pieno controllo sul fenomeno che analizzano, altrimenti hic sunt leones. Come d’altronde tutta la menata sulla violenza degli stadi, con gli ultras dipinti al pari di terroristi ed eversori, mentre tutti i giornalisti sportivi che sputano fiele ed istigano all’odio in modo reiterato e sistematico sono santificati dalla presunta aura intellettuale.Così questa grottesca vicenda degli scontri di Sofia diventa l’ennesimo caso che conferma pochezza e malafede strumentale dei pennivendoli da un lato, e dei politici dall’altro. Ci sono state mostrate immagini di tifosi inferociti, saluti romani, svastiche e celtiche, bandiere bruciate, e chi più ne ha più ne metta; peccato che il repertorio nazisteggiante ascritto frettolosamente agli italiani lo abbiano messo in atto i bulgari, tanto che ho scelto come degno corollario iconografico di questo articolo la foto apparsa su Epolis, commentata dalla scritta “tifosi italiani” mentre si tratta in tutta evidenza di supporters bulgari. Non errore, ma mistificazione consapevole visto che pure in tv abbiamo dovuto sopportare la lagna incessante delle violenze e delle apologie perpetrate dai presunti Unni italiani calati sulla sonnolenta Sofia, quando in realtà le cose sono andate in modo molto molto diverso.
Ma per quanta energia intellettuali e giornalisti impieghino nello scaldare i cuori con la favoletta del razzismo, non c’è nulla da fare; l’Italia non è un paese razzista, non c’è intolleranza.
E sfortunatamente, aggiungo; perché servirebbe un grado enorme di intolleranza contro la stupidità umana, contro l’ipocrisia, contro la strumentalizzazione capziosa per liberarci di tutta questa cappa di oppressione e di mediocrità. I parassiti, lo sappiano, saranno i primi ad accorgersene quando davvero l’Italia sarà diventata un paese intollerante.

lunedì 13 ottobre 2008

Sade e la pornografia religiosa




Anni fa, il triste scrittore Maggiani (triste principalmente per i suoi output letterari) affermò durante un dibattito televisivo che Sade sarebbe un autore "pornografico" con l'evidente, e fallace, scopo di denigrarlo; pornografia è divenuto termine polisenso, sfuggente, liminale, dalla consistenza pastosa ed oscura, e che necessita sempre di qualche eterointegrazione.
Da quando le femministe hanno prima inscenato roghi intellettuali contro la lordura del porno e poi hanno riabilitato il coito esibito (come forma di liberazione sessuale), le acque si sono colorate di melma ancor più fitta...prima paradigma della reificazione, della ossessiva plasticizzazione del piacere, umiliazione della donna, in seguito la pornografia è divenuta una variante hippie delle teorie di empowerment. Nel linguaggio comune ovviamente "pornografico" è aggettivo deteriore, sinonimo di volgare, osceno, deteriore, descrizione peggiorativa.
Eppure per quanto Maggiani volesse denigrare il Divin Marchese rendendolo un letterato limitato alla mono-dimensione della ossessività eroticizzante, ha sbagliato su tutta la linea; Sade non scrive pornografia.
Innanzitutto, se consideriamo l'origine semantica della parola vediamo che essa deriva dal greco "pernanai", scrivere di prostitute, verbo concettualmente declinabile in due sensi; o letteratura sessualmente esplicita devoluta alla eccitazione del lettore oppure letteratura commerciale mercificata, di struttura veloce e forma sciatta. Sade non rientra nella fisiologia di nessuna delle due prospettive; certo, scrive di prostitute, basta pensare alle narratrici de Le 120 Giornate, ma la funzione della Duclos e delle sue sodali, come è stato ampiamente dimostrato, diventa semplicemente lo smantellamento fisiologico dell'esercizio comunicativo. In principio fu il Verbo, recitano i testi sapienziali cristiani; e per Sade in principio fu la Parola, ma una parola sudicia, lorda, sporca di fango e sperma. Il rovesciamento prospettico sadiano è totale ed organico, pur mantenendosi all'interno della prospettiva meccanicistica che andava per la maggiore nel 1700; il suo è un ateismo di facciata, che ha bisogno di Dio, di un qualche Dio da insozzare. E Dio può essere raggiunto, e adorato o odiato, solo per mezzo di parola.
D'altronde Nietzsche, anni dopo, partirà proprio dalla filologia nella sua titanica opera di smantellamento della "metafisica" cristiana.
Nicoletti, nella sua prefazione a Le 120 Giornate di Sodoma, nella edizione Newton Compton, sottolinea che termine più soddisfacente sarebbe erotografia, una visione che mi sento di condividere non fosse altro che per la forte reminiscenza linguistica batailliana (anche se prendo le distanze dalle altre teorie di Nicoletti sull'opera di Sade).
Tuttavia, come ho scritto più volte, Sade non fu un letterato, ma un Penitente avvinto dalla personale ricerca di una sua interiore liberazione; il flusso brutale della sua opera si situa in un delicato punto di intersezione tra narrativa e dottrina religiosa. Come sottolinea Klossowski, il problema principale dei fraintendimenti cui Sade è andato incontro origina dal suo stile settecentesco apparentemente intriso di razionalismo enciclopedico e di illuminismo meccanicistico (palesi richiami alle dottrine di La Mettrie compaiono proprio ne Le 120 Giornate, quando conversando amabilmente tra loro i Libertini arrivano a parlare dell'orgasmo come concatenazione di stimolazioni neurali), un linguaggio che si è preferito lasciar relegato e chiuso nello scrigno del 1700; e che tuttavia se attentamente studiato presenta dei lati di interesse non comuni.
