lunedì 8 febbraio 2010

Con questi frammenti






Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine
T.S. Eliot, La Terra Desolata

Per qualcuno, un angolo di paradiso.
Per altri, molti altri, uno squallido squarcio di degrado urbano – segmento di terra, asfalto, pineta, tronchi cavi e buste di plastica, a delimitare il perimetro che sorge a poche centinaia di metri dal mare, un mare che la selvaggia cementificazione ha reso una illusione.
Quando hai smesso di poterti dire un essere umano?
Quando hai acquistato quel genere di drammatica consapevolezza?
Guardati.
Sei praticamente nuda. E potresti essere mia madre; tessuti adiposi in eccesso, trucco sfatto a celare capillari rotti, alcolismo, leggeri flirt con la droga e penitenze e pestaggi educativi di qualche pappone i cui guadagni sono ormai inversamente proporzionali al’avanzare della tua età – il documento, testamento anagrafico di sogni e speranze, non so per quale motivo tu sia venuta qui e non mi interessa, non amo i pompini sociologici, le scopate statistiche e gli approfondimenti anali, il documento ha appiccicata una foto di una te felice, curata, vestita bene, sorridente, in posa, lo prendo e lo guardo come se stessi contemplando la migliore opera d’arte del mondo, attorno sfrecciano le macchine, fanno finta di essere tutti affaccendati nei frenetici e caotici ritmi della loro vita, le loro vacanze, le loro rate per il mutuo, il loro leasing e le finanziarie e i problemi di salute del figlio, e voi puttane adesso cessate di esistere, di rappresentare la comoda valvola di sfogo per lenire insopportabili frustrazioni sociali, sfrecciano in macchina ascoltando la radio le felici chiacchiere per l’ennesima vittoria della Roma o la classifica dei singoli maggiormente venduti o le metafore di Avatar.
Voglio davvero tu perda un po’ del tuo, non so quanto, prezioso tempo per capire quanto in basso sei scesa, un rapido raffronto con la foto del tuo documento suggerisce la linea evidente del tuo abbrutimento, la discesa nel baratro, sparata come un proiettile di fucile – la tua esistenza è funzione del sesso promiscuo e bestiale che clienti disperati, confusi, emotivamente deprivati, comprano, di queste scopate animalesche tra le fratte.
Bisogna stare inchinati per raggiungere il ventre dell’alcova improvvisata, tra divani putrefatti, materassi gonfi di pioggia e di merda di cani e di uccelli, il sole filtra a scacchi tra le fronde basse dei pini e della macchia mediterranea, invisibili sentieri si disperdono lungo l’orizzonte ed io batto ogni singolo pertugio, cammino in avanti e indietro, ansimando, gemendo, chiedendomi quale sia la drammatica ragione della mia permanenza nel sordido cuore pulsante della pineta – sei quasi nuda, l’ho detto.
E in questo contesto, è uno spettacolo francamente osceno; non sei sexy, solo patetica. Tette flaccide da vacca strizzate in un corpetto di latex nero, una minigonna sformata dal culone, autoreggenti e un volto di fame, immiserito, languidamente triste, disperato.
Chi sono i tuoi clienti?
Gente troppo povera per aspirare ad altro?
Amanti del patologico?
Imbecilli?
Combinazioni delle sopra menzionate categorie?
Hai un protettore? No, mi rispondi, con una flebile voce di bestia straniera, sono sola, sola e persa in questo grande paese di speranze e pompini che è l’Italia, duemila anni di storia e cultura e pinete a luci rosse.
Abbiamo tutti dei sogni, quali sono i tuoi?
Nessuno. Hai smesso di avere sogni quando hai dovuto per la prima volta leccare le palle sudate di un camionista di passaggio – nessuna conversazione, nessuna richiesta di aiuto, hai persino smesso di considerarti un essere umano, una donna, un’anima, uno spirito inquieto, tutto ciò che hai fatto prima, nella tua vita rispettabile, è evaporato per sempre, hai imparato che stabilire una qualche forma di empatica connessione tra cliente e puttana è un’arma a doppio taglio.
A nessun cliente importa davvero della donna che scopa – ognuno di loro da qualche parte ha una madre apprensiva, una fidanzata rompicoglioni, le pastarelle da portare ai suoceri la domenica mattina, un figlio da accudire e una morale da ristorare a messa, con la mente metaforicamente imperlata di sudore a ripensare alle scopate da pineta, nell’afrore di erba bagnata, quadri osceni di kleenex preservativi usati abbigliamento dozzinale e depressione lenita giusto giusto dai tentativi sagaci di crearsi una dimensione da dominatore.
Da quanto sei in Italia?
Non rispondi, trincerata in un mutismo che non ha traccia alcuna di dignità e di compostezza; è solo una barriera tangibile di disprezzo, di miseria, quel tentativo residuo di restare a galla, mentre attorno il mondo è in fiamme.
Sei malata?
Ci sono buone possibilità.
Scabbia.
Epatite.
Eczemi.
Non necessariamente AIDS, mi dici che molti clienti chiedono rigorosamente il preservativo; faccio fatica a crederlo, sinceramente. Ma non è questo il punto – il punto, e su questo converrai con me, è l’idea di prendere la macchina dal garage, mettere in moto dopo aver inventato una qualche risibile scusa con la moglie o la madre o il padre, ed essere venuti qui per una battuta di caccia sessuale, passando in rassegna le puttane, tutte va detto decisamente malmesse.
Me li vedo insinuarsi lentamente tra le frasche questi clienti, mentre il sole inizia a declinare in un lago rosso di sangue; passi leggeri, felpati, il rumore secco dei rametti che si spezzano sotto le loro scarpe, guidati dalla puttana che hanno scelto, la puttana è davanti a loro e nonostante l’abbigliamento scarso e il freddo e i tacchi a spillo procede velocemente. Conosce come una guida indiana i mille sentieri di questo posto di merda, si incunea, sposta i rami fittiziamente posti a celare determinati ingressi di radure dove poter scopare.
Buste piene di abbigliamento – perché le puttane si cambiano velocemente nel folto della pineta.
Sei sola?
Oppure, ed è ciò che credo, ci sono altre puttane qui nei paraggi?
Dimmelo, senza tanti giri di parole – tanto, e lo sai benissimo, le troverò.
Non ci fai mai il callo; per quanto tu voglia giocare alla donna dura, di vita, a questa estasi posticcia pasoliniana, il dolore è troppo grande, e la ferita continua a sanguinare. Ti hanno picchiata, pochi giorni fa; quattro giorni di referto, tre a Rebibbia, so che alcune puttane bulgare hanno preso male il tuo arrivo.
Le guerre etniche dei balcani perpetuate nella pineta di Ostia, nel nome dello sfruttamento sessuale. E mentre mi racconti dei colpi che hai ricevuto, sembri tradire per la prima volta una espressione umana, contrita, da cane bastonato.
Sono lucciconi quelli che vedo brillare nel profondo dei tuoi occhi neri?
Stai per piangere?
Non farlo, davvero. Non c’è bisogno; e sinceramente, a me le lacrime così gratuite, così drammaticamente immotivate, infastidiscono.
Ancora non ti ho dato un vero motivo per piangere. E posso assicurarti che quando lo avrai, potrai dare libero sfogo alla tua sofferenza.
Sei un animale.
Una bestia.
Non hai alcun valore, e non lo hai mai avuto, né per i tuoi genitori né per i figli che certamente hai da qualche merdosa parte della Romania, nessun valore, nessun diritto, nessuna sacralità del corpo umano, nessuna consistenza positivamente apprezzabile, nessun interesse o gusto che io possa reputare degno di attenzione, sei ferma, immobile, paralizzata, cristallizzata, respiri piano, con fatica, la paura che provi si percepisce lontano un miglio. Il silenzio della pineta, ed il rombo delle macchine che sfrecciano sulla strada a poche decine di metri da noi.
Ironica colonna sonora, non trovi?
Hai paura delle violenze dei trans – quando arrivano sciamando in pineta, seminudi e coi cazzi e le tette di fuori, li vedi drogati, gonfi di alcolici, disposti a tutto, e tu per loro sei una minaccia commerciale, una nemica, uno scarafaggio da fare a pezzi e schiacciare.
Hai paura delle retate, dei viaggi al fotosegnalamento, delle battute volgari e grevi dei poliziotti.
Hai paura degli altri protettori. Ma in realtà, hai paura anche del tuo protettore, che ti sfrutta senza pietà pronto a lasciarti per strada quando non gli servirai più.
Ti senti esaurita, finita, stremata.
Interiormente, vuota.
Priva di un senso. Di una qualche logica che davvero ti spinga ad andare avanti.
Nulla che ti emozioni, che ti renda felice. Vivi meccanicamente, e ti trascini di giorno in giorno per pura fisiologia dividendo un lercio appartamentino con altre otto puttane est-europee.
Arriverà un giorno, in cui diventerai trafiletto di cronaca nera. Qualche sospiro di circostanza da parte dei professionisti della compassione, e poi più nulla. Nemmeno una tomba, niente parenti a reclamare la salma. Potresti esssere sepolta qui, tra i preservativi i divani sfasciati e le merde di cane.
Non sarebbe una cattiva idea.

