sabato 16 febbraio 2008

Manikarnika Ghat


Il lucore delle pire funerarie si confonde con il cielo cremisi colto al tramonto tra un volo pindarico di Aironi e le prime luci del centro cittadino, tremule fiamme le cui creste si fondono in energia simbiotica con i neon dei bordelli e macchine ed esalazioni ed un arancio smorto lassù nella stratosfera e morte consunta odore di carne fusa dove le fiamme attecchiscono figure macilente come la danza mistica di Shiva, nere di pece e bianche di cenere, lunghi capelli incatramati e vesti altrettanto nere come la desolazione delle mille battaglie di Kali Ma, ed ogni passo su quella spiaggia dalla sabbia imputridita è uno scricchiolare di ossa, macinate dal passaggio del tempo, un orrore insondabile, volti contorti dalla illuminazione rincorsa e mai davvero raggiunta, visioni dal Manikarnika Ghat processioni pietose e piangenti di spose morte vecchi giunti al termine della loro esistenza ragazzini e bambini le cui carni impure vengono scaricate senza eccessivi complimenti tra le acque limacciose del Gange, acque incupite dai corpi arsi senza soluzione di continuità sulle pire e pezzi di carne ed ossa e lembi e costati in una necromacelleria del desiderio, Kundaliniyoga praticato alla velocità high-tech di una India dimenticata e forse mai davvero esistita, le figure emergono dall’abisso e cantano un mantra infinito di orrore e luce perché non c’è tenebra in quello sfacelo di carne ed i volti straziati dalla malattia dalla consunzione dall’abuso di droga si fermano ad osservare i cadaveri arsi ed i becchini Dom intoccabili e scansati sdegnosamente dai Bramini e dai poliziotti eppure quel passo fiero e nero, come l’artaudiana inondazione di corvi neri che dalla mente di Van Gogh finisce nella solitudine deprivata di una istituzione manicomiale, fende la via si chiude a riccio nella autoreferenzialità sadhu mistica contemplazione della bellezza di Shiva capelli lunghi come i suoi, solo imputriditi come le acque del Gange dentro cui scaricano fogne e deiezioni cittadine, i Bramini persino, nonostante in tutta evidenza tradiscano il peso del loro disgusto e della loro costernazione, vedono quelle figure lacere e debosciate che s’avanzano tra i cadaveri, tra le bolle di pus, tra i teschi essiccati utilizzati come stoviglie domestiche e come monili da far ciondolare dal collo, li vedono accostarsi alla pira su cui il corpo è adagiato, può essere una donna o un uomo o un fuoricasta ma alla figura in nero non importa, il primo Bramino è impietrito dall’orrore, non avrebbe mai creduto di poter finire faccia a faccia con quell’incubo, ed intanto i Dom fermi e silenti stringono tra le mani il sacro fuoco di Shiva che qui a Benares non si è mai spento e che riluce da millenni, incurante di inverni, tempeste, guerre, carestie, solo lo Smashan è davvero reale, con quel pungente lezzo di carne decomposta e bruciata, un odore che colpisce i sensi e riconduce alla realtà della miseria umana, sublimazione di una ordalia da giocarsi mentre più ad Ovest, tra Goa ed il mare, la redenzione si compra tra gli abborracciati rave organizzati sulla punta dell’Oceano, è in quel momento che la desolante voce, cupa come le giungle del Ladakh, si alza ad intonare il più sinistro dei mantra e tutta la folla devota e pia giunta sullo Smashan per porgere l’estremo saluto al congiunto morto capisce che bisogna onorare il sacro uomo giunto dal suo campo, che sorge giusto un chilometro più in là e dove il sacro uomo conduce una povera retta via di misticismo necrofago, tra ossa macinate teschi fegati spappolati erbe allucinogene e bevande d’urina, a volte un cervello sottratto e ingoiato di notte tra le ombre dei vicoli più nascosti ma sempre una parola gentile nel nome di Shiva sulle labbra increspate, dovreste vederlo con quale gioia si avvicina al morto ed invoca la misericordia del Dio, di quella tenebra da cui lui è definitivamente fuori, i Bramini, i Dom, i turisti fermano i loro respiri e per un attimo, un attimo che sembra eternarsi e cristallizzarsi come il fiato durante una gelida tormenta d’inverno, capiscono che l’Aghora appena materializzatosi è una rappresentazione sensibile della volontà di Shiva, smettono di rilucere i flash delle macchine fotografiche, smettono di salmodiare i Bramini supplici, smettono di formicolare e di brulicare come insetti o puntini di carne tutti gli affaccendati necrofori della spiaggia, ed ora sullo Smashan regna il silenzio, un silenzio che cresce e si espande ed ingravida il senso estetico delle ultime notti trascorse, lancinanti bagliori traslucidi come processione assopita di Monsoni e poi ancora la lacera smunta smagrita figura riluce di un nero cupo come l’abisso nietzschano dentro cui guardare per essere guardati e poi ancora il fuoco crepitante si adagia contro la pietra angolare incrostata di escrementi di scimmia o