Innanzitutto Sade è uno scrittore estremamente morale; certo, di un moralismo swiftiano, crudo, crudele, paradossale, ma nessun lucido critico può osar negare che il Marchese non abbia dimostrato una predisposizione alla analisi dei comportamenti umani, dando un giudizio articolato e complesso. Sade dimostra di conoscere l'etica spinoziana, il dualismo tra realtà umana e Natura, la seconda infinita e costante, la prima limitata, castrata, dimidiata e ancillare rispetto alla seconda; i suoi libertini sono prigionieri di una entità assoluta, di una teologia di sangue ed escrementi che essi stessi scelgono e da cui sono scelti (essendone prigionieri).
La natura in Sade è una distesa infinita, che travalica la possibilità di comprensione; per questo i libertini si recludono nel castello di Silling, proprio per determinare e percepire il senso di una (artificiale) finitezza. Questo è un punto notevole; Deleuze ci si è interrogato sopra in modo indefesso, e partendo da Masoch che secondo me è il punto peggiore per approcciarsi a Sade. Tuttavia pone degli spunti interessanti il Deleuze, notando cose che effettivamente poi riprende Barthes; la condizione dell'innamorato, dice Barthes, è totalizzante come quella dell'internato a Dachau. Sade non era innamorato nel senso che si intende comunemente ma era prigioniero, dal punto di vista pratico e da quello spirituale, e come tale non voleva aprirsi orizzonti ma chiuderli, annientando tutto quello che trovava sul suo cammino.
Proprio come i suoi libertini autoreclusi a Silling, pure Sade trova la sua dimensione solo nella limitazione delle prospettive.
Sade è stilisticamente ridondante, prolisso e ripetitivo, esattamente come l'andamento di un mantra.
Si serve di una "materia" pastosa e caotica, spugnosa, che metabolizza spunti tra loro diversi che egli filtra per il suo proprio piacere.
Più volte, parlando e scrivendo di Sade ho richiamato l'esperienza degli Stiliti; una suggestione che suggerisce Klossowski quando "legge" Sade in chiave cristiana.
Mantra, stiliti, sofferenza, degrado, alla fine c'è un orientamento evidente che conduce in un tunnel sempre più scuro, in cui la suggestione religiosa si confonde col dato esistenziale; solo che mentre nella ricerca religiosa si perde il senso dell'ironia, nel sadico permane il profondo senso del divertimento che è appunto bagliore del suo piacere. Non a caso Sade ispirò ai surrealisti lo humour nero e Breton accluse con posto d'onore un lungo passo della Justine nella sua Antologia. In fondo, come diceva Cioran, "il male, al contrario del bene, ha il duplice privilegio di essere affascinante e contagioso". Semplicemente, il Male, oltre che liberatorio, dà piacere ed è divertente.
L'ironia in fondo è un esercizio che quando combinato col Male può produrre morale; si pensi a Le Sventure della Virtù, in cui la sfortunata protagonista dopo essere passata per indicibili tormenti, umiliazioni torture muore alla fine bruciata da un lampo, davanti agli occhi della sorella...c'è l'andamento tortuoso, e sinistramente ironico, di una parabola caricata di umorismo nero, da cui la sorella viziosa e pervertita trae l'insegnamento della punizione divina, dopo che la sua sorellina è stata arrostita da quella punizione stessa nonostante per tutta la sua esistenza si sia comportata come una sorta di Maria Goretti.

giovedì 9 ottobre 2008

Intolleranza


Mettersi a nudo è un esercizio di raffinata crudeltà di cui non tutti evidentemente sono capaci; per mille San Francesco disposti a denudarsi platealmente, senza metafora slegata dalle carni impinguite ben ben tra ozio e bella vita, purtroppo troveremo solo uno Zarathustra magistralmente collerico e pronto ad affermare che l’unico elemento degno d’amore nell’uomo è il suo essere transizione e tramonto. Gettare in un fiume vestiti e intenzioni di vita mondana è la via più breve verso l’accettazione della morale plebea, è la favola del Re Nudo invertita negli aspetti fenomenici ma rimasta uguale nel significato; non ci sono paramenti regali a celare la nudità, ma si sente puzza di santità, come un aceto rancoroso lasciato a marcire nel ventre della fogna. Ecco a voi la nudità della santità, che è essenzialmente fumo gettato negli occhi.
Nel santo nudo non c’è tramonto, ma solo un intermezzo di canti lontani e di sinfonie vicine; perché questo uomo che finisce col dirsi incredibilmente vicino a dio, è in realtà talmente calato nella sua parte di umano, talmente conficcato nella radice della croce, da aver perso di vista l’orizzonte sovra-umano delle idee. Ha accettato un dogma, e si comporta di conseguenza.
Avessero una dignità questi santi si affollerebbero sul Golgotha non per contemplare la carcassa del Cristo, lasciata a sanguinare tra corvi e spettatori divertiti, ma per guardare lontano, verso le linee infinite del prossimo giorno; e pietiscono invece le vesti sanguinose di Cristo, le vorrebbero indossare, così capiamo che si spogliano delle loro solo perché sono invidiosi di quelle indossate dal loro redentore.
