mercoledì 23 aprile 2008

L'Omicidio come una delle Belle Arti


(il brano seguente era stato originariamente scritto per il libro Omicida & Artista, MaGi edizioni, ma è stato escluso, come altri frammenti, per ragioni di spazio)






Il tentativo di spingere la razionalizzazione degli impulsi atavici umani fino alle estreme conseguenze, ovvero per addivenire alla scoperta dell’abisso che, nietzschanamente considerato, finisce per riverberarsi nell’animo di chi osi guardare dentro se stesso, ha un ottimo precursore in quel Tomas De Quincey già abbondantemente incensato da Baudelaire e dai Surrealisti francesi; De Quincey , nelle sue memorie ( l’una del 1827 e l’altra del 1839 ) raccolte in antologia denominata significativamente L’assassinio considerato come una delle belle Arti, raggiunge un grado di consapevolezza riguardante l’omicidio che, citando Breton, diventa “ astrazione dall’orrore fin troppo convenzionale che suscita, richiede una trattazione estetica e un apprezzamento qualitativo come un’opera plastica o un caso clinico. Diventando così oggetto di pura speculazione, avrà valore nella misura in cui, prima di tutto , appaga determinate esigenze; mistero, indeterminatezza dei moventi, difficoltà superate, grandezza e smalto dei risultati “ ( Andre Breton, Antologia dello Humor Nero , Einaudi ).
Scrive assai esplicitamente De Quincey nelle memorie che “ lo scopo finale dell’assassinio, dal punto di vista delle belle arti, è precisamente quello della tragedia nella definizione di Aristotele, purificare gli animi per mezzo della pietà e del terrore “. E’ evidente, secondo De Quincey e secondo anche la gran parte dei Surrealisti che cercarono nell’omicidio una energia ed una forza in grado di ridestare la linfa vitale degli uomini, l’artisticità del gesto omicidiario, scevro di qualunque connotazione morale o giudizio di valore, pronto per essere immesso in una ipotetica galleria di atti assoluti, ovvero non giudicabili secondo i parametri dell’etica; è in questo che lo scrittore inglese si affanna a delineare un bon-ton dell’omicidio, delineando i passi e i doveri comportamentali di un assassino affinchè egli possa raggiungere una piena gratificazione.
Analogia e differenza con Sade che appaiono palesi; analogo a quello di Sade è il tentativo di non frenare nell’azione assoluta il contingente umano, ovvero il rimorso o il dolore proprio dell’aver commesso un gesto esecrabile, l’innalzare a vette di inusitata poesia ( illanguidita dalla debauche e dalla coazione a ripetere in Sade, obnubilata da una poesia intrisa di spleen in De Quincey ) un’azione che il genere umano, sin dai tempi di Caino, condanna come odiosa e degna della massima sanzione, ed innalzarla attraverso una lunga serie di consigli, suggestioni, descrizioni che finiranno per essere un catalogo di liberazione individuale.
La differenza, invece, risulta chiara laddove si consideri il ruolo che Sade assegna all’esistere umano nel suo sistema filosofico, una macchina tritaossa portata avanti con piglio hegeliano pur senza possedere il rigore formale di Hegel; De Quincey considera l’omicidio come una necessaria appendice dell’impulso creativo-artistico, una sorta di elevazione dell’uomo che, attraverso questo gesto realmente iniziatico sublima il suo mero “ esistere “ in un vivere di senso compiuto. Non a caso, fornisce una lunga serie di pareri e di suggerimenti ( e perfino di regole ermeneutiche ) affinchè l’aspirante omicida possa dire che l’omicidio da lui commesso è effettivamente un gesto d’Arte.
In Sade invece, dove il ribollente calderone tellurico di istinti atavici e voglie ancestrali, lascia campo ad un meccanico esistere, nemmeno il Libertino più realizzato, perverso e morbosamente fantasioso, può dire di essere in grado di fare il salto che comunica dall’esistere al vivere; in Sade l’omicidio è un gesto meccanico, rituale nel senso di doverosa ciclicità, poiché l’uomo, il vero uomo, non può fare a meno, essendo il suo ruolo nella realtà fenomenica quello del Carnefice, mentre tutti gli altri, le masse rispettose di etica, religione e morale finiscono per essere Vittime.