domenica 7 febbraio 2010

Un pompino è un pompino









Un pompino è un pompino.
Per quanto possa girarcisi attorno imbastendo allegre baracconate di spirito libertario, rivoluzione e pensiero evoluto, il succo sostanziale della pornografia resta la mercificazione del corpo umano – per fortuna aggiungo io, perché farsi le seghe col manifesto del partito comunista è esercizio potenzialmente noioso.
Lasse Braun ha contribuito a fondare una certa visione della pornografia, a renderla surrogato emotivo della globalizzazione in un afflato di superamento di steccati/barriere/pregiudizi morali, portando il verbo delle scopate in celluloide (e su carta patinata) a qualunque latitudine.
Lasse vuole renderci partecipi dei suoi passati sforzi e dato che la penna non gli fa difetto, sia in termini qualitativi che in termini più smaccatamente quantitativi (ha già composto e pubblicato vari altri libri, tra cui un monumentale affresco in salsa peplum che va sotto il nome di Lady Caligola, non casualmente prefazionato da Tinto Brass), eccolo adesso alle prese con la sua estesa e corposa autobiografia, SENZA TREGUA (per Coniglio Editore, 400 pagine al prezzo di 24,5 euro) – da quel che capisco originariamente il titolo avrebbe dovuto avere una più smaccata coloritura hippie, qualcosa come “l’uomo che amava le donne” e trovo in effetti che la ragione sociale peculiare del libro sia una tinteggiatura in chiave filosofica dell’ossessione sessuale, perché senza ombra di dubbio amare le donne, in ogni senso, pure a costo di riesumare le farlocche ed offensive panzane di W. Reich, è una storia che merita di essere raccontata soprattutto quando questa storia passa per uncini, scopate tra frattaglie, gang bang, estremizzazione dei loop, violenza e censura.
La visione ecumenica di Lasse ci porta a ripercorrere una variegata fenomenologia di partigiani, “liberazione” (che da storica diviene sessuale), viaggi nella Germania hitleriana dove addirittura il piccolo scapestrato baby (futuro) regista porno avrebbe tirato il baffo quadrato del Fuhrer.
Con alle spalle tanta partecipazione ai destini dell’Europa, Lasse non può esimersi dal narrarci la genesi della cultura pornografica tra ritagli di giornale con funzione epifanica (“sgominata a Genova pericolosa gang di pornografi”), la scansione dettagliatissima e particolareggiata della sua esistenza, la sua laurea in legge (argomento, la censura…), i primi approcci sessuali con cameriere badanti e ragazze (anche se dobbiamo annotare sul carniere, approcci bambineschi già in terra crociuncinata), le feste, la droga, il tentativo di lobbismo pro-porno con tanto di contatti con esponenti politici e proposta di legge in tasca, il perfezionamento hippie pre-sessantottino.
Non ci sono dubbi; per Lasse Braun, la pornografia è una cosa seria.
Una filosofia di vita, una rivoluzione, un fine ultimo tempestoso e demiurgico, quasi una dottrina religiosa.
Io, che sono più profano e disincantato, mi accontento delle narrazioni dei backstage, delle descrizioni vivide e dettagliate di film capolavoro come il sozzo HOOKED, meravigliosa epopea di degrado sessuale con tanto di panzone barbuto mutilato fornito di uncino prostetico alle prese con un godurioso fist-fucking (in modalità stupro) su una candida ragazzina catturata e portata nel capanno rurale, pornografia che scintilla degnamente tra Stevanin e Pickton (e di cui memorabile recensione troviamo sul secondo volume di Funeral Party) – a Braun dobbiamo pure l’introduzione di frammenti sadomaso violenti, del pissing e di altre amenità che da sempre titillano il palato di noi degenerati consumatori di buona pornografia.
Gli dobbiamo pure, e Sotos tenga a mente, la serializzazione dei loop, qui in combinato con lo spirito commerciale ed imprenditoriale dei giudeoli americani, da sempre ben disposti quando si tratta di lucrare in termini pornografici; gran parte delle lorde sale immerse nella coltre di oscurità dentro cui maschioni sub-urbani vanno a spompinarsi a vicenda, coltivando deleterie illusioni di eterosessualità soltanto perché pagano monetine per farsi scorrere davanti film porno di marca eterosessuale, devono molto, moltissimo al buon vecchio Lasse.
Noi stupratori mancati ci sediamo in religioso silenzio davanti all’evoluzione di DELPHIA THE GREEK, prima apparizione di quell’autentico rito di passaggio che è la doppia penetrazione anale-genitale – e tripudiamo in esultante estasi per l’intera serie FORCED TO SEX, la quale già nella locuzione semantica è una chiara scelta di campo.
E però...
Però.
Mi domando per quale motivo noi italiani dobbiamo sempre insinuare l’ombra tintinnante di un però, per quale motivo lambiamo l’assoluta grandezza e poi dobbiamo ritirarci sconfitti a leccarci le ferite. Perché, mentre nella pornografia di un Jamie Gillis la brutalità è brutalità senza comode sovrastrutture redimenti, mentre nelle pagine di un Peter Sotos la crudeltà è crudeltà gratificante a livello individuale, Lasse Braun ci dice chiaramente; no, ragazzi, avete sbagliato.
Noi siamo dalla parte, reazionaria, del porno come sopraffazione, come reificazione, come abuso e come violenza, mentre lui anela ad una liberazione mentale e morale attraverso lo shock.
Preso atto delle divergenze di impostazione (confermate dallo storico del porno Pietro Adamo, il quale tratteggia una differenza estetica ma pure “politica” tra la violenza pornografica anni settanta e quella odierna…una volta, dice Adamo nell’annuario del Porno edito sempre da Coniglio, la violenza era funzionalmente catartica e liberatoria, mentre oggi è commerciale, retriva, caricaturale e posta al servizio dei peggiori istinti), direi che non dobbiamo gettare con l’acqua sporca il bambino; Braun ci sa intrattenere e se bypassiamo la tendenza a voler rendere chiunque (da Hitler a Jamie Gillis!) una comparsa nella SUA esistenza, d’altronde il libro è SUO e può scriverci quel che accidenti vuole, possiamo godere delle inesauste descrizioni di un porno primitivo, clandestino, genuinamente rozzo e naif, violento (ok, non ci interessa il perché di questa violenza, ci basta la violenza in sé), promiscuità sessuale e megalomania attoriale.
Rodox, senza Lasse Braun, significherebbe poco, e di questo dobbiamo essergli riconoscenti.
Gli dobbiamo le gang bang cinefile delle notti magiche di Cannes del 1975.
Gli dobbiamo le equivoche scelte di pornostar che dimostrano meno dei loro certificati diciotto anni e le epopee di inseguimenti di trash paramafioso quando è alle prese con debitori e partner commerciali infedeli (i maligni, ma noi non siamo maligni, i maligni dicevo potrebbero notare l’intrinseca contraddizione tra certe asserzioni pseudolibertarie e l’estrema cura degli affari, cura nutrita pure da cause legali, pestaggi che Braun ci esibisce con certa gioia bambinesca…un maligno estremamente pedante potrebbe notare l’ironia di pagina 112, programmaticamente titolata “guerra ai pirati”, laddove si parla di regolamento di conti con riproduttori illegali dei film di LB, avendo previamente letto di come lo stesso LB si ritenesse a modo suo un combattente della libertà e un pirata).
Ma io, e quei quattro cinque che mi seguono, non siamo mai stati dei maligni.
Degenerati, pervertiti, molestatori virtuali, beceri, cripto-isolazionisti, tutto questo si, ma maligni accidenti no!
Il libro, va ammesso senza tante reticenze, è uno spaccato gustoso e fondamentale per chiunque coltivi con un minimo senso della decenza e della completezza la fenomenologia del mondo porno – è scritto bene, nessun dubbio sul fatto che Braun sappia scrivere ed intrattenerci, finisce per sembrare un viaggio romanzesco su un altro pianeta in cui la monomania ossessiva del protagonista filtra gli eventi reali come un caleidoscopio di tette e culi e pelo pubico.
Un mondo rovesciato, divertente, scanzonato. Ma anche cinico, violento, squallido, riprovevole.
Semplicemente, ad ognuno il suo.