Ganesh la tua misericordia cade lontana dalle persone che invocano l’universale potenza della Shakti e sempre più su l’Aghora fuma e beve e danza ebbro di un vino carnale mestruo di carne andata a male davvero come fosse un brulichio di vermi non c’è altra scelta che stare fermi a contemplare a godere ad osservare a cercare di captare l’energia insonsandabile che come una fredda primavera satanica si abbatte sulla scogliera della dignità umana, l’Aghora supplice scarnificato emana un lezzo pungente di morte decomposizione dolore troppe lacrime caduche troppi soli abbozzati dentro il cuoio capelluto fu allora che dissi al Maestro di lasciare che la strada mi si liberasse davanti e lui, incline al poco divismo di Bollywood e alla necrotizzazione del desiderio ma senza aver letto Virilio né, suppongo ma il tempo è caritatevole e potrà smentirmi, Spare che qui di sigilli o di Posizioni della Morte ben poco si vede e a dire il vero ben poco si vede di tutto come cani che guaiscono le figure dei becchini ed i padroni dello Smashan si contendono le esequie i pezzi fumanti e furenti della carne morte niente sigilli dicevo niente volontà cristallizzata come un pigmento primitivo nell’ambra atavica, penso che nei suoi lontani eremitaggi indiani trascorsi su scoscesi crinali digradanti in un mare smeraldo di foreste e timide nebbie mattutine persino l’Io Alpinistico di Crowley si sia guardato interiormente dentro ed abbia convenuto con le distese argentee di stelle e con la luna madreperlacea che a tre quarti in un cielo gonfio di presagi se ne stava là sopra a vegliare sui contorni dell’Eone di Horus, si tu grande Madre tu Kali dalle molte braccia sono certo saprai accogliere un tuo povero figlio smarrito che torna nel ventre segreto del mondo, io non ho la parola di Agharta, io non ho il vetro ed il cristallo di cui sono intessuti i sogni ma ho i residui quasi brandelli li chiamerei di una potenza interiore tra tramonti mefistofelici e wagneriani ed anche qui tra fuochi e Nath e Naga Baba nudi ma festanti e guerrieri e soprattutto teschi ossa e drappi smilzi camuffati dalle pieghe della notte ho ritrovato il perduto significato della mia ricerca perché so che Crowley perse del tutto la via, praticamente e metaforicamente, e tra una lettura attenta sullo Yoga, una puttana scarlatta tantrica ed un sesso promiscuo da consumarsi con gli enti traslati tra i livelli della psiche so bene che poi si perde tutto e lui lo perse, gran parte di quella tradizione meravigliosa imperiale evocatoria e turrita lui la barattò con l’epifania di una pornopromesa che fluisce e garrisce come un fiume di bandiere, lascia che la tua mente sia sconvolta sussurra l’Aghora con voce di tenebra e velluto, Kina Ram, prosegue l’Aghora, nelle sue ricerche disperse tra lo smashan e l’Ashram vicino all’ardente fuoco di Shiva insegnava che anche un ramoscello nella notte infernale, quando i sensi sono terrorizzati ricettivi e sensibili ebbene i sensi scambiano il ramoscello aggrovigliato agli alberi per un serpente pericoloso e allora indietreggiano si chiudono in un tragico silenzio in un mutismo abbacinante la paura di perdere la strada e la vita per un doloroso morso ma Kina Ram nel suo peregrinare esorta ed invita chi lo segue a non avere paura ad accostarsi al ramoscello e a disvelarne la vera entità per quello che essa davvero è ovvero solo un piccolo pezzo di legno, viva la morte viva l’illusione disvelata viva la presenza disvelata di una grande certezza trionfo della volontà dietro una forma volitiva assoluta, Kina Ram ci ha indicato cosa fare e il Maestro si ferma a guardarmi come se volesse capire dai miei tratti somatici dalla mia barba dai miei capelli lunghi e non curati dalla collana di ossa umane che porto al collo se io abbia compreso quel tremendo segreto, si rispondo la morte non è che il principio e tu Maestro lascia che ti dimostri la mia devozione e lui sorridendo inizia ad aspirare dalla pipetta in ceramica fuma ganja fuma una volta poi due poi tre e ridacchia e sputa a terra mentre alle nostre spalle inizia il canto funerario le carni dei cadaveri sono arse si spande l’odore della morte bruciata come pollo al forno e lui borbotta serenamente e mi dice vai vai e dimostrami che hai capito ed io come una ombra mi sollevo da terra e mi allungo sui profili della costa mentre l’acqua sciaborda ed umetta la sabbia e i fumi passati tra le volte celesti, te lo dimostrerò Maestro e me ne vado tra le stradine secondarie che collegano la spiaggia, lo smashan e il dedalo di ristoranti per turisti e io so che camminando soddisferò il potere che arde dentro di noi, non ci sono ramoscelli in questa nostra dimensione non ce ne sono davvero più ma se ne possono parare in questo paradiso/inferno di dissoluzione e allora fai ciò che vuoi diventa il nostro paradigma e sia fatta la nostra stessa volontà dissoluta.