Ma Cristo era più nudo del Re.
E a me poco importano i peccati emendati, i debiti rimessi e riconosciuti, le vie profane tra ulivi secchi e vermi e asini rinsecchiti, la voce del deserto, folate di vento caldo, orde di santi-zombies anacoreti poveri mistici andati lontano ma rimasti vicino, troppo vicino; verrebbe da dire che hanno scambiato la parte col tutto, ed invece di chiedersi cosa mai è il genere umano avrebbero dovuto domandarsi, una volta messi in marcia protetti solo dalla vera nudità, dove è finito il genere umano. Facendo riechieggiare il peso tragico della domanda sofoclea; dove fuggire e dove essendo fuggire rimanere?
Questi uomini, santi ma pur sempre uomini, laici o cristianizzati che siano, ci portano il verbo dell’uguaglianza; affermano che la nudità dimostra che siamo tutti inequivocabilmente uguali. Nati uguali, viventi allo stesso modo, morenti e morti nella stessa misura di disperazione. Hanno smarrito, se ma ne avevano un briciolo, il senso della assialità, guardano le stelle solo per orientarsi nel cammino notturno e non si pongono la delicata questione di raggiungere quelle stelle, lasciandosi alle spalle la plebe tumultuante. Non oltre-uomini, ma fallaci epigoni degli ultimi uomini, tentatori loro stessi inviati dalle potenze ctonie.
Io non ho rispetto per l’uguaglianza. Né per chi la predica. L’uguaglianza, semplicemente, è un cancro. Non esiste, non è mai esistita, non abbiamo prove che possa esistere; nel momento in cui uno afferma di essere uguale agli altri proprio con ciò afferma la sua differenza visto che impone questo suo giudizio di valore ad altri senza averglielo previamente chiesto. Spirito di sofferenza giacobino, e come tutto ciò che viene dal fondo di rappresentazione giacobino terribilmente ipocrita; l’uguaglianza tollera tutto fuorchè la differenza, esattamente come la mediocrità tutto tollera fuorchè il Genio.
Essendo profondamente anti-naturale, la democrazia, che della uguaglianza è l’istituzionalizzazione politica, predica la necessità dell’ammaestramento; “la morale dell’allevamento e quella dell’addomesticamento sono perfettamente degne l’una dell’altra quanto ai mezzi per imporsi: come massimo principio noi possiamo additare quello secondo cui per fare della morale bisogna avere l’assoluta volontà del contrario”, scrive Nietzsche ne Il Crepuscolo degli Idoli. La democrazia è la volontà popolare elevata sull’immaginifico trono della responsabilità governativa, si insedia un parlamento fittiziamente investito di legittimità e di sovranità, si spogliano i migliori delle loro funzioni e li si relega a paria di una forma istituzionale in cui solo il mediocre può contare qualcosa. Governo di “calpestati, miseri, falliti, malriusciti”, governo oligarchico che ha imprigionato chi può qualcosa ed ha elevato la schiuma, la bava putrescente della storia.
La nudità della democrazia, e della uguaglianza, è esattamente come quella di San Francesco; posticcia, plastica, artificiale, vomitevole. Pastori di anime e pifferai popolari, teorici delle moltitudine allegre, entusiasti delle migrazioni totalitarie e degli incistamenti sediziosi, banchettano sul cadavere della Volontà di Potenza da loro stessi avvelenata; in fondo, avendo smarrito l’anima barbara è persino inutile stare a chiedersi quali prospettive abbia questo genere umano intorpidito dalla vulgata dell’egualitarismo, delle costituzioni francesi e delle Bastiglie franate, smarrite le radici terribili e violente che sole edificano una razza dominatrice (Nietzsche, Volontà di Potenza), non resta ai pochi iperborei superstiti, scampati al furibondo ammaestramento, scegliere la Wildnis, la via della selva e attendere che gli uomini, gli uguali, si uccidano tra loro consumando l’olocausto finale.
Non sarebbe male che la televisione trasmettesse show di morte e di distruzione, una educazione spartana votata alla fine di ogni valore moderno; mostrare il volto decomposto di un morto come potente ammirazione, come via di fuga dalla metropoli-cattedrale della empatia. Aprire una finestra sugli olocausti del presente.
Con la balla dell’amore, il cavallo di Troia dell’uguaglianza ha vinto una battaglia decisiva; “mi sembra che siamo stati allevati come quelle bestie feroci che con astuzia calcolata vengono private dei loro istinti più profondi, per poterle picchiare impunemente con la frusta, una volta addomesticate. Così ci hanno limato i denti e gli artigli e ci hanno predicato l’amore! Ci hanno tolto dalle spalle l’armatura di ferro della nostra forza e ci hanno predicato: amore! Ci hanno strappato dalle mani la lancia di diamante della nostra orgogliosa volontà e ci hanno predicato: amore! E così semplici e nudi siamo stati gettati nella tempesta della vita in cui imperversano i colpi di clava del destino –e ci hanno predicato; amore! (Rainer Maria Rilke, Danze Macabre).
La vivisezione della forza, gli esperimenti nel labirinto-laboratorio dei sentimenti, hanno prodotto il torpore generalizzato, l’agonia di ogni spirito superiore, la stella sagittale del caotico titanismo non ha fatto altro poi che accodarsi alle esigenze restauratrici dell’ordine borghese.
