mercoledì 21 maggio 2008

Relitti - la Fotografia di Davide Virdis






Relitti - Fotografie di Davide Virdis

FotoGrafia - Festival Internazionale di Roma 2008


Lo sguardo è lucido, nella piena consapevolezza di chi conosce i molteplici aspetti dell’architettura, soprattutto in funzione di chi la abita. Una nota di voyeursimo, certamente, attraversata dall’innocenza di chi si pone domande, ma non formula giudizi.E’ dal 2004 che Davide Virdis va alla ricerca di testimonianze di "archeologia sociale", Relitti come li chiama. Un work in progress che porta l’autore in luoghi sparsi sul territorio nazionale: Roma, Sassari, Firenze, Pontassieve, Porto Torres…Architetture superstiti, immobilizzate nel passaggio tra passato e futuro. L’officina, la colonia penale, il manicomio, la caserma, la casa colonica, l’oleificio… Interni illuminati dalla luce del giorno, calda, avvolgente. Raggi che entrano dalle finestre senza vetri, dalle porte scardinate. Interessante gioco psicologico in cui non è difficile percepire l’eco di un messaggio positivo, di apertura e possibile rinascita. Luoghi sospesi non sempre del tutto abbandonati -ritmati da presenze/assenze- come raccontano alcuni dettagli: una tavola apparecchiata, un materasso, un reggiseno, una giacca, qualche bottiglia. Poetici quei graffiti di sapore underground in cui si legge "Free your mind", oppure "Mi odiate, per dispetto amo tutti!" (lo scrive con la bomboletta spray un anonimo autore nel manicomio di Sassari).
In questi frammenti quotidiani si è perso l’odore originario dei luoghi, quello buono di cucinato o del bucato, ma anche quello acre del sudore, della polvere, della fatica, dell’indigenza. Al contrario, emergono -quasi isolati dal contesto- oggetti più disparati, dalla tazza di un wc alle spalliere di ferro di un letto liberty; dagli ingranaggi arrugginiti di un mulino ai décollage spontanei su una parete, ma anche semplici pezzi di vetro, ferri, lamiere, calcinacci, legni marci, muri sgretolati, brandelli di stoffa… Assemblaggi "casuali" in cui la materia è nobilitata, impreziosita dall’ingrediente concettuale.
Un percorso che rimanda alla storia dell’arte contemporanea, partendo dal dadaismo per approdare all’arte povera. Virdis immortala la stireria della colonia marina di Casa Gioiosa con la stessa solennità con cui guarderebbe la Venere degli Stracci di Pistoletto. In effetti il luogo si presta a questa libera associazione, se non fosse che gli stracci colorati non circondano la statua di una dea, ma sedie ribaltate.Relitti è un insieme di immagini pittoriche che sollecitano anche un’altra memoria, quella di certe fotografie di Bruce Chatwin, in particolare quelle scattate nei primissimi anni ’70 in Africa Occidentale.
Nell’introduzione di Photographs and Notebooks, primo tentativo di riunire in un’opera unica sia le fotografie che le pagine dei taccuini del viaggiatore inglese (il titolo italiano di quel bellissimo e raro volume, edito da Adelphi nel 1993, è L’occhio assoluto. Fotografie e taccuini), Francis Wyndham scrive: "spesso i dettagli su cui si soffermava sarebbero passati inosservati agli occhi di chiunque altro. Il loro valore risiede nel fatto che ci illuminano con un fugace bagliore il suo modo di vedere il mondo, ossia un paesaggio visivo interiore rigoroso, sofisticato e inconfondibile. Queste foto recano una profonda impronta personale senza essere introspettive; come scrittore, Chatwin era un discepolo di Flaubert, e anche qui non mostra alcun interesse per la espressione soggettiva. Né sono il risultato della pretesa di scattare fotografie "artistiche"."
Non a caso Chatwin è uno degli autori preferiti da Davide Virdis, proprio per via del ruolo che egli attribuisce alla fotografia. "Per lui" - afferma il fotografo sassarese - "assolve ad una precisa necessità di confrontarsi con le cose, e non necessariamente costruire le immagini in funzione di una completezza formale. Non esercizi di stile spesso inutili e noiosi, ma bisogno di capire, scoprire."
Non è difficile scorgere, in Relitti, quello sguardo che accomuna gli esteti, che sa catturare il bello in un quotidiano marginale, nella monotonia di un paesaggio, nello squallore di un dettaglio comune.