2 commenti:

Mejnour000 ha detto...

Davvero notevole come tu riesca a padroneggiare questi flussi di (in)coscienza... Complimenti ancora una volta.
Mi piacerebbe che tu chiarissi "l’epifania di una pornopromessa che fluisce e garrisce come un fiume di bandiere", in riferimento a Crowley.
A prescindere... gran pezzo.

AV ha detto...

innanzitutto grazie per l'apprezzamento.
I riferimenti a Crowley sono specificamente legati all'episodio del viaggio indiano del Mago inglese, viaggio a metà tra analisi dei fenomeni tantrici e dello Yoga e scalata alpininistica; cioè, da un lato missione criptoesoterica devoluta a sedimentare tra loro frammenti di magia evocatoria e cerimoniale occidentale e tecniche meditative di natura sessuale legate allo gnosticismo hindu, e dall'altro lato mera gratificazione egotica da raggiungere mediante qualche record montanaro. Sulla tecnica di scalata di Crowley molto si è detto, scritto e dibattuto, ma in genere si riconosce che sia stato un grande scalatore ma inguaribilmente solitario, e quando lo si trovava in cordata con altri tendeva ad una certa meschinità; direi che l'alpinismo di suo potrebbe, come insegna l'Evola di Meditazioni delle Vette, rivestire una connotazione mistica ed esoterica non indifferente, ma Crowley lì in India non andò oltre la mera tentazione di piantare le sue bandierine per primo (il fiume di bandiere). La porno-promessa è invece legata al discorso sulla sessualità sacrale e alla volgarizzazione di certo gnosticismo, visto che alla fine pornografia, lo scrivere di prostitute, è una forma di mercificazione di soggetti alti.
In ultimo, è noto che proprio in India si dice che Crowley abbia iniziato a "perdere colpi" magisticamente parlando