STIGMA




Non so perché sono qui ad ascoltarti.
Potrei scegliere mille altri modi per farmi del male, per fingere una qualche forma di empatica partecipazione alla miseria del mondo, l’abbrutimento immalinconito della tua condizione di caso umano che solo un frainteso senso di idiozia new age può portare a definire “speciale” mi si para davanti e mi infastidisce.
Dico sul serio.
Credi di avere una risposta per tutto, saccenza esistenziale esibita a mio beneficio, occulta voce amica di compendi digitali e chiacchiere in high-speed su msn, parli a vanvera parli da sola accusando me di solipsismo egotico di autoreferenzialità filosofica, ma io sono solo un masturbatore, un lurido deviante da apoteosi della corruzione e nonostante tutto sei qui a denudarti, peggio anzi, a disossarti a farti macinare la carne dalle mie puntute e morbose domande.
La risposta del padre.
Seconda figlia potenzialmente inutile, una sorella che riceve tutte le vere attenzioni, l’affetto, i soldi, il perdono per le scelte sbagliate, hai fantasie radicali di incesto, ti bagni a nominare il cazzo di papino, un cazzo da succhiare adorare leccare e da cui farsi infilzare tutte le notti. Perfetto sconosciuto, eccomi, e ricevo le tue insondabili confidenze, non hai idea di chi io sia davvero e di cosa voglia, eppure mi scarichi addosso la tua personalissima miseria, un carico fecondo di sofferenza, dolore, annullamento dell’ego.
Mi parli, dopo i coloriti e colorati accenni pornografici all’incesto, dei tentativi di suicidio, della clinica psichiatrica, dei farmaci, della terapia, della solitudine, del fallimento all’università, del primo ragazzo che ha abusato violentemente di te, delle botte degli schiaffi dei colpi dei lividi bluastri delle ammaccature delle volte di quando tornava a casa in piena notte fatto sbronzo cattivo una bestia letteralmente pronta a farti a pezzi eri sicura che ti avesse tradito che avesse scopato nel lercio cessetto di qualche discoteca con una puttana da quattro soldi, ti ci vedevi riprodotta in quel quadro di desolazione notturna a ripercorrere minuto dopo minuto il tuo inferno – il cazzo di papà, il suo sperma che succhiavi inginocchiata sul tappeto con attorno le foto della prima comunione, dei viaggi con occasionali ragazzi, i sorrisi plastici ed artefatti di tua sorella, l’abuso eternato del tuo fidanzato e ancora prima a cascata la tua muta richiesta di aiuto indirizzata a tua madre, ogni mattina quando scendevi in cucina per fare colazione la guardavi silenziosamente sperando che ti chiedesse che cosa fossero quei grugniti soffocati che tutte le sere, inevitabilmente, sentiva provenire dalla tua stanza, ed invece apparecchiava preparava il caffè e ti dava qualche biscotto per celebrare la serenità del mulino bianco, mentre papino finiva il latte e si sistemava frettolosamente il nodo della cravatta. Bastava un suo sguardo distratto, pronto ad incrociare le tue frenetiche pupille per infonderti un terrore ancestrale, puro, abissale.
Mentre digiti le parole, freneticamente, come colta da qualche spasmo, bevo distrattamente del succo di frutta, annoiato, perplesso, e sono certo che il tuo logorroico sfoggio di disperazione, di esistenza al macero è una esibizione volgare e sciatta, un modo per farsi belli e dichiarare la tua desolante ricerca di amore.
Proprio come tutte queste imbecilli troie rivestite di latex e borchie, alle prese con la posta di Maria de Filippi – si inizia col sadomaso e si finisce a Porta a Porta, leggendo le lettere scritte a Massimo Picozzi e una candida preghiera in memoria del piccolo Samuele stampigliata in mente.
Rigidi codici di estetica immiserita, i dungeon come banchina di approdo per nullità esponenziali, ed è ciò che purtroppo mi vedo scorrere davanti, una mole di sadismo edulcorato dai ciambelloni primaverili, dai romanzi di Ammaniti e da qualche puntata al cinema per vedere Muccino. L’isteria familiare non si supera, e le inutili evasioni si ripetono ciclicamente come un disco rotto di poca importanza.
La tua ricerca di una guida è seria e ponderata quanto il trucco di Platinette – ma la sofferenza, quella almeno spero sia vera. Voglio, anzi no devo sperare che i tuoi racconti le tue sequele di abuso siano un resoconto tragicamente dettagliato di verità, di realtà, che la crudele determinazione di tuo padre sia un retaggio concreto esattamente come la relazione con un uomo più grande per cui hai lasciato lavoro sicuro città natale e amici; la storia del trasferimento, straniera in terra straniera, il senso incupito di un tramonto esistenziale, i fantasmi del passato, le fantasie esorcistiche e catartiche di stupri violenze inenarrabili gang bang promiscuità sessuale accettata come condizione di suprema ordalia, è una storia che mi dico essere vera mentre rispondo ad una mail pubblicitaria.
Pilucco patatine, e nonostante le dita inzaccherate producano arabeschi fritti sulla tastiera, nonostante le mie repliche siano brevi scarne e palesemente di circostanza mi accusi di prolissità, mentre scrivi fiumi di chiacchiere, mentre capisci che io non sono il master principe azzurro pronto a redimerti con scudisciate e parole di conforto.
Da me non avrai nessun conforto.
Per quel che mi importa potresti tagliarti le vene subito. La mia collaterale predisposizione all’isolamento non mi rende una persona migliore, incline a confrontarmi e a partorire una parola di apprezzamento, sensibilità e felicità con qualunque caso umano mi capiti a tiro.
Sei entrata nella mia vita, e non lo hai fatto in punta di piedi – non hai chiesto il permesso, ma ti sei intrufolata come una ladra del cazzo. Spengo lo stereo, mi concentro sul tuo confuso blaterare, tonnellate di caratteri digitali oceani di pixel per darmi un quadro di sofferenza tellurica. Gli occhi sono indolenziti dal prolungato riverbero bluastro, ma le mani adesso digitano velocemente frasi che reputi allucinanti e prive di senso; come se tu invece, principessina del cazzo, avessi un qualche valore intrinseco.
Sei merda. E spero tu lo capisca.
Sei un nulla, persino tuo padre ha smesso di abusare di te, il ragazzo che ti scopava ti picchiava e ti tradiva è partito se ne è andato si è stufato della tua bovina remissività. Ed io dovrei accollarmi il peso insopportabile delle tue favolette?
No.
Non sono il telefono amico.
Non sono un centro di sostegno psicologico.
Non sono un professionista del sadomaso.
Ho alcuni miei modelli, e sono tutti sbagliati.
Non trascorro le giornate a compilare questionari di consapevolezza sadomaso, non mi eccito se qualcuna vuole farmi credere che esista una qualche relazione tra Donna Haraway e le switch, ho smesso di emozionarmi quando incontro le multiformi sfaccettature della miseria umana.
Devo ancora illudermi che ogni automutilazione, per quanto nascosta sotto pesanti strati di “arte”, rimanga un grido disperato di aiuto, una forma palese di nullificazione sanguinolenta – togliamo le pretenziosità intellettuali, e ciò che rimane è un corpo ferito.
Allo stesso modo, vorrei poterti guardare; capire chi sei davvero, quanto hai sofferto, e come hai sofferto. Parlare con chi ti ha fatto soffrire.
Poi, credimi, potresti scomparire.
Per sempre.