©Manuela De Leonardis

Estratto dal testo della co-curatrice della mostra

venerdì 16 maggio 2008

Lordotics, il nuovo libro di Peter Sotos





Io amo i gabinetti, anzi proprio i cessi...i cessi grondanti liquame di varia estrazione, con quella puzza alcolica e merdosa talmente accesa e penetrante che se ci entri con la pancia in sommovimento tattico pronto a vomitare ecco che la bile ti risale magicamente l'esofago e se ne torna in sede, rifiutandosi l'espettorazione coattiva.
Colleziono istantanee di cessi pubblici, e di locali, paludi di vomito, piscio e sperma con arabeschi di kleenex e carta consunta e plastica e pure spermicida e preservativi, eggia' perche' in quel deboscio demiurgico e strabordante qualcuno si arrazza a tal punto da voler scopare.
La letteratura, o narrativa se si preferisce, di Peter Sotos canta (e decanta) la poetica del cesso, locus metastorico e mitopoeietico in cui generazioni di checconi e pedofili vanno a spompinarsi eccedendo in promiscuita' e cadendo proni, supini e devastati con le ginocchia nella fanghiglia giallognola intenti a spompinarsi gli uni con gli altri. Il fatto che Peter Sotos sia stato il primo uomo americano ad essere arrestato per detenzione di materiale pedopornografico, dopo l'entrata in vigore della legge caldeggiata e patrocinata dalla Commissione Meese, rappresenta un utile addendum e una spiegazione non-mimetica del perche' oltre ai cessi e ai delitti seriali brutali e alle sinossi di video porno abbastanza estremi ecco comparire un Carnevale di Rio di ragazzini violati, rapiti, brutalizzati e massacrati, con stordente girandola carnale di sadismo rovesciato a mo' di piombo fuso sulle famiglie straziate.
Farsi le seghe sulle foto, e sulla memoria, di qualche ragazzino ammazzato e' un esercizio sportivo che Sotos ci ha messo davanti, su carta e metaforicamente, in una lunga, pluridecennale sequela di testi noti ormai ai piu'...non che personalmente trovi particolarmente divertente il passatempo sotosiano, ma ognuno ha i gusti suoi e quindi liberissimo lo scrittore di Chicago di cavalcare i suoi pony nel tempo libero e di schizzar sperma insanguinato sulle foto che maggiormente ritiene adatte.
Il mio problema, da cessofilo ma soprattutto da lettore, e' che un libro non deve rompermi i coglioni, soprattutto quando il menzionato libro costa decine e decine di dollari; amo il concetto di edizione limitata, ma lo amo meno quando esso diventa sinonimo di "presa per il culo". Perche' vero che i collezionisti e gli aficionados generalmente comprano a scatola chiusa, solo che quando poi si viene messi davanti alla necessita' di sborsare una cifra copiosa allora mi diventa un immaginifico problemi di priorita' economico-finanziarie...ecco cosi' che la Creation Books dara' alle stampe nel settembre dell'anno corrente questo LORDOTICS, al solito prezzo usurario di 40 dollari piu' varie ed eventuali (spese di spedizione, tanto per dire).
Il titolo e' bellissimo, fa pensare alla lordura, al lardo e ai narcotici, una mistura di degrado letteralmente merdoso, anche se purtroppo il termine Lordotic tradotto in italiano diventa un ben piu' prosaico, e clinico, "postura dello scoliotico", ovvero la curvatura della colonna vertebrale...che sia un delicato eufemismo per indicare chi sta sempre chinato a succhiare cazzi nella penombra di qualche cesso?...un arcano certo da disvelare...Le anticipazioni pero' lasciano intravedere l'ennesima coazione a ripetere che dai tempi di Lazy si e' elevata su su per lo sfintere dei lettori accapigliandosi tra titoli intriganti come Selfish Little, Comfort & Critique, Predicate ma dall'andamento narrativo di dubbia consistenza; non mi sfuggono le motivazioni per cui Sotos scrive e perche' sceglie di ripetere continuamente, me le spiego' lui stesso in una intervista risalente a 4 anni fa, solo che a Sotos non dovrebbe essere sconosciuto il rodimento di culo che prende e morsica le emorroidi del povero lettore che ha spendicchiato piu' di 300 dollari per accaparrarsi i suoi libri, alcuni dei quali venduti a prezzi che rendono il peggior strozzino di questo mondo un benemerito filantropo.
Di che parla Lordotics?
Cazzi. Succhiati e indondati di secrezioni putrescenti.
Ragazzini ammazzati.
Pedofilia.
Fotografia.
Muerte e disonore.
Gusti.
Interessi.
Non necessariamente in questo ordine.