Intendiamoci; il problema non è la mancanza di tolleranza, ma proprio la mancanza di intolleranza. La durezza deve raggiungere vette mai esplorate prima, spersonalizzazione e indurimento totalizzante, odio come unica ragione di vita per superare la linea del nichilismo e portarsi nel punto in cui si attacca, intolleranza per i deboli, per i vili, per i pezzenti dell’anima, per gli ipocriti, per questo mondo debosciato di sotto-uomini. Per tutto ciò che emana il fetore della democrazia, della fratellanza universale, della compassione.
Democrazia. Fango di fogna spacciato per soluzione e panacea di tutti i mali, abbrutimento delle arti e della creazione, necrosi del desiderio. In arte non esiste, non può esistere democrazia, come aveva ragione Ezra Pound; e la modernità invece, esaurite le avanguardie e le provocazioni concettuali, ha fatto credere che chiunque ha un talento nascosto, una qualche passione che sia degna di essere esposta pubblicamente e analiticamente decostruita da qualche critico prezzolato. Azzeramento della vita privata e del pudore, non di quello sessuale ma di quello spirituale, perché la mostruosità della mediocrità non dovrebbe avere diritto di cittadinanza, dovrebbe essere eugeneticamente cancellata. Per quale motivo dovremmo credere che nel concetto di “differenza” è insita pure la stupidità? Questo è quello che dicono gli stupidi, messi con le spalle al muro, all’ultimo metro di tavola sopra l’oceano in tempesta. Dovremmo fare loro la grazia, e spingerli tra le fauci degli squali. Avocando a noi la missione di pietra, quella missione propugnata dal giurista statunitense Holiver Wendell Holmes; troppe generazioni di ottusi, è venuto il tempo di sfrondare. E dalla radice questa volta.
L’ordalia risolutiva ci porta ad annullare tutti i sentimenti di trasporto verso i malriusciti, i quali non sono simili a noi, non sono nulla, non si pongono problemi, non fanno altro che vagolare istupiditi e drogati dalle chiacchiere politicamente corrette, temono e affossano il Genio, l’unica cosa che sono in grado di creare è un triste panico sociale per perpetuare il controllo delle istituzioni.
La vita, per noi, deve essere il libro che richiede solitudine e silenzio di cui parla Strindberg in Inferno, quel libro in cui è contenuta la formula rituale per il raggiungimento di un mondo nuovo in cui nessuno potrà seguirci. Ripugnanza per il prossimo e volontà irriducibile di liberarci da chiunque ci stia attorno, ecco gli unici veri comandamenti. Ma questa volta non ci sarà cespuglio in fiamme che tenga, solo il sibilo malinconico del vento che va a morire lontano.
Proprio come questo inutile genere umano.

venerdì 12 settembre 2008

I Distruttori; appunti su Sade e Virgili


La fragilità dello spirito corrode e permea di sé l’immagine del mondo, angoscia il prossimo, si accascia a terra chiedendo al vizio il permesso di poter migliorare lo status quo, somatizza i peggioramenti e guarda, con ansia e trepidazione, la lunga tremolante linea d’orizzonte, dove si attende che da un momento all’altro appaia il baluginio dell’apocalisse.
Non sono gli spiriti nobili a creare il capolavoro, a cesellare il Genio, a marmorizzare per la nietzschana gioia dell’eternità i frammenti dell’arte; al contrario, grettezza, ristrettezza ossessiva delle possibilità e delle prospettive, tedio, noia, incrostazione delle poche certezze morali, paradigmi rovesciati, ed appunto fragilità spesso tradotta in comportamenti patologici costituiscono il fondamento primo e forse unico della vera arte.
In Cronaca della Fine (Marsilio, 2003), lo scrittore e funzionario Mondadori Antonio Franchini, autore tra l’altro di pregevoli testi come Camerati e Quando vi ucciderete Maestro?, traccia un vivido, dettagliato ritratto “esistenziale” e letterario di Dante Virgili, controverso autore di La Distruzione; non ho usato il virgolettato a caso, sia detto subito. Quelle virgolette servono a comprimere e contestualizzare il senso profondo della vita di Virgili, un autore-uomo che non è mai esistito al di fuori dell’orizzonte (appunto, ristretto) dei corridoi mondadoriani, quasi come un ologramma baudrillardiano avvinto dalla unica preoccupazione di vedere il suo libro pubblicato.
Ed esattamente come nell’ologramma è possibile entrare in sogno per alterarne i profili e la fisionomia, così nella vicenda-Virgili è solo la ricostruzione bibliografica, filologica ed onirico-creativa che finisce per darci la cifra del Virgili stesso.
Virgili, il Virgili biografico, impiegato a Forlì presso la Fondazione Garzanti, il Virgili giornalista presso il “Roma”, il Virgili frustrato ed impenitente sadomasochista, quindi il Virgili-persona, semplicemente non esiste se non in combinato disposto con l’elaborazione della vicenda editoriale e con il frutto stesso di questa vicenda; la sua vita è una scarna notazione sul risvolto di copertina, niente foto, nessuna immagine, solo data e luogo di nascita, la precisazione di una sua precedente attività autoriale sotto pseudonimo.
