martedì 19 febbraio 2008

Bagliori da un Inferno verde - Druunatic











Un’urgenza viscerale scorre solitaria e sinuosa come carne adombrata dal sospetto di una prossima morte, di un evento drammaticamente luttuoso, asettico e formale lo scatto imprigiona il flusso emozionale della stanza; lo vedi quel corpo formoso, il seno generoso ed esibito a pelo d’acqua, i capezzoli eretti, e la bocca sigillata dal nastro isolante, lo sguardo stordito dal trucco e dalla paura, dal deflusso dell’adrenalina e dal ghiaccio che si sedimenta nelle vene. Un corpo imbellettato e prigioniero dello sguardo vitreo della fotocamera, una costruzione scientificamente preordinata, solidificata, cercata e fortemente voluta, le calze a rete strappate, la donna scomodamente adagiata come uno di quei cadaveri di prostitute a spasso per le acque di qualche fiume, vittime di invisibili serial killer devolute alla pianificazione del senso esistenziale di una fotografia che si fa feticismo.
Feticismo, ossessione compulsiva, ricerca di un Graal di sangue, carne e sperma, immagini la fotografa dall’altra parte dell’obiettivo intenta a dirigere, esigere posizioni e sguardi, eccitata dall’idea di vampirizzare nella fotografia un frammento di vita altrui; la feticizzazione è una cristallizzazione organica del piacere, rendere la modella plastica innestata nella nostra anima, come un cannibale postmoderno nell’algido nitore formale del latex fetish.
Sappiamo tutti perfettamente che la scena sadomaso e fetish ormai è divenuta una risibile variante del carnevale, in cui esiste solo una preoccupazione; quella di assecondare il gusto altrui, di cedersi alle voglie voyeuristiche dei propri simili, ben lieti di condividere gusti e idiosincrasie e scelte di vita. Il tutto scade a moda.
Poche nobili eccezioni, pochi isolati casi ci fanno sperare per un domani migliore, un domani in cui l’artista sia libero di appagare le sue manie e le sue depravazioni quotidiane, i suoi capricci estetici e metasessuali, attraverso il fuoco della creazione; la perfezione della tecnica non è davvero importante, perché sono sempre stato genuinamente convinto che se qualcuno ha una storia interessante da raccontare è meglio che non si lambicchi in sperimentazioni e sofismi espressivi, lasciando da parte l’ampollosa avanguardia e le fumisterie concettuali e focalizzi i suoi sforzi sulla linearità del messaggio. E se a ciò aggiungiamo la sentita necessità di vivere in coerenza i propri piaceri, i casi statisticamente accertati diventano ancora meno.
In totale disaccordo con il sottoscritto, i soloni delle tipizzazioni fetish e SM si guarderebbero bene dal ritenere la fotografia di una Olivia Gay o di uno Stephen Shames fotografia fetish. Talmente avvinti dalle loro comode epifanie consumate nei dungeon-bordello, nello scintillare del latex e del pvc, tra schiocchi farlocchi di frustini, cera fusa ed espressioni di una body-art assai spesso fuori di contesto, questi epigoni della trasgressione in cuoio non comprendono che la soddisfazione del piacere è un imperativo di sublimazione del feticismo; l’ossessiva presenza dell’oggetto del desiderio nei nostri pensieri, nelle nostre opere, nei nostri discorsi, diviene feticismo nella sua più pura accezione.
Le prostitute della Gay hanno perso la dignità in qualche anfratto illuminato di rosso, tra corpi emaciati e altri abborracciati e cellulitici e droga e costipazione, strali di sofferenza che si accalcano come parassiti nella vagina dell’inferno, donne negre, donne cubane, donne olandesi, vorticare di vetrine e bagliori e desolazione di potenza carsica ma ben viva. Ogni lucore, ogni stolida presenza, ogni cicca gettata a terra, ed i preservativi, le rapide contrattazioni, gli odori che puoi solo immaginare ma che pure ti eccitano. Se non è feticismo questo…
E allo stesso tempo la povertà morfologica di strade americane, ghetti, slums, cemento grigio come il cielo morente, graffiti di fame e ragazzini malati, drogati, che vendono i loro corpi, ecco l’oggetto delle attenzioni di Shames e della sua carità, compulsione sparata ad alzo zero contro il vizioso sguardo dell’empatico voyeur.
O l’Araki che senza tecnica, senza sosta, senza tregua, col suo cavalletto in mano si insinua nel ventre di Tokyo per cristallizzare il tutto ed il nulla promanante dalla frenesia abitativa della capitale nipponica, polaroid seriali che come le vittime di Albert Fish giacciono adesso spiattellate tra le austere sale del Palazzo Fontana di Trevi, in una esibizione/confronto che ti costringe a guardare nel cuore eccitato di Araki stesso.
Pur con tutte le adeguate cautele del caso, cautele dettate dalla personalità delle urgenze sessuali che differenziano, l’arte della fotografa underground danese Druunatic percorre gli stessi sentieri. Sentieri intessuti di fini arabeschi di carne e sesso e in alcuni casi anche di cliches fetish ricontestualizzati; l’esperienza di Druunatic nel momento creativo è quella di un atto di appropriazione dell’esistenza della modella-partner, ideale vittima che soggiace e si piega alla volontà di chi la riprende, ed eterna, nello scatto.
Una serie fatta di assordante chiaroscuro verdognolo, camera di morte e di dolore intessuto di smeraldo, ombre, sinuose forme femminili, acqua che sciaborda nella vasca, guardi quegli occhi e dentro le iridi leggi il sapore del piacere che Druunatic prova nella costruzione del set.
La fotografia come processo di sessualità sublimata, il contatto e la ricerca delle improvvisate modelle, l’idea su come allestire il set, l’oggetto del desiderio che emerge potente e devastante, la ragazza che si spoglia e che si veste poi di nuovo come crisalide di farfalla secondo le imperiose direttive della fotografa danese, la ragazza ne asseconda i gusti, le idee, e quando sarà premuto il clic sulla macchina fotografa si determinerà una palese scissione nell’esistenza dell’improvvisata modella; da una parte la ragazza tornerà alla sua consueta e più o meno normale esistenza, dall’altro però persisterà questa immagine, questa foto che la imprigiona e la rende altra da sé. Domina, schiava, pezzo di carne, non importa il ruolo che Druunatic impone, perché è comunque lei a rimanere in controllo, a cannibalizzare l’identità sfuggente e liminale della modella, a farne uso masturbatorio, che possa titillare il cervello e il clitoride.Pur tecnicamente non perfetta, la fotografia di Druunatic nasce e muove da alcune esigenze assolute, immani, che titaneggiano sulla sterile definizione di arte che siamo soliti utilizzare per descrivere il feticismo nobile. E nell’uso/abuso di alcuni luoghi comuni del fetish, dal tema religioso all’abbigliamento fatto di corsetti e latex, da determinate caratterizzazioni vampiriche ad altre di pieno dominio gotico, Druunatic vive le sue sessioni di hardcore fotografico, determinata a succhiare fino al midollo l’essenza delle sue partner-modelle.
Dimostra il suo talento anche negli scatti di ambiente religioso, in cui l’austero silenzio delle chiese protestanti danesi si unisce in sinergia porno-decsrittiva a crocifissi barocchi e cascate di luce ed abiti talari autentici; fotografie di non secondaria importanza, pur se magari meno viste e considerate dai frequentatori del sito Web della fotografa. E che invece confermano l’importanza del percorso formativo ed umano di Druunatic, alle prese con la soddisfazione dei suoi bisogni primari.
La sua dimensione schiettamente underground, autodistribuzione-autoproduzione, la porta a collaborare con magazine del settore Fetish, il Fetish di Marquis, SkinTwo, A, anche se certamente merita di più; merita soprattutto di non essere confusa con la massa amorfa di gotici da dopolavoro. Troppo differenti le motivazioni, troppo differente il contesto di azione e di vissuto.
Come l’immagine rovesciata di un Se Stessi, quella immagine richiamata nella drammaturgia di Sarah Kane o nel languore dolciastro e ossuto della poesia di Trakl, gli scatti di Druunatic sono un fotografare la sua stessa anima, una via crucis di masturbazione, sadismo, piacere saffico, clitoridi stropicciati e furiosamente smanettati, seni strizzati, gambe flessuose, calze a rete, sangue, tacchi alti, corsetti.
Emerge l’Inferno interiore, in tutta la sua maestosa grandezza, tra ierofaniche presenze post-demoniche, quale party fetish nel Nono Cerchio trasmutato alchemicamente in forma dissoluta di scantinato gotico.
Lunga vita all’Inferno.