lunedì 12 maggio 2008

Memorie del Fiume freddo


Arrivo a Seattle come uno dei tanti profughi dello spleen, estasi autunnale di piazzole desertiche, balle di fieno, camion e distese alcaline che si perdono all’orizzonte a fare da contorno ad una scena degna di miglior causa; lo zaino semi-vuoto, la solita testa piena di merda, e un pacchetto di sigarette che fa tanto Kerouac. Angeli di desolazione su torri e avamposti di una civiltà postmoderna men che baudrillardiana, ma serial killer come compagni di viaggio e storie cartacee di sangue e tortura e umiliazione, piccolo bambino alle prese con la sua Mecca disneyficata, eccomi a te Seattle, città grigia di grunge e suicidi.
Fiumi verdi dalle acque putride, canneti, nebbia ed una cortina di inquinamento e pioggia mi accolgono; pioggia che gronda, cade, ticchetta ritmicamente sul parabrezza del gigantesco Greyhound, sono un GG Allin beat e carnografico in partenza per la deriva finale, totale, ammaestrata nel nome dell’omicidio sessuale, partenza che si consuma a ritmo di hardcore e quando scendo rivolgendo un rammollito cenno di testa all’autista so già che un’epoca si chiude.
Difficile rimanere delusi da Seattle; campo di concentramento di lugubre grigiore, monumento alla depressione cronica, e chi si stupisce che Kurt Cobain possa essersi fatto saltare il cranio dovrebbe venirsene qui ad assaporare i venti carichi di odori salmastri e di palude e il freddo pungente, i pub, i locali, i moduli abitativi, l’informatica atomizzante elevata a paradigma di una nuova solitudine, meno boscaiola, meno nevosa (per quello c’è il confine, col Canada a stendersi dietro e poi pure l’Alaska con le sue storie di caccia all’uomo e pionieri cercatori). L’oceano immoto, blu cupo, una marea concupiscente di ricordi, si stende là da qualche parte.
Un viaggio concilia sempre dei bilanci e dei consuntivi, ed io ascoltando Black Flag e Husker Du ho compreso di non essere poi una persona tanto spregevole; certo, ho passato gran parte della mia esistenza a guardare Chi L’ha Visto per godere di qualche pianto raffazzonato e qualche lacrima di genitore crudelmente avvinto dalla speranza di ritrovare i suoi teneri cuccioli vivi da qualche parte, ma nessuno è perfetto. In fondo, una volta credevo di essere l’unico debosciato che assisteva a quella trasmissione con puro spirito pornografico ma poi col passare di mesi e anni ho compreso di essere in buona compagnia; scambisti e trasgressivi del delitto seriale, delle famiglie distrutte, dei volti cianotici e degli sguardi vacui, un mondo oscuro, sotterraneo, carsico che come i fiumi di Seattle regala gioie e corpi gonfi di putredine.
Sono venuto a portare il mio personale tributo al Green River Killer, adepto di una religione senza più officianti.Non sono una persona orribile. In una certa misura non mi ritengo nemmeno un depravato. Ma ho deciso di vivere la mia vita seguendo i miei gusti, ed i miei peculiari interessi, e se questo mi pone fuori dal consesso dei probi cittadini non avrò di che recriminare. Henry Rollins bofonchia qualcosa, qui ed ora, vorrei ascoltare gli Swans ma li ho lasciati giù a San Francisco, mi maledico mentalmente, maledico la mia insipienza e la memoria che va a farsi benedire annientata da studi giuridici in terra d’Italia. Eccomi, Seattle città delle promesse di sangue, eccomi Henry Rollins, ecco un fuorisede del dolore emozionale.
La conformazione geomorfologica della città, coi fiumi a schiudersi in una raggiera di petali verdastri tutto attorno, ricorda, può ricordare, una città egizia incistata sull’epidermide di un Blade Runner criptato; psicomagia inconsistente, spogliarelliste e prostitute e negri, meno che in california ma pur sempre tanti, cinema porno, periferia eterna sedimentatasi nell’animo profondo di questo lembo settentrionale.
Sono il viandante, tra schizzi purpurei di un dipinto alla Waterhouse, o grugniti esplosivi alla Francis Bacon, sigarette, alcolismo e la promessa di una Los Angeles nordica, non pessimista come i fiordi di Hamsun ma pur sempre fredda e glaciale. Eccola questa Seattle di cui son venuto ad assaporare i frutti. Non tanto proibiti.
Sono cambiato da quei giorni, lo ammetto. Cambiato tanto. Non dirò se in meglio o in peggio, perché sarebbe di cattivo gusto stabilire autonomamente la mia eventuale crescita. Dirò solo che il cambiamento è evidente. Son passati anni, ed eoni in termini emozionali, da quando cercavo di farmi crescere nelle narici l’afrore macabro di Plainfield o nelle orecchie le urla delle vittime di Albert Fish, guardando l’orizzonte lontano con tramonto annesso e non vedendo altro che cadaveri emaciati lasciati ad ingiallire sul crinale della Storia. I giorni delle maglie col volto di Ian Brady o di Charles Manson, dei video neri, cupi come il Ragnarok del true crime.
Avevo un pantheon di divinità assetate di crudeltà, sofferenza e dolore, volevo io stesso bagnarmici come in una estasi zen di chiodi, morsetti, lacci e legacci, invocazioni di misericordia, genitori obesi, tossicodipendenza, pornografia dozzinale e ,ringraziando Dio, omicidio.