Franchini ricostruisce la genesi di La Distruzione passando in rassegna le memorie e gli archivi, interrogando, intervistando collaboratori, colleghi, vecchi maestri, e da questa mise en scene corale nasce un affresco interpolato, coro polifonico sui corridoi editoriali, sulle dinamiche che portano alla pubblicazione in generale e nello specifico di un testo complesso e controverso come appunto La Distruzione, che vide la luce nel 1970 dopo anni di costipazione editoriale e di intensi dibattiti intra-moenia alla Mondadori e che, curiosamente, nonostante le polemiche interne, le lettere, gli scambi di opinione, una volta pubblicato scomparve nel nulla.
Virgili, nella narrazione, è un fantasma, un incubo, più che ricostruito sembra messo insieme alla Frankenstein, pezzo dopo pezzo, un pozzo nero sordido e più maleodorante di una fogna a cielo aperto; chiunque abbia avuto a che fare con lui lo ricorda con fastidio, con apprensione.
Lo stesso Franchini, che rifiutò materialmente a Virgili la pubblicazione di Metodo della Sopravvivenza, rammenta il rapporto morboso e semi-ossessivo instaurato tra l’autore e lui, ricorda le telefonate prolungate, gli squilli che echeggiavano tra i piani e tra i corridoi degli uffici senza che avesse il coraggio di rispondere, le corrispondenze intercorse, le frustrazioni espresse dall’autore, gli slanci emotivi, le rincorse disperate, i fallimenti (prolungati) ed i trionfi (effimeri).
Il mondo di Virgili, ci dice Franchini, è un mondo alla rovescia, in cui la possibilità del bene è solo una crepa nell’universalità del male; e proprio in questa sublimazione dello schifo, in questa suppurazione dei sentimenti, risiede il tratto distintivo e paradigmatico di tutti i grandi distruttori. Chi vede aldilà della tenebra immota, fantasticando fanaticamente di lucori rosso-carnicini, di quadri di insondabile oscenità, chi si deterge nella acque paludose della infamia, finisce con l’essere scaricato nella fogna della storia (come l’Eliogabalo artaudiano), nonostante probabilmente abbia dato il contributo più lucido ed analitico alla fenomenologia della (vera) natura umana.
La spersonalizzazione autoriale, lo sdilinquimento del dato umano e personale, la mimesi totalizzante tra vita ed opera è una caratteristica saliente dello scrittore che distrugge; non vi sarebbe necessità alcuna di scegliere il male, preferibile forse, in una prospettiva umanistica, sarebbe porsi aldilà di queste categorie morali, vivere e creare secondo paradigmi propri, ed invece il distruttore sceglie consapevolmente di rovesciare i pilastri su cui è edificata la società civile, non vuole sciogliere il pactum societatis, ma solo insozzarlo e infangarlo per mostrare ai dormienti la bellezza della trasgressione. Ed ogni trasgressione, concetto controverso e contraddittorio per eccellenza, implica la esistenza e l’accettazione di una norma da pervertire.
Tra le pagine composte dai distruttori, non vi sono chiaroscuri; in realtà, a ben guardare, non vi è nemmeno creazione letteraria stilisticamente apprezzabile. Unica cosa che è dato trovare, un borborigma caotico, sordo e ringhiante, colto nel momento in cui schiude le fauci grondanti di bava. Il mondo di cui parla Virgili è un mondo devastato, allucinato, psicotico, in cui il sesso si accompagna inscindibilmente alla violenza, in cui le emozioni servono solo per dare maggiore godimento ai carnefici, in cui la politica diventa estetica ed in cui ogni relazione è destinata ad essere tradita.
Come Sade, che certamente non era avvinto dalla preoccupazione del nitore formale e narrativo, Virgili non si interessa delle “belle lettere”; la costruzione ideologica di un percorso post-celiniano è frutto del dibattito altrui, delle conversazioni intercorse tra critici letterari e funzionari mondadori, ma come rileva lo stesso Franchini, Celine era uno scrittore, coi suoi codici, i suoi parametri, le sue urgenze, Virgili invece era preda del suo istinto. Un flusso senza fine, un oceano nero di odio e frustrazione che alterna stili diversi, linguaggi ora sperimentali ora classici, un dialogo interiore spezzettato dalla malattia e dalla incorenza dell’uomo che si cela dietro quelle righe; dire quanto di Virgili-persona vi sia tra quelle pagine è quasi impossibile, e di certo non più utile del tentare di capire se davvero Sade abbia messo in atto alcuni dei suoi propositi sadici.
Detto in poche parole; Virgili non vive tra i suoi libri, Virgili è i suoi libri.
Una identificazione totalizzante, che non ammette compromesso, tanto che le prime pagine di Cronaca della Fine sono dedicate al tentativo di far riemergere un dato biografico oggettivo di Virgili; e lo stesso Franchini non arriva ad alcuna conclusione, perché ammette che l’opera virgiliana finisce per incarnare una sua propria esistenza, alternativa o meno poco importa.
Non ha senso chiedersi se Virgili sia stato davvero un volontario delle SS, non più di quanto potrebbe averne lo stabilire quanto profonde fossero le ferite inferte alla servetta Rose Keller da Sade.
Virgili, come Sade, disprezza se stesso, ed è ossessionato non dal sesso ma dalla possibilità di enucleare in modo convincente modalità di distruzione del genere umano; Virgili agogna una nuova guerra, tanto che uno dei suoi scritti si chiama La Terza Guerra Mondiale, passa in rassegna conflitti, atrocità, bombardamenti, violenza sadica, spera nel conflitto nucleare. Sade invece, ossessivo ed ossessionato, descrive minuziosamente torture, dolori, sofferenze, giochi di rara crudeltà.