domenica 31 gennaio 2010

DEATH BONDAGE





Inquadratura esterno giorno, la videocamera riprende il muro di cinta di una casa fornita di piccolo giardino - abitazione dalle finestre ornate di tendine bianche, con un piccolo lucernario, un vialetto che conduce alla porta d'ingresso.
Non c'è traccia di esseri umani. Un albero spoglio, ripreso marginalmente, a destra dell'occhio che guarda.
Tutte le riprese iniziali devono essere in bianco e nero granuloso, virato.
Dissolvenza.
La cantina adibita a camera di tortura; primi piani di Fred e Rose, volti che incarnano e somatizzano lussuria allo stato puro, brutalità, crudeltà.
La camera deve indugiare sugli occhi vitrei e palesemente eccitati di Fred, una patina lucida di sudore, una luce irrazionale negli occhi da ottenere attraverso giochi di luce.
L'intero ambiente della cantina è immerso in un chiaroscuro , l'aria deve essere fumosa e pesante.
La prima ragazzina da torturare sarà introdotta dalla calma voce di Fred che, in un freddo e risoluto mantra, reciterà il nome Elisabeth Agius, ripetendolo pù volte, da vero ossesso, fino a perdere ogni contatto con la realtà, fino a che la schiuma compaia sulle sue labbra digrignate.
La ragazza deve piangere da subito. Ed è bene che il suo pianto sia vero, perché non esiste simulazione del dolore.
Elisabeth sarà sottoposta ad abusi verbali da parte di Fred e di Rose, sarà incatenata al muro della cantina, nuda, ad accezione di un collare da cane serrato al collo.
Il collare è assicurato, attraverso catenelle e passanti , al muro.
Fred inizia a torcere i capezzoli della vittima con delle tenaglie, mentre Rose la palpeggia sula vagina e sul seno in modo metà lascivo metà offensivo.
La vittima deve guaire come una cagna in preda a spasmi abortivi.
Fred inizierà a legarla con del nastro isolante, prima delle x nere sui capezzoli, poi sull'ombelico e poi sulle braccia e sulle gambe e sugli occhi, mentre Rose prenderà a rivestire la pelle di Elisabeth con una guaina di lattice.
Le ficcheranno la testa in una busta di plastica da cui fuoriesce un tubetto che sarà applicato al naso della puttana.
Le spegneranno delle sigarette sulle braccia, attorno al nastro isolante e la picchieranno, senza farle uscire sangue ma producendo delle meravigliose macchie blu pesto.
Durante le operazioni, Rose deve inveire contro la ragazzina ed è necessario che l'abuso verbale continui ininterrotto e feroce. La camera deve riprendere la scena con inquadrature frenetiche, possibilmente fuori fuoco, dando idea della voracità che anima questi due amanti libertini e le loro inequivoche scelte di vita.
I seni di Elisabeth saranno costretti poi all'interno di un complesso gioco di nodi e il suo corpo abbondantemente legato sarà issato verso il soffitto; le braccia devono essere posizionate dietro la schiena, di modo che ogni strattone di corda significhi una fitta di dolore e di panico per la vittima, come nelle antiche torture dell'Inquisizione.
Elisabeth sarà lasciata in trazione per circa cinque minuti.
Poi verrà riportata a terra e sodomizzata come una cagna da Fred; è qui da sottolineare che le riprese devono alternativamente mostrare primi piani della sodomia e il volto straziato, grondante lacrime, della vittima.
Rose si masturba. Di tanto in tanto stringe con forza i capezzoli di Elisabeth.
Quando Fred sarà in procinto di venire, infilerà il suo cazzo nella bocca della vittima (è da precisare, come ovvio, che la testa sarà stata liberata dal sacchetto di plastica nel momento in cui la ragazza è riportata sul pavimento) e pomperà con foga e lussuria ed irruenta brutalità.
Primo piano del cazzo che eiacula nella bocca, Elisabeth che ingoia, poi Fred le spacca il cranio con un martello.
Il liquido rosso, mescolato a fluidi corporei e piscio e sperma, si allarga a terra.
L'uccisione non deve essere mostrata in primo piano, perché finirebbe col rendere il film un grottesco coacervo splatter; è bene sottolineare che ciò che veramente conta nell'economia globale del film è il dolore vero.
A questo proposito, verranno inquadrate le ombre dei tre, prolungate su una parete e dai movimenti delle ombre si evincerà l'avvenuto omicidio.
Sarà inquadrato solo il sangue che si allarga a macchia d'olio sul pavimento.
Stacco.
Fred che fuma una sigaretta. Alle sue spalle fotografie di bambini meticci (i figli avuti da Rose durante la sua attività di prostituta).
Rose si masturba davanti a lui con un dildo.
Fred esclama, con voce monotona e priva di qualunque trasporto emotivo : ci ameremo per sempre e tu sarai per sempre la signora West, aldilà di tutto ed è questo che importa.
Dissolvenza in nero.
Fred urla contro il volto piangente di una ragazzina nuda, saldamente legata su un tavolaccio . La scena si svolge, al solito , nella cantina adibita a sala di tortura.