Tutte le puttane ammazzate dal Green River Killer presentavano una biografia talmente insulsa e stereotipata da rendere il Reader’s Digest una lettura fenomenale, come un romanzo di De Lillo; il me, non tanto a soqquadro e rovesciato nonostante gli esperimenti psichedelici californiani, che giunge nel paradiso dello Xanax è un me lucidamente determinato ad immergersi, in metafora e spirito sia chiaro, nelle acque verdi di quei fiumi.
E’ un me che vuole specchiarsi nello stesso punto d’acqua in cui anni prima, tra copertoni, sacchi di tela e batterie di autovetture, sono state rinvenute le puttane brutalmente torturate e ammazzate.
Lady of Shalot di Waterhouse, ma col capo rivolto in basso come presenza ctonia e sessualizzata di un Twin Peaks convunsalmente giocato tra Lynch e Jodorowsky.
Where the wild roses grow, roco gorgoglio di Nick Cave, l’acqua scorre portando via rose e rane che hanno smesso di gracidare e se ne saltellano beate portandosi via brandelli di carne e dignità.
La scena di apertura di Henry-Pioggia di sangue, frammenti fotografici sovrapposti, ululati, richieste di misericordia, un cadavere in calze nere affiora dalle acque limacciose. Perché diciamolo, un serial killer è un esteta, un poeta e una persona gentile. A parte quando ammazza, ovvio.
Persino The River di Bruce Springsteen.
Ogni fiume ha i suoi segreti, le sue memorie. Ed i suoi cadaveri.
Dubito che un assassino che si sbarazza delle sue vittime gettandole in un fiume non sappia che quei corpi martoriati, gonfi di acqua e putrefazione, saranno rinvenuti da un qualche pescatore o un ragazzino che nella migliore tradizione kinghiana di Stand By Me perderà la sua innocenza dopo l’avvistamento mortuario. Sirene, lampeggianti, ed il coroner a far rilevazioni, prende appunti, segna dati asettici, ingolfando l’aria di trita criminologia.
Questo è già un livello che mi interessa meno. Io sono fermo alle madri straziate avvertite senza particolare tatto da un ufficiale di polizia, magari nel cuore della notte; sai, tutte quelle illusioni confortevoli erette come protezione psicologica nel corso degli anni, magari spendendo pure bei soldi da uno strizzacervelli e amore filiale e stanze fredde rimaste vuote in modo desolante con ancora i peluche di una infanzia distrutta, vanno a farsi fottere adesso che lo sbirro compare sulla soglia di casa e intona il peana della compassione burocratica.
Mi dispiace signora, sussurra. Ma non gli dispiace per niente. Ha visto troppe morti, troppe sofferenze assortite, per dispiacersi davvero davanti a questa donnona cellulitica che gli prende a piangere davanti. Certe volte benedico dio di non essere un poliziotto; assuefatto al dolore, incapace ormai di goderne, vedersi evaporare davanti tutto quel potenziale, deve essere francamente orribile.
Una vittima senza famiglia sarebbe solo un miserando pezzo di carne. Invece l’aspetto meraviglioso di tutta la faccenda sta proprio nella sovrastruttura di dolore cosmico che i familiari sono costretti ad affrontare, le loro lacrime, le loro universali recriminazioni, l’adulazione giornalistica e la pietas pubblica, di questa città grigia, insulsa e sonnolenta in cui i giovani si fanno di speed, ice e crack per lenire il vuoto dell’esistenza. Prostitute celebrate come fossero le migliori figlie del mondo.
Ma dove eravate quando queste figlie avevano bisogno di voi?
Dove eravate quando il peso insostenibile della droga le ha spinte a vendere i loro corpi?
Quando lagnanti e frignanti si automutilavano per reclamare un pur minimo barlume di attenzione?
Erano morte. Morte da tempo, e voi non lo sapevate. Troppo presi ad andare avanti comprando birra e biglietti della lotteria e guardando la televisione, Torazina catodica diventata Dea Madre di una generazione di teste di cazzo.
Genitori premurosi post-mortem ma inconsistenti quando le vostre figlie abbordavano camionisti e li spompinavano nelle piazzole di sosta per dieci dollari, le gravidanze non volute, i pestaggi, gli aborti, ex fidanzati rivelatisi spietati papponi, le lettere a casa senza risposta. Indifferenti a tutto. Glaciali e silenziosi come questa cazzo di città.
Tra i canneti, l’acqua dipinge arabeschi smeraldini, ed il cielo si specchia tra gli umori e le piante; io sto fermo, in beata contemplazione, cerco di immaginare la sofferenza, la paura, le lacrime delle vittime chiuse nel vano puzzolente di un qualche furgone. Il Green River Killer sapeva quel che faceva. In una certa misura ha reso delle patetiche inconsistenti non-esistenze degne almeno di essere ricordate e piante, foto amorevoli da lapide tombale su cui posare un fiore.
Se ripenso a quegli istanti, sono assalito da un profondo senso di malinconia. Guardi le buste di plastica ondeggiare sulla lieve corrente del fiume e pensi ad un mondo che si è estinto, ad un me rimasto prigioniero tra quei flutti.
Un me andato per sempre, proprio come quei cadaveri.