La struttura di La Distruzione è un crescendo che lascia poco alla sensibilità del lettore; si è preda e vittime di questo io narrante che finirà per identificarsi con Adolf Hitler, un Hitler sconfitto e morente che pure vaticina sul futuro e “vede” i conflitti prossimi venturi dal profondo abissale della sua tomba-bunker. Allo stesso modo, Sade, per usare le parole di Maurice Blanchot, aveva saputo fare della sua prigione l’immagine della solitudine dell’universo; la sua narrazione è cruda, stilisticamente ripetiva, quasi mantrica, implica una anaffettività completa, e per quanto i personaggi siano descritti e si muovano in terza persona, si vede l’ombra cupa di Sade intenta a muoversi con pesantezza demiurgica tra le vicende di sangue.
Sia Sade che Virgili (come Hitler, d’altronde) sono degli sconfitti; Sade trascorre gran parte della sua esistenza in carcere, recluso ed istituzionalizzato, sconta una frustrazione crescente, la limitazione coattiva degli spazi e degli orizzonti lo portano a sperimentare forme di esaltato e caotico misticismo (quasi uno stato di trance) di cui le pagine de Le 120 Giornate di Sodoma sono ideale manifestazione.
Quando Klossowski, in Sade Prossimo Mio, paragona la voce sadiana a quella del santo anacoreta Benoit Labre, divenuto famoso perché si cibava dei suoi stessi pidocchi, è assolutamente nel giusto; entrambi sono accecati dall’oggetto del desiderio, da un orizzonte immoto ed immenso che si perde oltre l’immaginazione stessa, esattamente come gli Stiliti o come San Francesco o come San Giacomo. Ripercorrere le vite dei Santi può davvero metterci in guardia su come alcuni meccanismi mentali operino.
Sade e Virgili sono stati degli sconfitti, e dei fanatici, esattamente come i Santi cristiani, impossibilitati a raggiungere la congiunzione col principio di divinità e quindi tentati/coadiuvati dal demonio, lunghe estenuanti tentazioni raccontate in tutti i minimi dettagli quasi con tendenza pornografica.
Come sottolinea Bataille, forse l’unica opera sadiana con intento smaccatamente “letterario” è Eugenie de Franval, per il resto si assiste ad una urlata e disordinata commistione di filosofia, ripetizione semi-rituale e delirio. Sade non narra, non scrive, ma ulula, guaisce come un cane battuto, la sua furia si completa nell’insensata conclusione de Le 120 Giornate, un testo che ha un suo incipit logico, delle iniziali descrizioni letterarie, un abbozzo di trama e che poi invece decade e scade nella brutalità accelerata, una velocità assurda ed immane che trascende ogni possibilità di comprensione.
Dicevo; non importa sapere se davvero Virgili sia stato nelle SS.
Virgili, aldilà di tutto, ha somatizzato quell’episodio storico e bellico, ha introiettato il peso della sconfitta e di un mondo perduto e non può quindi, fantasma alienato disperso in terra nemica, gioire per cose che reputa appartenenti alla sfera umana; vuole situarsi oltre, vuole distruggere per ritrovare la sua libertà e ricongiungersi all’agognato mondo nazionalsocialista, vero o ipotetico che questo poi sia stato..
I suoi Himmler, i suoi Goebbels, sono come i libertini di Sade; una proiezione destoricizzata, avulsa dal reale contesto e delineata lungo linee e paralleli del tutto soggettivi. Poco importa di quelli che verranno dopo, scrivono i coniugi Goebbels e certamente lo stesso Hitler condivide, perché i migliori saranno caduti; ma Virgili viene dopo e deve scontare quella maledizione, e quel bunker di roccia e cemento inghiottito dal vortice di fuoco, dai missili sovietici e dal rimbombare cupo dei panzerfaust, diventa quasi una cella egizia dentro cui cova la più temibile delle maledizioni. Virgili è colpevole di essere venuto dopo, la colpa di vivere, lui lo sa e lo dice chiaramente, tanto che non vorrebbe certo salvarsi quando immagina ecatombi varie.
Di più; non vuole nemmeno che di lui, della sua memoria, della sua figura resti traccia. L’ultima riga de La Distruzione recita; “la mia stessa morte Mut zum Abgrund come non fossi mai nato”.
Lo stesso Sade, nelle sue disposizioni testamentarie raccolte e tramandateci da Apollinaire, si perita affinchè della sua esistenza non rimanga traccia alcuna, fornisce precise disposizioni affinchè la sua tomba venga coperta da querce e da altri alberi, volendo eliminare per sempre la vista di quella tomba e per tramite della tomba, della sua memoria. “Come io mi lusingo che la mia memoria scompaia dalla memoria degli uomini”, dice.
Entrambi confinati nella loro condizione di prigionieri, sia Sade che Virgili non possono fare altro che sperimentare la sublimazione frenetica dell’odio; solo odiare li rende vivi, quel pulsare cattivo e che imperla di sudore la fronte, quelle visioni abbacinanti d’inferno da descrivere didascalicamente, quasi a voler erigere un sistema filosofico piuttosto che un capolavoro letterario. Tanto che Klossowski tenterà di delineare delle similitudini tra la filosofia hegeliana e lo spirito sadiano, pur nella diversità assoluta di coerenza logica.