Caroline Owens, il nome della vittima.
E' importante che Fred, questa volta, oltre a pronunciare ad alta voce il nome della troia mostri una riproduzione della foto della vera vittima .
Caroline è una ragazza mora e prosperosa , ovviamente intimidita, il volto arrossato dal pianto e dalla disperazione.
Rose deve partecipare attivamente al palpeggiamento; si sdraia accanto alla vittima e Fred scopa in alternanza le loro due fighe, poi passa ai due ani.
Primi piani dei culi arrossati.
Caroline viene frustata sulla schiena, i seni chiusi in lacci e poi in morsetti metallici, infine straziati da mollette. I capezzoli trafitti da aghi.
Rose urla; troia, stupida troia, ti ammazzeremo, ti ammazzeremo una e due e tre volte ed ogni volta rinascerai per soffrire i nostri sogni di sangue.
Fred ride ed eiacula nella bocca spalancata della vittima ed ansimando dice; se vai a raccontare in giro quel che abbiamo fatto al tuo culo, ti prendiamo e ti ficchiamo qua dentro e lascerò che i miei amici negri ti scopino cento volte e quando avranno finito ti ammazzeremo e sotterreremo il tuo cadavere sotto le pietre stradali di qualche via di Gloucester.
Il volto rigato dalle lacrime e la bocca ancora impastata di saliva e sperma. Caroline singhiozza istericamente.
Dissolvenza.
Chiunque sappia della verità dei fatti, è ben conscio che i coniugi West hanno lasciato in vita la ragazza. Questo apre spunti nuovi ed assai variegati sulla possibilità che Caroline, crescendo, si debba essere confrontata più volte con un passato così atroce e devastante.
Non sarebbe da escludere un intero soggetto focalizzato su di lei e sulla sua patetica esistenza, una esistenza intrisa di senso del dovere, di misericordia, di umana pietà e di rispetto.
Ma torniamo a noi.
Lydia Gouch è una teenager con spessi occhiali neri.
Mangia e lappa, da brava cagna, escrementi che i coniugi West hanno cerimoniosamente deposto in una ciotola per cani.
Indossa un completo borchiato nero che le mette in mostra la fica e le tette.
Piange. E' isterica. Fred inveisce contro di lei e di tanto in tanto la sodomizza, mentre Rose, ogni volta che Lydia tossice o sputa grumi di feci, la imbocca amorevolmente con un cucchiaino e poi la sferza con uno scudiscio, sulle natiche, striandogliele ben bene di sangue.
Quando Fred viene, scarica il suo sperma nella ciotola, dove sono ancora ben visibili i rimasugli di merda.
Se l'attrice dovesse vomitare, è importante che Rose la costringa a pulire il pavimento con la lingua, dicendo; su, cagna, da brava, cagna, pulisci tutto.
Il trattamento riservato alla troietta si concluderà con uno strangolamento effettuato mediante corda di canapa.
Carol Ann Cooper, Lucy Partington, Therese Siegentaler e Shirley Hubbard; saranno mostrate in primo piano le loro foto di vittime inconsapevoli e sorridenti mentre Rose esegue un pompino a Fred, il quale verrà sulle foto stesse ed ancora eiaculando sospirerà ; questo è dedicato ai vostri genitori e alla vostra memoria, che mi è valsa un ottimo schizzo di sperma !
Juanita Mott, mostrata nel suo innocente candore di diciottenne seviziata, è naturalmente nuda e legata da moltissime corde, in perfetto bondage.
La migliore descrizione del trattamento che deve essere riservato a questa donna ce la fornisce Howard Sounes col suo libro Fred&Rose (Warner Books) , laddove scrive : Juanita fu legata con un nodo realizzato unendo tra loro due lunghe calze di nylon (molto simili a quelle solitamente utilizzate da Rose) , un reggiseno e due corde, una attorcigliata sull'altra. Il suo corpo venne quindi coperto da intricati nodi realizzati con una corda di plastica, che venne praticamente fatta girare attorno alle sue anche, ai suoi seni, alle sue braccia e alla sua testa, orizzontalmente e verticalmente, imprigionandola in quella posizione, lasciandole come unica libertà quella di contorcersi come un animale preso in trappola. Successivamente i coniugi West fecero un nodo scorsoio con della corda di canapa e usarono questo per sollevare da terra la poveretta.
Non riesco davvero ad immaginare una descrizione più precisa.
Bondage nella migliore accezione.
Juanita verrà poi fatta scendere dall'imbracatura e scopata da entrambi i coniugi.
Seguirà l'inevitabile strangolamento.
Shirley Robinson e Alison Chambers sono insieme, legate da una corda in comune che le tiene avvinte al muro: Fred le costringe ad amoreggiare, devono esserci ritrosie efficaci, che diano idea allo spettatore del grado di abiezione e di degradazione che stanno subendo.
di bambini che giocano sull'altalena, felici e spensierati. Un'ombra li avvolge, scurendo la ripresa.
Poi, dissolvenza finale.
(Tutti i dialoghi sono estratti dal dibattimento processuale - citati in "Fred & Rose", di Howard Sounes, Warner Books)