7 commenti:

Anonimo ha detto...

Salve,
a proposito di Araki,hai per caso notizia di un lavoro critico sulla sua opera?Ovviamente non mi aspetto che ve ne siano in italiano.
G

AV ha detto...

Il libro più "simile" ad uno sguardo critico sull'opera di Araki credo sia "Nobuyoshi Araki: Self, Life, Death" a cui contribuisce lo stesso Araki, edito da Phaidon; è in prevalenza un catalogo di foto con didascalie, commenti, punti di vista ma ha il pregio di contenere l'opera letteraria di Araki stesso per la prima volta tradotta dal giapponese in inglese. In subordine ARAKI BY ARAKI, sempre catalogo fotografico con commenti dello stesso Araki

missi ha detto...

Ohh la dolce Dru ^^
Se riesco ad andare a Copenhagen scattiamo insieme! Che bello!

Ma quand'è che scrivi un'apologia di Nana? uhuhuhuiiiiii

AV ha detto...

Stai calma Missi/Nana, è in cantiere; ma sarà molto lunga e richiede tempo ed energia mentale, visto che ho in testa di (ri)prendere tutti gli argomenti saltati fuori al tempo della tua cacciata da SG :)

ABISSO ha detto...

Scusate ma a me recentemente e' capitato di sfogliare un bel catalogo fotografico di Araki,e non mi sembrava nessuno dei due citati da te AV.
All'interno c'erano parecchie tematiche,tra le queli anche semplici paesaggio Cittadini e ritratti.
Possibile?
Ero ubriaco?

AV ha detto...

ho la vaga impressione che si stia facendo un bel macello; nel senso che G chiedeva un testo non fotografico (o non solo fotografico) di critica/commento su Araki. I due che ho indicato contengono molto materiale scritto

ABISSO ha detto...

Ahh ok ^_^
sorry