venerdì 25 aprile 2008

Gotico Romagnolo




Per me, gli anni Ottanta finirono già lì, nel 1983, durante quel fine-settimana dove, sotto l'apparenza di una fiesta mobile di ragazzi allegri, e anche scatenati, si rivelarono la follia dei rapporti, l'eccesso di certi riti e anche la paura. Dopo fu solamente il momento dell'osservazione e della riflessione, del lavoro sul materiale più o meno autobiografico...nonostante quel che si potrebbe pensare queste parole di Tondelli non possono, e non debbono rappresentare nè l'epitaffio di una Emilia Romagna scomparsa nel clima post-rurale, post-vacanziero e post-tutto germogliato alla fine degli anni settanta tra Dams e lotta di strada e creatività sparata per l'inurbamento delle plebi intellettuali da un lato e dall'altro la paciosa agreste abulia dei paesi dispersi tra i colli romagnoli con la riviera dispersa nel candore arancio di mille albe, laggiù da qualche parte come un ologramma (ri)vitalizzato dalla pecunia germanica e scandinava nè un qualche esercizio estetico e di stile per prendere le distanze dall'oggetto della propria analisi.
Oggettivamente ha ragione Guccini; tra la Via Emilia ed il West, un locus topografico e spirituale in cui l'underground si frammischia all'overground, i rave si gemellano alle feste contadine pre-cristiane, il vino rosso scende in gola copulando con la speranza di una emersione dal nulla decantato tra cantine e centri sociali, memorie resistenziali e tombe mussoliniane, la carnalità carnascialesca che se non frenata si avvita su se stessa come un elicottero schiantato, la spiaggia di massa e le baie e le insenature invase dalla prepotenza totalitaria dei beat, le scampagnate, l'isolazionismo degli Appennini, tutto allucinato affabulato arricchito da un modus vivendi che sconta la contraddizione di una universalità provinciale. Mi spiace per i Ligabue e i Brizzi, ma la loro visione detournata, poco personale e molto cliche, non rende il senso penoso, mistico, altero, plebeo ed aristocratico al tempo stesso della invisibile linea che divide e separa e scarnifica Emilia e Romagna.
Devo invece essere grato al Tondelli del Week end Postmoderno perchè attraverso le sue decostruzioni, attraverso gli articoli sofferti, ora ironici iperbolici grotteschi, ora colmi di rimpianto abissale e malinconia per un mondo che arretra nella nebbia e scompare, vividi quadri di situazioni esistenze autori posti e non-posti ho dato un senso a tutto il tempo che ho trascorso in Romagna.
L'aspetto che mi ha sempre molto colpito nell'opera tondelliana è la densità dei riferimenti e delle suggestioni, cosa molto importante per chi come me ama molto un Ballard e quella commistione di elementi metanarrativi, intreccio furioso e infiammato di pop-culture, recensioni musicali e letterarie e narrativa tout-court; ogni riga è studiata, lasciata poco al caos, analizzata e riscritta una, due , forse cinque volte, immagino Tondelli intento a scrivere e lo vedo ansioso angosciato desideroso di raggiungere quel nitore che è sempre incubo di chiunque scriva.
E questa terra, Cesenatico, Rimini, Correggio, si affolla come una Zattera della Medusa della memoria, si scompongono i momenti apicali della esistenza, e se ne fa rapido carico di malinconie ; gran parte delle sue opere, e certamente delle opere che compongono il Weekend, Tondelli le scrisse lontano dall'amata Emilia-Romagna, le scrisse ora a Firenze, ora a Milano, ora a Roma.
Non a caso, aldilà di questioni strettamente personali ed emotive, occupa così tanto spazio e così tanta importanza l'opera barthesiana sull'amore, i Frammenti, che diventano sacra sindone di un locus lontano, che si porta nel cuore interiormente, come i gelidi fiordi norvegesi per Knut Hamsun. Nel Weekend vi è una stratificata carrellata di personaggi, luoghi ed emozioni; memorie letterarie su Rimini, i riti sanguinari e rurali della Romagna contadina nella straordinaria intervista con l'ensemble teatrale Magazzini, i campi di morte per la macellazione animale fatti divenire scenario privilegiato per la messa in opera di una piece su Genet, le discoteche, le tendenze giovanili, i concerti, la desolazione della provincia afflitta da grandeur giocata tutta sul delicato crinale della tentazione e delle effettive possibilità.
Come è stato autorevolmente notato, il Weekend è un viaggio per frammenti, reportage, illuminazione interiori, riflessioni, descrizioni partecipi e dirette, nella parte degli anni Ottanta più creativa e sperimentale. È un viaggio nella provincia italiana, fra i suoi gruppi teatrali, fra i suoi artisti, i filmaker, i videoartisti, le garage band, i fumettari, i pubblicitari, la fauna trend che da Pordenone a Lecce, da Udine a Napoli, da Firenze a Bologna ha contribuito a rivestire quegli stessi anni Ottanta, vacui e superficiali in apparenza, di contenuti e sperimentazioni, al punto da proporre, come capitale morale del decennio, non più una città, ma l'intera provincia italiana.

mercoledì 23 aprile 2008

L'Omicidio come una delle Belle Arti


(il brano seguente era stato originariamente scritto per il libro Omicida & Artista, MaGi edizioni, ma è stato escluso, come altri frammenti, per ragioni di spazio)