Carne di Strada





VERONA - Un agricoltore veronese è stato arrestato con l'accusa di aver ucciso due prostitute. L'uomo, Enrico Zenatti, 38 anni, di Bussolengo (Verona), nei cui confronti la magistratura di Verona aveva emesso il 27 gennaio scorso un ordine di custodia cautelare in carcere, si era reso latitante. E, adesso, il sospetto è che l'uomo abbia potuto commettere altri omicidi, oltre ai due scoperti.
Gli omicidi accertati dalla polizia e attribuiti all'indagato, sono quelli di due prostitute sudamericane, la brasiliana Luciana Lino De Jesus, 20 anni e la cittadina colombiana Jolanda Holgun Garcia, 31 anni. La brasiliana venne trovata morta, completamente nuda, nel suo appartamento a Verona. Del secondo omicidio, di una cittadina colombiana, non si è mai saputo nulla e non è stato mai trovato il corpo, ma la mobile veronese ritiene che l'agricoltore sia coinvolto, anche perchè è stato l'ultima persona a essere in contatto con l'extracomunitaria.
Secondo quanto si è appreso, l'uomo aveva un debole per le prostitute sudamericane che contattava su annunci diffusi su quotidiani sportivi. La svolta delle indagini è dovuta dalla latitanza dell'agricoltore che, nonostante i controlli stretti della mobile, era sparito, poche settimane fa, dopo aver prelevato 15mila euro in contanti. Il 27 gennaio la procura di Verona ha firmato un'ordine di arresto nei confronti del latitante. Sabato scorso, al termine di un'estenuante indagine, l'individuazione e l'arresto di Zenati in una cabina telefonica. L'uomo si spostava solo in taxi e non usava più il cellulare, ma teneva sporadici contatti con la famiglia attraverso telefonate da cabine pubbliche.
L'agricoltore ha in carico numerosi ettari di terreno in parte suo e in parte di altri che lui stesso coltiva. La polizia attende le decisioni del magistrato per un eventuale scavo nel terreno per accertare se vi siano sepolti resti umani. "Stiamo controllando se ci sono altri casi di ragazze scomparse o delitti irrisolti che possono far capo a lui" commenta il capo della squadra mobile veronese Marco Odorisio. Indagini quindi ancora aperte.
LA REPUBBLICA (7 febbraio 2005)