L’artisticità decadente di De Quincey, il suo riecheggiare i fasti medievali della Setta degli Assassini, i casi di cronaca filtrati attraverso l’ultravioletta luce del gusto estetico perdono senso nel Sade disadorno asettico e spoglio la cui unica funzione semberebbe essere il catalogare fino allo sfinimento le modalità di distruzione del genere umano, dei suoi simili, una Estetica dimidiata dall’accecamento, dalla luce bianca dell’annullamento.
In questo, Sade è più oltre-umano e, paradossalmente, artistico. Proprio perché non cercando nessun bon-ton, nessun buongusto dell’omicidio, non andando avanti a tentoni per raggiungere una ipotetica scala gerarchica degli omicidi “ artistici “ e di quelli da considerarsi dozzinali, sposta l’attenzione dal singolo gesto, dall’essere che costituisce la vittima, quindi da ogni orpello realmente umano, ad un piano ulteriore, ovvero l’omicidio inteso come unione di premeditazione, fantasia, cattura, sevizie, uccisione.
A differenza di un De Quincey che avrebbe ritenuto, con tutta probabilità, troppo plebeo un serial killer, elevandone solo alcuni alle vette del Gesto Artistico, per Sade sarebbe comunque valsa la considerazione del tutto alle spese del singolo.
Questo introduce, in certo senso, il tema del Piacere all’interno della riformulazione dei canoni ( o se si preferisce, nella necessità di superamento e della loro distruzione/elisione ) dell’atto artistico che è stato proprio delle avanguardie, dal Dada fino al Surrealismo; con Duchamp, ad esempio, non solo l’irrazionale, la causalità, irrompono nei marmorei saloni della perfezione, ma è proprio il Piacere, inteso come Arbitrio, che inizia a regnare sovrano.
Ed è l’Arbitrio, il poter godere fino alla totale distruzione dell’oggetto desiderato, che informa l’omicidio seriale, quel dogma ben noto intriso di Dominio e Manipolazione; un Duchamp che formula l’ironia dell’affermazione, in cui l’oggetto che deve acquisire valore artistico è soggetto appunto ad una formulazione programmatico-ironica, ovvero una spiegazione-idea che travalica il significato dell’opera stessa ( e che finisce inevitabilmente per ricontestualizzare l’idea stessa ).
Basterebbe pensare agli agglomerati di fili metallici lasciati cadere che finiscono per disporsi casualmente, a seconda del loro volere intrinseco e del piacimento delle leggi fisiche, secondo un arbitrio che l’uomo non può prevedere e di cui diventa vittima, a volte consapevolmente altre volte inconsapevolmente.
Il Duchamp dei ready-made, ovvero oggetti esistenti in natura ( un orinatoio, ad esempio e tanto per rimanere nella sequenza delle sue opere più celebri ), segnala con grande arguzia il problema della realtà, del fenomeno e quello della possibilità, un problema che ( a livello inconscio, ovvio ) è anche il motore guida di un omicida seriale nella sua modalità espressiva ( l’omicidio-oggetto che passa dalla realtà, in cui è qualificato appunto come omicidio alla possibilità, attraverso l’arbitrio e attraverso la riassegnazione di significato ).
La nobilitazione dell’oggetto scelto, orinatoio o pettine o attaccapanni, al pari dell’omicidio, avviene aprioristicamente, nel momento stesso in cui l’idea è formulata.
E non mi sembra un caso che un efferato omicida come Danny Rolling, uno di quegli assassini che in modo più problematico di altri, ha tentato di razionalizzare gli impulsi che porta dentro di sé, parlando dell’atto creativo richiami la potenza della Visione, echeggiando inconsapevolmente il filo conduttore delle nuove modalità espressive ed artistiche che da tempo immemore tentano di riattualizzare la lezione umana e che Jonathan Swift aveva descritto , prendendo ad oggetto la Visione stessa, come “ l’arte di vedere le cose invisibili “ ( in Pensieri su vari argomenti ).

Nessun commento: