sabato 14 giugno 2008

Sono tutti Morti


Tu non sai, o fai finta di non sapere, quanto pesante sia l’aria in questo loculo, tra bagliori azzurrognoli di televisori morti, canali mai davvero sintonizzati, il lezzo della varecchina e di altri detergenti acidi deodoranti e poi pungente sinuoso nel modo serpentiforme di approcciarsi alle tue narici il sudore e la carne , ma pure piscio, e sperma e disperazione di una esistenza infranta dalla scogliera longitudinale di un peep show, la luce rossa ad intermittenza sfasciata mai risistemata perché l’uomo dietro il bancone non ha tempo né voglia troppo avvinto dalle parole crociate o da qualche stronzo passatempo, ci sarebbe bisogno di un eroe, di un eroe della debauche per un mondo perduto in ascesi repentina e meno disilluso di quanto non lo sia la pingue spogliarellista che inserisce per metaforico contrappasso la sua mano guantata nella fica degna situazione da armonica sincronia con i tuoi cinquanta centesimi scrollati di dosso e finiti nella crepa meccanica metallica argentea ma scrostata della cabina.
Non sai quanto drammatiche fossero le lacrime della spogliarellista messicana con tre figli piccoli da mantenere, di cui uno malato, il costo dei pannolini, della medicina, dell’affitto, ragazza-madre senza permesso di soggiorno sfruttata nelle sue evoluzioni sessuali mercificate e reificate come un minatore ottocentesco da rivoluzione industriale, città malsana di promesse mai mantenute, verrà il giorno del riscatto dei probi cittadini e della loro religiosa costumanza e del decoro e in quel giorno la puttana messicana sarà gorgogliante tazzine di sperma e laggiù nell’abisso in quel girone dantesco di rimembranze un cippo marmoreo ne salverà la memoria.
Oh e non sai nemmeno quanto la vietnamita, i cui avi sono stati arrostiti dal napalm sganciato da un caritatevole aereo da bombardamento anni prima, tenesse alla sua dignità, perché è questo il punto migliore di osservazione in questa palude di merda sangue degrado taxi immigrati omosessuali travestiti malattie e preti pedofili che tengono a farvi sapere quanto caritatevole sia il loro cazzo ficcato nel vostro sfintere, padre Bruce Ritter e la sua promessa il suo patto di aiuto e abuso, finestrini rotti di macchine altrettanto rotte e vetture di terza mano ed eroina e crack e patatine fritte smangiucchiate e ancora pedofili ma questa volta senza l’abito talare perché l’abito non fa il monaco ma del pedofilo dio solo sa quanto questa piazza e la sua economia abbiano bisogno, luci tenui, luci soffuse, luci verdastre, ambrati lucori diafani come la luna che splende tra i tetti ritagliati, la vietnamita succhia cazzi nell’androne buio di un cinema abbandonato e quando non è occupata in questo modo più o meno redditizio si spoglia due isolati più avanti in un locale che definire squallido sarebbe eufemistico.
Non sai quali e quanti barboni si accapiglino tra montagne di spazzatura, oceani di sacchi neri, residui del ventre gonfio della civilizzazione, puttana era pure la Statua della Libertà solo che per sventurata coincidenza tutta francese le fu posta una torcia in mano invece di un molto più adatto dildo, e quella statua che incrocia lo sguardo del viandante e del marinaio e del cittadino del cielo e di occasionali terroristi si immola tra i flutti scismatici e spumosi, quei barboni macilenti senza denti irridenti perfino sfrontati come solo chi non ha nulla può essere diranno al prossimo che è meglio il passato remoto del futuro perché davvero i punk non han fatto altro che scoprire l’acqua calda, fauci cupe di nichilismo porno-catodico e una metodologia da rissa desacralizzata e li vedi questi barboni occhi lucidi e folli AIDS epatite C herpes blatte e mille altri malesseri fisici o psichici.
Nessuno di loro si salverà, non ci sarà un Noè con tanto di arca e conigliette di Playboy al seguito; i porno di Pamela Anderson e Penthouse e la San Fernando Valley sorgono sul volto sbagliato dell’apocalisse.
Tragedia e delirio, tombe neon tra vetrine e prezzari e bestiari ed io vorrei, o mio signore, che tornassero tutti in vita, rivivessero l’ultima danza sul Titanic del porno, una sessualità deviata mi si compiace a ballare davanti ed io sommessamente timidamente mentre acquisto riviste porno e dvd e altri aberranti frutti della esistenza contemporanea vorrei far presente alle forze metafisiche che governano Disneyland di soprassedere, cerchi concentrici di psico-turismo ineffabile infettano l’anima della depravazione perché solo chi è depravato davvero può vedere la brillante gioia della purezza, e la può vedere nella metonimia caraibica dei marinai e delle puttane tra folate di vento caldo gas di scarico e le corriere ed i Greyhounds che vanno e vengono lungo una corrente da salmone ghiacciato.
Ma sono tutti morti.
Lo so io.
Lo sai tu.
Una delle poche cose di cui ha coscienza e perdio contezza, ma non spirito di osservazione se ancora i lampeggianti della polizia ti incutono timore e una sgualcita insondabile copia di Screw giace riversa in una pozza di fango vomito e sperma, l’ambientazione apocalittica di una cattedrale decomposta e la protervia esistenziale della politica, ambiente etologico di una e forse dieci e poi ancora cento scopate da scalinate e scalette e chiesa davvero con fisionomia priva di Gargoyle.
Sono tutti morti, svaniti, andati, estinti oltre quelle porte girevoli, oltre quelle cabine da peep show e poi quando hai terminato di rimembrare i bei tempi andati e la gioia e le risate e l’alcool e la devastazione e le statistiche criminali di cui sei stato fiera parte ti vedo attraversare la sala, cammini con un portamento altero e sicuro, un passo dopo l’altro in piena scioltezza come una marcia militare ed un esperimento di burlesque e poi mi dico; dove siete tutti? Più che dirlo, lo chiedo a me stesso, interiorizzando la domanda e somatizzandola nella malattia, nella solitudine, nel fiato che si condensa in nuvole di vapore e le nocche arrossate da portare alla bocca tentando di scaldarle, ancora mi commuovo capita e capiterà sempre nell’empatia del tramonto quando le ultime puttane si deporteranno sul bus verso i ghetti.
No, domani non sarà un altro giorno.
Domani sarà un altro secolo, un eone, un universo di stelle cadenti e vibratori grigi, e noi tutti ci stringeremo pregando per un futuro migliore sapendo perfettamente che non c’è futuro.
Si, adesso lo sai.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

A cascata!
G

Mejnour ha detto...

Sìsì.