E' una donna.
Una stupida donna.
Una donna stupida come tutte le donne.
Ma in lei c'è qualcosa di ancora più sbagliato.
Bestia slava che vende la sua carne flaccida e le sue scadenti tette sul viale che costeggia il Tevere, nell'accelerazione drammatica dei neon e tra le pompe di benzina e il traffico caotico.
E' una puttana.
Esattamente come tutte le donne.
Sta lì a far finta di parlare al telefono, circondata da altri animali simili a lei, tutte imbellettate e scosciate e convenientemente addossate alle fermate dei bus, in una ritualità meccanica di macchine che si fermano ed occhieggiano e contrattano prestazioni.
Credi mi dispiaccia comprare la tua inutile fica ?
So bene che prima del mio cazzo là dentro hanno sguazzato membri di ogni dimensione, peso, colore, ceto sociale, estrazione culturale, persino i cazzi dei maiali che ti hanno rapito all'affetto dei tuoi cari e che poi ti hanno fatto assaggiare una rigida dieta di pestaggi, bagni nell'acqua ghiacciata, umiliazioni, stupri e sevizie.
E' ciò che compro, troia.
Insignificante pezzo di carne.
Ti immagino arrivata in gommone, con tutto il tuo carico di illusioni. I sogni e le manie di grandezza. Vedi le pornostar resuscitate e inghiottite dal miracolo catodico e fatte icone per l'infanzia e ti fai idee, bestia, idee di riscatto sociale, arricchimento alle spalle di un gonzo italiano sufficientemente ricco e innegabilmente stupido, magari timidi provini per il cinema o in subordine per il teatro.
E invece.
Invece sei finita qui, dove il qui equivale a dire una traversa non particolarmente pulita di Viale Marconi.
A spompinare, a farti fottere in fica e nel culo, a vendere quei pochi brandelli di umanità, di dignità, il tepore di casa e le lacrime che ti scivolano dagli occhi arrossati, e mi piace, mi piace comprare la tua umiliazione, il tuo degrado, sapere che quando ti avrò sborrato dentro io continuerò ad essere un uomo libero e rispettabile , mentre tu rimarrai una schiava del mercato del sesso.
Preda di incubi notturni e pugni e richieste sempre pressanti di soldi. Venduta da una banda all'altra.
Come un pezzo di carne.
Fatta sfilare in bikini o nuda per la gioia di compratori di ogni nazionalità che si danno appuntamento in feste campionarie dello schiavismo.
Dove sono i tuoi genitori ?
Lontani, irreali, tra te e loro di mezzo montagne cieli rotte aeree e tanta tanta indifferenza.
Certo, c'è sempre la speranza che un cliente si innamori di te, e cerchi di riscattare il tuo culetto.
Puoi immaginare qualcosa di più patetico di un tizio anonimo talmente ridotto male nel suo privato , talmente oppresso dal dolore della solitudine metropolitana, da quei silenzi notturni e vagheggiamenti dietro le finestre socchiuse a spiare le coppie felici e i baci e il carrozzone dell'amore istituzionale e i Natali trascorsi ancora in famiglia nonostante i primi peli grigi di barba e una età che non lascia più spazio ad alibi , da dover essere costretto a farsela sentimentalmente con una puttana?
Qualcuno che si autoinganni pensando a balle come l'amore e il rapporto di coppia e la famiglia e a tutte le possibilità che per un motivo o per l'altro gli sono state negate , mentre per te lui non è che un' àncora di salvezza, uno spiraglio di luce in questa terra di oscurità perenne.
A prescindere da aspetto fisico e reali sentimenti e cazzate simili.
Tu non hai sentimenti, e lo sai perfettamente.
Non puoi permetterti di averne.
Lo seguiresti anche se fosse un vecchio bavoso.
Lo seguiresti anche se fosse calvo o storpio o totalmente ripugnante.
Lo seguiresti per poterti dire una persona libera.
Eppure c'è qualcosa di meravigliosamente decadente in questo quadro di disperazione notturna. E ci penso mentre sto fermo in macchina, a trafficare con un pacchetto di sigarette.
In attesa di accostarmi e comprarti.
Non so se avete mai avuto modo di confrontarvi con la fotografia di Olivia Gay.
Una fotografa francese che dedica molto del suo tempo ad esplorare i carsici meandri della prostituzione e della scena sex oriented delle banlieu parigine e delle più esotiche mete del turismo perverso/sessuale , una prostituzione di fame, povertà, miseria, e di luci rosse accese e strade immerse nella rifrazione neon e semplici bar e pornoshop e cameriere equivoche. Di fisici sovrabbondanti e volti maghrebini, aghi conficcati nelle vene e farmaci antidepressivi.
Le protagoniste di queste foto sono innegabilmente vittime.
Vendute.
Acquistate.
Abusate.
Degradate.
L'occhio vitreo della fotocamera diventa molto più di un semplice esercizio di voyeurismo mediatico. Questa fotografia diviene sesso, fino alle estreme conseguenze.
E sesso, in un accezione trasfigurata e sublimata, è ciò che acquisto da questa cagna albanese.
Sesso come sopraffazione.
Sesso come brutalità.
Sesso come dominio.
Ogni banconota che passa dal mio portafogli alla sua borsetta è il titolo di credito che certifica l'avvenuto abuso.
Una verità non sconosciuta ad Olivia Gay.
Il modo in cui l'abuso viene eternato e reiterato e comprato e osservato morbosamente. Il senso di disfacimento dei soggetti ripresi. I particolari , espliciti o impliciti che siano per il vostro peculiare gusto.
C’è un sesso oscuro, maligno, che va oltre l'orgasmo, che va oltre il vostro frettoloso e furioso e frustrato smanettamento masturbatorio .
Camere da letto e schermi televisivi sintonizzati su film hardcore e dvd animal sex e catene e prostitute ed escrementi e dolore personale, tanto per tenere lontani i fantasmi di una vita che si è rivelata un completo fallimento. Tutte le aspettative deluse e il rancore dei parenti e vedere altri che ce la fanno, che si inseriscono, che si appiattiscono sui ritmi di una felicità troppo spesso imposta e mai percepita come reale.
Le prostitute immortalate da Olivia Gay, figure rarefatte nell'illuminazione alogena, perdono quasi i loro contorni fisici per traslarsi in un contesto di degrado urbano, i loro figlioletti, i loro pancioni da troie incinte pronte a cagare fuori nuovi marmocchi, le loro espressioni tristi e pensierose e vacue e illanguidite dagli acidi e dallo speed e dalla cocaina.
Kurten.
Brady.
Kemper.
Stano.
Bundy.
Sutcliffe.
Vi hanno elevato agli altari della compassione universale.
Hanno fatto delle vostre esistenze, altrimenti sconosciute ed oscure, degli esempi di probità e di eccellenza, le vostre (scarse) virtù decantate da madri assenti, padri incestuosi, mass media orgogliosamente moralisti, tutti a gridare con lacrimuccia di comodo quanto eravate dolci e premurose e sensibili e tenere e valide e quanto meritavate di vivere, di continuare a vivere una vita fatta (in realtà) di atroci supplizi e sopraffazione e depressione , tutti a ricordare i vostri interessi, di cui, diciamocelo, quando eravate in vita non fregava un cazzo a nessuno, e le parole istoriate sulla lapide renderanno esempio da seguire delle vite altrimenti prive di senso, spese a spompinare in tangenziale o a spogliarsi in uno squallido club privè di provincia o a inseguire le chimere del successo televisivo.
Nella pace del cimitero sarete ricondotte ad una essenza di purezza, non più spogliarelliste nè puttane ma solo figlie compiante e adorate .