Nietzsche notava che non è la forza a rendere gli uomini superiori, ma la costanza di un alto ideale; né i libertini sadiani, né i personaggi di Virgili possono dirsi animati da alti ideali, e nemmeno dotati di costanza e di perseveranza. Sono laidi, cinici, sfrenati, gretti, descritti in modo da suscitare piena ripugnanza, ma soprattutto sono volubili e terribilmente incostanti. Proprio perché sia Sade sia Virgili vedevano e consideravano in quel modo essi stessi, a prescindere dalla realtà fattuale.
Come scrive Franchini a proposito di Virgili, “leggendo si capiva subito che l’autore non era né uno di quei versatili professionisti né uno di quei pacifici depravati che attingendo ad una loro propria interna segreta controllata attrazione per l’orrore, sono capaci a seconda del caso e delle circostanze, di ricostruire dal di dentro la psicologia di un nazista, di un terrorista, di un serial killer…leggendo chiunque poteva capire che quello scrittore quell’uomo doveva essere lui stesso il mostro”. E nonostante nelle pagine successive emerga un ritratto umano di Virgili decisamente meno crudo e sadico di quanto si potrebbe pensare (soprattutto nel capitolo conclusivo, in cui si trovano dei lati della personalità dello scrittore bolognese decisamente sorprendenti), questa notazione di Franchini è lucida ed esatta; perché come ho detto più sopra, non si può prescindere nel parlare del Virgili-uomo dall’analizzare la furia della sua opera.
D’altronde la vita di Sade non fu particolarmente scellerata, non certamente più perversa di quella del nobile medio del suo tempo; anzi, in una certa misura, il Divin Marchese si rivelò una persona di buon cuore, attento alle esigenze altrui, prodigo di consigli e di attenzioni. Addirittura non si vendicò della suocera, che pure gli aveva recato indicibili tormenti e sciagure, quando ne ebbe occasione. Ciò nonostante, Sade è un mostro. E’ lui stesso a voler tramandare la vulgata della sua mostruosità morale; non esistono quadri, dipinti, affreschi che lo raffigurino, ma solo alcune miniature una delle quali fu rubata (curiosa coincidenza) da un milite delle Waffen SS durante l’ultimo conflitto mondiale.
Farsi passare come mostri, paradigmi di un male assoluto, è stato sia per Sade che per Virgili un utilissimo escamotage per raggiungere una liberazione, quasi quella mohksa promessa ai suoi fedeli dalla religione hindu; costruendo faticosamente, e nel sangue, un sistema di lerciume, di sofferenza, di martirologio profano ed affogando poi se stessi in quella palude riuscirono a sperimentare magari solo parzialmente una autoaffermazione. Più facile sarebbe stato seguire un sentiero nietzschano di indifferenza per i valori dogmatici, per il bene e per il male; ma in quel caso, non avrebbero avuto riconosciuti i loro sforzi e non sarebbero stati compresi. Ed in una qual misura accettati. In fondo, ogni carnefice ama la sua vittima e quando la uccide, uccide una parte di se stesso.
Non mancano, come acutamente rileva Franchini, “casi analoghi di teorici della ferocia e della oltranza ideologica, caratterizzati spesso, sul piano fisico e personale, da manifestazioni anche accentuate di fiacchezza e mestizia”; non è una mera questione di palliativi e catarsi, di frustrazione sperimentata e vomitata con esito liberatorio attraverso moduli narrativi. Non mi riferisco a quella liberazione, che non potrebbe prescindere dalla realtà effettiva.
La liberazione è quella dalla condizione di prigionieri. Una sindrome di Stoccolma esistenziale che fa combaciare la ristrettezza delle prospettive e degli orizzonti con una piena focalizzazione del proprio Io; tanto che un altro grande Distruttore, Albert Caraco, nel suo Post-Mortem, arriva a scrivere “il mio giudizio volge all’apoteosi e io mi lascio catturare dalle visioni che suscito, sono prigioniero e me ne felicito come non mai”.
Per esserne consapevole, consapevole di quella felicità, ha comunque dovuto scriverlo, cristallizzare quelle impressioni e quelle emozioni a mezzo di scrittura su carta, altrimenti si sarebbe limitato a percepire dentro di sé il ringhio sordo di un’anima morta.
Virgili e Sade hanno la stessa urgenza, cercano la medesima “felicità”; il primo è ossessionato dalla pubblicazione, vuole vedere stampato il suo libro, tanto che arriverà poi nel caso di Metodo della Sopravvivenza a farsene rilegare e stampare alcune copie in proprio. Non è la solita ansia da esordiente, e lo si capisce soprattutto nella parte conclusiva quando Franchini parla della sua conoscenza diretta con lo scrittore bolognese.
Il secondo invece “piange lacrime di sangue” quando il manoscritto de Le 120 Giornate va perso a seguito dei tumulti della Bastiglia; sarebbe certo esperienza emotivamente devastante per qualunque letterato, non ne dubito, ma per fare un esempio basterà qui ricordare la vicenda del manoscritto del poema “Il più lungo giorno” (considerato il nucleo fondante dei Canti Orfici) di Dino Campana, manoscritto consegnato a Soffici e Papini e che questi persero. Campana soffrì moltissimo di quella perdita, fino ad esserne esasperato ed esacerbato,. ma ciò nonostante riscrisse il tutto (e curiosamente oggi si considera la riscrittura come decisamente superiore all’originale, che fu ritrovato negli anni settanta). Proprio perché era un letterato e conosceva la disciplina del sistema.