Il tentativo di spingere la razionalizzazione degli impulsi atavici umani fino alle estreme conseguenze, ovvero per addivenire alla scoperta dell’abisso che, nietzschanamente considerato, finisce per riverberarsi nell’animo di chi osi guardare dentro se stesso, ha un ottimo precursore in quel Tomas De Quincey già abbondantemente incensato da Baudelaire e dai Surrealisti francesi; De Quincey , nelle sue memorie ( l’una del 1827 e l’altra del 1839 ) raccolte in antologia denominata significativamente L’assassinio considerato come una delle belle Arti, raggiunge un grado di consapevolezza riguardante l’omicidio che, citando Breton, diventa “ astrazione dall’orrore fin troppo convenzionale che suscita, richiede una trattazione estetica e un apprezzamento qualitativo come un’opera plastica o un caso clinico. Diventando così oggetto di pura speculazione, avrà valore nella misura in cui, prima di tutto , appaga determinate esigenze; mistero, indeterminatezza dei moventi, difficoltà superate, grandezza e smalto dei risultati “ ( Andre Breton, Antologia dello Humor Nero , Einaudi ).
Scrive assai esplicitamente De Quincey nelle memorie che “ lo scopo finale dell’assassinio, dal punto di vista delle belle arti, è precisamente quello della tragedia nella definizione di Aristotele, purificare gli animi per mezzo della pietà e del terrore “. E’ evidente, secondo De Quincey e secondo anche la gran parte dei Surrealisti che cercarono nell’omicidio una energia ed una forza in grado di ridestare la linfa vitale degli uomini, l’artisticità del gesto omicidiario, scevro di qualunque connotazione morale o giudizio di valore, pronto per essere immesso in una ipotetica galleria di atti assoluti, ovvero non giudicabili secondo i parametri dell’etica; è in questo che lo scrittore inglese si affanna a delineare un bon-ton dell’omicidio, delineando i passi e i doveri comportamentali di un assassino affinchè egli possa raggiungere una piena gratificazione.
Analogia e differenza con Sade che appaiono palesi; analogo a quello di Sade è il tentativo di non frenare nell’azione assoluta il contingente umano, ovvero il rimorso o il dolore proprio dell’aver commesso un gesto esecrabile, l’innalzare a vette di inusitata poesia ( illanguidita dalla debauche e dalla coazione a ripetere in Sade, obnubilata da una poesia intrisa di spleen in De Quincey ) un’azione che il genere umano, sin dai tempi di Caino, condanna come odiosa e degna della massima sanzione, ed innalzarla attraverso una lunga serie di consigli, suggestioni, descrizioni che finiranno per essere un catalogo di liberazione individuale.
La differenza, invece, risulta chiara laddove si consideri il ruolo che Sade assegna all’esistere umano nel suo sistema filosofico, una macchina tritaossa portata avanti con piglio hegeliano pur senza possedere il rigore formale di Hegel; De Quincey considera l’omicidio come una necessaria appendice dell’impulso creativo-artistico, una sorta di elevazione dell’uomo che, attraverso questo gesto realmente iniziatico sublima il suo mero “ esistere “ in un vivere di senso compiuto. Non a caso, fornisce una lunga serie di pareri e di suggerimenti ( e perfino di regole ermeneutiche ) affinchè l’aspirante omicida possa dire che l’omicidio da lui commesso è effettivamente un gesto d’Arte.
In Sade invece, dove il ribollente calderone tellurico di istinti atavici e voglie ancestrali, lascia campo ad un meccanico esistere, nemmeno il Libertino più realizzato, perverso e morbosamente fantasioso, può dire di essere in grado di fare il salto che comunica dall’esistere al vivere; in Sade l’omicidio è un gesto meccanico, rituale nel senso di doverosa ciclicità, poiché l’uomo, il vero uomo, non può fare a meno, essendo il suo ruolo nella realtà fenomenica quello del Carnefice, mentre tutti gli altri, le masse rispettose di etica, religione e morale finiscono per essere Vittime.
L’artisticità decadente di De Quincey, il suo riecheggiare i fasti medievali della Setta degli Assassini, i casi di cronaca filtrati attraverso l’ultravioletta luce del gusto estetico perdono senso nel Sade disadorno asettico e spoglio la cui unica funzione semberebbe essere il catalogare fino allo sfinimento le modalità di distruzione del genere umano, dei suoi simili, una Estetica dimidiata dall’accecamento, dalla luce bianca dell’annullamento.
In questo, Sade è più oltre-umano e, paradossalmente, artistico. Proprio perché non cercando nessun bon-ton, nessun buongusto dell’omicidio, non andando avanti a tentoni per raggiungere una ipotetica scala gerarchica degli omicidi “ artistici “ e di quelli da considerarsi dozzinali, sposta l’attenzione dal singolo gesto, dall’essere che costituisce la vittima, quindi da ogni orpello realmente umano, ad un piano ulteriore, ovvero l’omicidio inteso come unione di premeditazione, fantasia, cattura, sevizie, uccisione.
A differenza di un De Quincey che avrebbe ritenuto, con tutta probabilità, troppo plebeo un serial killer, elevandone solo alcuni alle vette del Gesto Artistico, per Sade sarebbe comunque valsa la considerazione del tutto alle spese del singolo.
Questo introduce, in certo senso, il tema del Piacere all’interno della riformulazione dei canoni ( o se si preferisce, nella necessità di superamento e della loro distruzione/elisione ) dell’atto artistico che è stato proprio delle avanguardie, dal Dada fino al Surrealismo; con Duchamp, ad esempio, non solo l’irrazionale, la causalità, irrompono nei marmorei saloni della perfezione, ma è proprio il Piacere, inteso come Arbitrio, che inizia a regnare sovrano.
Ed è l’Arbitrio, il poter godere fino alla totale distruzione dell’oggetto desiderato, che informa l’omicidio seriale, quel dogma ben noto intriso di Dominio e Manipolazione; un Duchamp che formula l’ironia dell’affermazione, in cui l’oggetto che deve acquisire valore artistico è soggetto appunto ad una formulazione programmatico-ironica, ovvero una spiegazione-idea che travalica il significato dell’opera stessa ( e che finisce inevitabilmente per ricontestualizzare l’idea stessa ).
Basterebbe pensare agli agglomerati di fili metallici lasciati cadere che finiscono per disporsi casualmente, a seconda del loro volere intrinseco e del piacimento delle leggi fisiche, secondo un arbitrio che l’uomo non può prevedere e di cui diventa vittima, a volte consapevolmente altre volte inconsapevolmente.
Il Duchamp dei ready-made, ovvero oggetti esistenti in natura ( un orinatoio, ad esempio e tanto per rimanere nella sequenza delle sue opere più celebri ), segnala con grande arguzia il problema della realtà, del fenomeno e quello della possibilità, un problema che ( a livello inconscio, ovvio ) è anche il motore guida di un omicida seriale nella sua modalità espressiva ( l’omicidio-oggetto che passa dalla realtà, in cui è qualificato appunto come omicidio alla possibilità, attraverso l’arbitrio e attraverso la riassegnazione di significato ).
La nobilitazione dell’oggetto scelto, orinatoio o pettine o attaccapanni, al pari dell’omicidio, avviene aprioristicamente, nel momento stesso in cui l’idea è formulata.
E non mi sembra un caso che un efferato omicida come Danny Rolling, uno di quegli assassini che in modo più problematico di altri, ha tentato di razionalizzare gli impulsi che porta dentro di sé, parlando dell’atto creativo richiami la potenza della Visione, echeggiando inconsapevolmente il filo conduttore delle nuove modalità espressive ed artistiche che da tempo immemore tentano di riattualizzare la lezione umana e che Jonathan Swift aveva descritto , prendendo ad oggetto la Visione stessa, come “ l’arte di vedere le cose invisibili “ ( in Pensieri su vari argomenti ).