Sanguina


Un interrogativo punteggiato dal faro che ho davanti.
Dalla sua luminescenza sinuosa e soffusa, un pannello di luce rossa drappeggia la profondità della sala cingendo delicatamente i contorni sfocati del palco, ricordi di altre epoche nel carnaio discinto e alternativo, dove alternativo principalmente significa non avere idea del perchè si sia finiti tutti là dentro.
Gli sguardi sono catatonici, alcolizzati, ebbri, pregni di una febbre eccitata, depauperata, tornita, le fronti sudate, l'abbigliamento si riduce all'osso per il caldo e per il fumo e per la quantità di vino, vodka, martini che tutti, qui ed ora, stanno ingurgitando pagando cifre aldilà del bene e del male.
La vita notturna non ha senso.
Semplicemente. C'è chi beve per sbronzarsi, perdendo ogni esitazione, ogni inibizione, diventando tragicamente loquace, tragicamente predisposto a venirmi a scovare non importa dove io mi ficchi o nasconda, persino al cesso mentre piscio contro una tazza schifosa farcita di carta igienica e merda e olezzo di deodorante chimico e attorno le piastrelle bianche tradiscono sfumature di un neon blu posizionato fuori dalla porta, anche qui ci sarà un solone della scena alternativa pronto ad attaccarmi discorsi sulla metafora della cocaina, sul cinema di Bunuel e su Fakir Musafar, ma il mio mondo, altrettanto qui ed ora, finisce sui bordi della tazza e nella simpatetica concentrazione che devo mantenere per evitare di pisciare nella palude di merda, nei cestini ingombri di kleenex preservativi cartine canne quasi terminate e retaggi spermatici di pompini da cesso.
Chi mi parla tradisce una logorrea sifilitica, alitosi da whisky, pancia cadente e basette, non vedo l'ora di uscire dal caldo di quel bagno, fuori alcune ragazze cianciano di dio solo sa cosa sedute su un divano nero, davanti a loro un tavolino di simil-alabastro riempito di flyer promozionali, locandine, inviti; inviti a cosa, inviti dove?
Sofocle, perdonaci. Siamo fuggiti, ma non sappiamo dove rimanere.
Le ragazze mi guardano, ma solo perchè io sto guardando loro.
Sudo, sono rimasto con la felpa, ho bevuto e sto bevendo, un mischione desolato di passaggi criptici di bicchieri, di boccali, di birra, di vino, un turbinio ad alta gradazione che va avanti dall'ora di cena, dalle chiacchiere, dalle parole che si modulano e che perdono intensità e significato, nel cappuccio nero tirato sulla testa a celare la mia vergogna di presenziare a questa nullità.
Prometto recensioni, ma so già che non recensirò; la mia mente imbambolata dall'odio misantropico per puerili giustificazioni di poco dolore spacciato per tanto dolore preferisce concentrarsi sull'idea di risse campestri, fuochi che ardono le carni e pierrot post-ludwig con tanica di benzina al seguito.
Immagino il corpo di una delle starlette che ci danno di pinzette e aghi alle prese con una Inquisizione porno, le urla, il disfacimento in ebollizione della carne, nessuna speranza di un dopo, nessuna speranza di aiuto, e nessun applauso immotivato e gentile.
Troppo gentile.
La body art dall'arte ha ereditato principalmente la stupidità. La gentilezza lasciva di filmati in super-otto e vacanze muliebri trascorse per le calli di Venezia, performance che mi imbarazzano, che imbarazzano le mie aspettative ed il perchè (già, perchè?) sono finito qui, a dover assistere a quanto reputo osceno. Osceno per la mia intelligenza.
Violenza sterile.
Pudica.
Fine a se stessa.
Qualche stilla di sangue non vi aiuterà a dare un senso al fatto che nessuno abbia mai risposto interessato al vostro diploma di ragioneria; siete fuori dal mercato del lavoro, avete una stanza da pagare e delle spese e vi fate idee di soldi facili, idee a base di primitivismo, atavismo risorgente, espressione del corpo, liberazione ed altre cazzate che cadono a terra, sparate nel gorgo merdoso del cesso, ogni volta che getto una occhiata distratta all'evoluzione della performance e agli sguardi rapiti, partecipi, emozionati del pubblico.
Il pubblico è uno spettacolo a parte, una ontologia della miseria e della trasgressione stigmatizzata; estremisti nati vecchi, che bramano amano e concupiscono roba che già 45 anni fa avremmo definito banale, stereotipata, scontata e irriso come ripetitiva e...inutile.
Roba contro cui i Futuristi avrebbero urlato.
I surrealisti tirato bombe.
E Dada preso a pacchi di merda in faccia.
Una starlette che si accoppia con un maiale in un video animal sex brasiliano non si nasconde dietro la pretesa santificante dell'arte, una masochista autolesionista si massacra le braccia ed il volto e le gambe per liberare la sua sofferenza perchè vuole soffrire e godere e non perchè, accidenti, deve erigere faticosamente una sovrastruttura di Gina Pane Fakir Musafar e senso del dionisiaco.
L'azionismo viennese è passato da un pò, mangiare il proprio vomito non desta maggiore scandalo del fare una fila alla posta.
Nell'epoca del plastico di Cogne e delle casalinghe eccitate da teste spaccate e violenza sessuale estrema immagino sia difficile raggiungere un risultato di shock. Lo faccio presente ad una testa di cazzo che pontifica di spirito primitivo ed ordalia; adesso, lo so, capisco il dramma delle lettere ricevute nel corso degli anni da Peter Sotos.
Ammettere a se stessi, quando si è moralmente nudi, di aver sbagliato tutto.
BDSM, giochetti per bambini, aghi ipodermici, scarificazioni, branding, tongue-splitting, ma sotto, sotto la cornice taumaturgica e liberatoria dell'espressione corporea si agita il demone della confusione; nell'abisso, danzano gli spettri di una sofferenza interiore.
E a quello io miro; su questo palco, avrei volentieri eliminato gli inutili, pretenziosi attori, attori di un teatro che Artaud avrebbe bombardato col napalm, ed avrei inscenato la confessione straziante di una madre privata del figlio.
Una madre costretta a vivere col dubbio lancinante di una perdita irrimediabile.
Una madre, pur senza colonna sonora electro-industrial, nuda davanti a tutti noi, una madre alle cui spalle far scorrere carrellate di foto di bambini felici, sorridenti, immortalati nel placido corso di una vita rispettabile e borghese, compleanni, feste, sorrisi, vacanze, comunioni e cerimonie assortite, plastiche famiglie cariche di amore e di gioia, pacche sulle spalle, aspettative, premi, trionfi e piccole apprensioni quel genere di apprensioni destinate solo ad essere superate e a portare un genere più elevato di felicità.
Le premesse di una vita gioiosa, spensierata. Unita.
Sublimata dalle polaroid in scansione continua, le luci vorticano e lei ora ci parla, ci informa, dice senza pausa, e col volto rigato dalle lacrime...cosa dice? La verità, quel genere di verità che tutti qui dentro vorrebbero e che invece io devo immaginarmi, tanto per ricavare un qualche piacere da questa scialba inconsistente serata.
Questa madre ha smarrito suo figlio.
Rapito.
Scomparso.
Evaporato.
Allontanato. Non lo sa. Non lo sa nessuno.
Ed è questo il bello.
La tragica consistenza del dubbio.
Saperla rosa dentro dall'angoscia, da un senso immane, escatologico di un'attesa; l'attesa del ritorno, con le spine conficcate nella carne, la trepidazione, i telegiornali, le notizie di cronaca nera che continuano a vorticarle dentro l'anima, infliggendole sofferenza e strazio, il terrore che qualcuno le bussi alla porta di casa annunciandole la morte del suo tenero frugoletto.
La body art contempla dolore anestetizzato, e plastico.
Una disneyland, comoda e illanguidita, di buoni sentimenti nascosti sotto la "brutalità" del martirio carnografico. Ma le ferite diventano cicatrici, il sangue smette di sgorgare, il corpo trova ristoro, nulla a cui non sia possibile porre rimedio; non è verità, è solo giustificazione.
Mentire a se stessi.
Questa madre, questa madre che nessuno vede, e che io solo posso vedere, questa madre generata dalla mia mente, è sul palco, dove ormai non esistono più le gotiche mutilatrici, non ci sono più pin up del cazzo degne al massimo di scaricare cassette di frutta dai non lontani mercati generali, c'è solo lei.
Lei e il suo dramma.
Il suo dramma di attesa angoscia ansia depressione psicofarmaci omelie del prete e silenziosi pranzi in famiglia. Non può mentire. A se stessa, e a noi. Ogni sua parola è un brivido un gemito di piacere un istante prolungato di orgasmo, le sue lacrime metafora dello sperma, il miglior sesso su piazza.
Vorrei, e lo vorrei davvero, che tutti gli spettatori potessero assistere a questo big bang di sadismo - non per goderne, ma solo per capire.
Per capire in quale misura stanno mentendo a loro stessi.
Per capire la loro innata imbecillità.

OCCIDENTAL CONGRESS





Tiratura limitata a 299 esemplari / Limited edition 299 copies

Data di uscita: 31 gennaio 2010 / Release date: 31/01/2010

Prezzo al pubblico: 9,00 € (+ spese di spedizione) / Price: 9,00 € (+ h/s)

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