Al contrario Sade, che non è un letterato o che almeno tale non vuole essere, si sente perso, solo e nudo davanti al dio rovesciato che egli stesso ha partorito, riscrivere tutto non gli passa nemmeno per il cervello, non ne ha voglia né possibilità.
Il motivo è semplice; la creazione letteraria in Sade e in Virgili va di pari passo con le loro esistenze, è un processo lineare, per quanto moralmente contorto, e la mancanza del prodotto creato è una sorta di profonda ferita. Un vulnus spirituale pesantissimo.
Non c’è una logica precisa in questo, mi sembra evidente; è il caos a vigere nel modo più puro ed assoluto. Per dirla con il Caraco di Breviario del Caos, “nel caos in cui sprofondiamo vi è più logica che nell’ordine, l’ordine di morte in cui ci siamo mantenuti per tanti secoli e che si disgrega sotto i nostri passi automatici”.
E questo ci porta a parlare della sovrastruttura ideologica legata ai due autori; perché in effetti non è mai mancato un dibattito squisitamente politico su entrambi. In fondo Sade visse i fermenti della Rivoluzione Francese, Virgili invece è considerato autore dell’unico romanzo apertamente nazionalsocialista del panorama letterario italiano, e quindi di materiale infiammabile se ne trova a bizzeffe. Tuttavia sarebbe risibile limitare il campo di azione ad una qualche ideologia realizzata e/o “reale”, perché come si è detto ci troviamo al cospetto di due nichilisti individualisti che la loro politica se la costruiscono e se la giocano nel corso del processo creativo.
Non è quindi una questione politologica, ideologica in senso stretto, di adesioni o di convinzioni espresse o non manifestate. Importa poco sapere cosa Sade pensasse di Robespierre o per quale partito il vero Virgili simpatizzasse.
Ciò che invece, a mio avviso, riveste importanza, è l’assoluta, dal loro punto di vista coerente, trascendenza degli opposti. Virgili in primis è stato accusato, da sinistra, di revanscismo intellettuale e politico, di dare dignità alla sozzura politica, mentre da destra lo si è perlopiù squalificato dicendo che presenterebbe una versione parodica e forzata del nazionalsocialismo, come appunto paradigma di un male incancrenito.
Tanto gli uni quanto gli altri partono da un piano logico-argomentativo del tutto inaccettabile; non hanno capito, o forse non si sono sforzati di capire, che il male accettato ed elevato a supremo signore da parte di Sade e Virgili è frutto del senso immane della sconfitta e della mancanza di libertà. Non una conseguenza della loro ideologia, ma discendente direttamente dalla rovinosa caduta di quella ideologia.
In questo aveva perfettamente ragione Gianfranco de Turris che in un coraggioso, ed isolato, articolo apparso su L’Italiano manifestò apprezzamento, e genuina comprensione, per le motivazioni sottese a La Distruzione.
Perché il libro di Virgili non manifesta un nazionalsocialismo storicizzato, contestualizzato, rigoroso e accademico, manifesta invece un nazionalsocialismo interiore, personale e soggettivo, interrelato ontologicamente alla sua esistenza. E da ciò emerge il senso del disgusto, che Franchini riprendendo le parole di Parazzoli cita più volte, il senso assoluto di una vertigine di isolamento, anomia e morte.
Circondanto da un mondo che non riconosce come suo, Virgili va alla deriva. Esattamente come il Caraco di Post-Mortem, quando in conclusione di libro arriva tragicamente a domandarsi “Ho vissuto, io? Non lo so proprio, la mia vita non è stata altro che una pagina non ancora scritta e, vicino alla cinquantina, tutto quel che me ne resta sono solo dei fogli imbrattati di inchiostro”. E Virgili non invoca forse un curioso “tornare al 1945”, messo nero su bianco a pagina 204 de La Distruzione ?
Ideologicamente nessun uomo sano di mente e coerente, legato al nazionalsocialismo, agognerebbe di tornare all’anno della sconfitta totale, mi sembra ovvio e palese; spererebbe di poter tornare al 1933 o ancora prima, per vivere l’intera epopea hitleriana. Non certo nell’anno in cui la Germania e l’Europa, per dirla con Drieu La Rochelle, se ne va spazzata via ai quattro venti…
Ma è questo il punto; Virgili si percepisce come non.-esistente perché chiamato a scontare il peso allucinante della sconfitta. Preferisce farsi tumulare sotto i bombardamenti alleati su Dresda o nella disperata difesa di Berlino, vorrebbe consumarsi la carne e lo spirito tra le volute di fumo e fuoco che sovrastano i profili austeri del Reich agonizzante, sconfiggendo così la maledizione che grava sulle sue spalle.
Virgili, il Distruttore, è figlio di una Distruzione.
Forse una delle più catastrofiche che il genere umano ricordi. E a ciò assomma la damnatio memoriae di cui si è fatto oggetto il regime hitleriano, non solo sconfitto militarmente, ma processato a Norimberga e certificato nei libri di storia come simbolo universale di infamia.
Il Mostro è vittima di quel clima. Diventa Mostro perché altri ce lo hanno fatto diventare. E adesso lui si comporta di conseguenze, se ne bea, ne gode.
E tutta la sua vita, la sua non-esistenza, diventa una lussuriosa, pesantissima cronaca della fine.