martedì 22 aprile 2008

Il Manifesto Essemian





Meno annoiato di Crowley, e decisamente meno avventuroso, me ne stavo a guardare il profilo austero e nebbioso di San Francisco da un punto imprecisato del Golden Gate, i primi gorghi arancioni del sole mattutino ad allungarsi nel cielo proprio sopra la mia testa. Lo sciabordio dell’oceano, più che canto di sirene, vera epifania di scintille argentee fagocitava le sagome di navi da trasporto ed aerei, sibili cupi e profondi a confortare pensieri di una nuova giornata priva di un senso specifico.
Luogo per mantra satanici, il Ponte. Come in generale tutta la California.
Non mi stupiva, come non mi stupisce oggi, immaginare quella storia ininterrotta intessuta della cinematografia di Kenneth Anger, i ritmi satanico-psichedelici dell’Orkustra di Bobby Beausoleil, la Contestazione, i beat, Mel Lyman, Orange County, i Beach Boys e la fenomenologia del Surf, la nascente epifania di Eris Dea Della Discordia nel pensiero di Joshua Norton e Robert Anton Wilson, Thimothy Leary, L’Esercito Simbionese e la Chiesa di Satana, Jack Kerouac, gli esperimenti scientifico-alchemici di Jack Parsons, i Rolling Stones e le gang di motociclisti, Charlie Manson. Tutto mescolato assieme in un territorio soleggiato e desertico annesso agli USA veramente da poco tempo.
Non ricordo se quella mattina stessi pensando a qualcosa del genere. Ma so che appena tornato a casa, per una di quelle sincronicità junghiane che rendono l’esistenza della Magia un puro dato di fatto, trovai ad attendermi un pacchetto in arrivo da New York ed una consegna a mano in immancabile plico nero che tradiva come mittente la Chiesa di Satana. Da New York, mi era stato finalmente recapitata una copia di Funeral Party II, antologia di pensiero terminale e borderline.
Lasciai il messaggio della Chiesa di Satana in camera da letto e mi fermai in cucina a leggere un estratto da Funeral Party, specificamente l’intervista con Uli Lommell, regista e attore feticcio di Fassbinder; tra i suoi progetti parlava di un film, Holy Joan of Balboa, interamente basato sulla autentica vicenda di una Domina californiana, residente nel piccolo centro di Balboa, la quale aveva fondato una Chiesa del BDSM.
Fu divertente. Ed inaspettato.
Perché se si eccettuavano le fanzine ciclostilate, i primi articoli di Pat Califia, La Sadica Perfetta di Terence Sellers e pochi altri testi di Domine politicamente orientate, come Dominatrix- The making of Mistress Chloe o Princess Spider , gran parte della cultura BDSM nordamericana era ferma in un dualismo che vedeva da un lato la Domina-prostituta generalmente reduce da infanzie mostruose ed abusate e dall’altro lato figure post-hippie, vagamente new age, che nelle frustate scorgevano un esercizio di pura catarsi politica, una ribellione contro una sessualità castrante, grigia, istituzionalizzata e immancabilmente fallocratica.
Ma nessuno si era spinto fino al punto di elaborare un credo teologico basato sul Bondage, la sottomissione ed il leather. Nemmeno gli amici della Chiesa di Satana, che pure oscillavano tra tendenze BDSM e influssi gotici, si erano sentiti legittimati a vedere nella parole e negli scritti di Anton La Vey una qualche deriva pro-sadomasochista da erigere a paradigma messianico. Non certo La Bibbia Satanica né La strega Satanica che pure in qualche punto a mio modesto avviso odora di Female Domination in chiave decadente.
Per il satanista laveyano l’arbitrio individuale, suprema stella polare delle scelte, era l’unica funzione esistenziale da assecondare, e in questo quadro il BDSM diventava una mera scelta personale e se pure qualcuno se ne serviva per fini esoterici e più squisitamente meta-sessuali il tutto rimaneva relegato nella sfera delle opzioni individuali.
D’altronde è innegabile che l’uso della violenza rivesta una forte connotazione religiosa; i martiri cristiani, gli stiliti della Patristica, e prima ancora i Sadhu hindu, i dravidiani , i Pellerossa avevano utilizzato il dolore come ponte verso l’estasi mistica o come fase necessitata di qualche rito di passaggio. E proprio lì in California se ne vedevano ancora dei retaggi, sia pure mescolati al calderone post-moderno della controcultura; l’arte fachirica di Fakir Musafar, il Neo-Primitivismo di Ron Athey, le loro danze pagane e le carni appese al soffitto a mezzo di ganci e gli spilloni e fiumi di sangue e branding e tongue-splitting, con attorno una oscura aura di consapevolezza spirituale.
I Satanisti, fossero laveyani o post-crowleyani avvinghiati alle estreme propaggini dell’OTO oppure secessionisti del Tempio di Set, guardavano la controcultura come un mero mezzo, uno strumento, non certo come una federazione di ribelli a cui aderire in gioiosa comunità d’intenti. La Vey rivendicava l’esclusiva della rivolta contro il potere dello Status quo, nel nome di quella prima prometeica rivolta di Lucifero contro Dio, e non l’avrebbe certo divisa con qualche hippie entusiasta del latex o dei morsetti.
La Vey odiava gli hippie. E io e tutti gli altri colleghi della Chiesa di Satana li odiavamo con lui.
Bontà pelosa.
Uguaglianza di cartone.
Delirio di amore universale e vaniloquio politicamente corretto.
Tutto ciò suonava alle nostre orecchie falso e risibile. E se per me il BDSM un senso aveva, questo non era certo una catarsi, né un gioco; era solo l’applicazione in chiave sessuale, e magari metaforica, della frase vonmasochiana “chi si lascia frustare merita di essere frustato”. Per questo le teorie sullo scambio di potere di Pat Califia mi provocavano lo stesso senso di nausea che decenni prima la vista di tre orrendi hippie in sandali e camicia psichedelica doveva aver creato nel cuore di Anton Zsandor La Vey.
Rimasi un po’ perplesso e pensoso a meditare sulla Chiesa del BDSM di Balboa, e su tutte le sue implicazioni.
Poi andai in camera e scartai la comunicazione. C’era il nuovo numero della rivista della Chiesa di Satana, The Black Flame , spedita a tutti gli aderenti con cadenza mensile ed in allegato qualcosa che era stato inviato esclusivamente a me. La spedizioniera della Chiesa sapeva che mi interessavo di certi ambiti e di certe sulfuree aree e così aveva pensato bene di omaggiarmi di un libretto autoprodrotto, dalla scarna grafica ma dal contenuto che definire interessante sarebbe riduttivo; THE ESSEMIAN MANIFESTO, a cura di Mistress Sarakira, una Domina che aveva avuto una certa rinomanza all’interno della florida The Society of Janus (la federazione californiana della cultura BDSM).
Per l’occasione la Domina si era rinominata Priestess, sacerdotessa di un misterioso ordine esoterico che , a quanto si intuiva, aveva fondato lei stessa assieme ad altre cinque donne esperte di Female Domination.
The Essemian Manifesto suonava decisamente più coerente e più lucido di tutte le fandonie new age fino a quel momento partorite dalla scena sadomaso politicamente corretta. Iconografia e terminologia di derivazione gotico-satanica corredavano un testo veloce, scarno, spartano ma estremamente funzionale nel suo intento di fornire una chiave di lettura esoterica alla pratica della Dominazione.
Alcuni mesi dopo appresi che il Manifesto non era l’unica pubblicazione ascrivibile a questa misteriosa entità; le Domine infatti operavano come parte autonoma della SERVICE OF MANKIND CHURCH, avendone costitituito una branca satanicheggiante denominata THE ESSEMIAN SANCTUARY OF THE DARKSIDE GODDESS e il cui organo ufficiale di propaganda e divulgazione culturale era la fanzine THE ESSEMIAN WAY.
Non ci misi molto a mettere le mani sulla fanzine. I contenuti ricalcavano quelli espressi nel Manifesto. La dominazione sull’uomo era di origine rituale, il sesso canalizzava l’energia mistica (come nella migliore tradizione dell’ermetismo satanico europeo, vedasi Crowley, Spare, Grant) e tutte le variegate pratiche proposte, che andavano dall’umiliazione psicologica fino ad elaborate sessioni di tortura martirologica, erano ammantate di significati gnostico-satanici.
Come esempio “la camminata del serpente”, un sinuoso strisciare dello schiavo ai piedi della Domina-sacerdotessa, strisciare segnato dalla flagellazione delle Attendenti della Domina stessa (la quale per tutto il tempo rimaneva assisa sul trono cerimoniale, in una sala arredata con drappi satanici e mobilio ottocentesco); la figura del serpente, aldilà dell’ovvio significato primordiale contenuto nella Bibbia, riecheggiava le teorie di Michael Aquino, fondatore del Tempo di Set. La stessa visione cosmogonica, lo stesso senso di ambivalenza (espresso dalla lingua biforcuta e dal mutare pelle), la stessa necessità di una ordalia psico-fisica per ottenere il disvelamento dei segreti iniziatici.
Le Domine che componevano questo gruppo cultuale non erano prostitute, non chiedevano compensi o tributi. Le uniche cose commercializzate erano gli scritti, fanzine e libri.
Oltre al Manifesto, Mistress-Priestess Sarakira aveva composto ECHOES OF THE SANCTUARY, una sorta di biografia aggiornata in chiave metaforico-simbolica in cui si ripercorreva la fenomenologia del gruppo, con dettagliate e vivide descrizioni dei rituali messi in atto, e THE GODDESS WITHIN che imparai essere una sorta di risposta in chiave BDSM-satanica al fenomeno dilagante della Magia Bianca e della Wicca che dell’adorazione della Dea Madre avevano fatto punto nodale.
La Wicca era detestata da queste donne tanto quanto gli hippie erano detestati dalla Chiesa di Satana. Efettivamente, le “streghette buone” dal sapore femminista erano irritanti; le loro vuote ciance di rispetto, tolleranza, amore finivano per clonare concettualmente le idiozie degli hippie. Non era quindi male vedere il grado di forte consapevolezza e di autorità che emergeva dalle pratiche e dalla produzione teorica della Sorellanza Essemian.
Quello che mi piaceva di più di queste donne era l’elaborato sincretismo che fondeva satanismo classico a retaggi hindu (la loro celebrazione di Kaly), magia sessuale e cerimoniale ed un uso non convenzionale (e soprattutto non commerciale né commerciabile) della tortura BDSM. Si tenga conto che sul finire degli anni novanta e l’inizio del 2000 la California controculturale era sprofondata in un abisso di idiozia, tra parties presunti alternativi (e poi rivelatisi tristissime saghe del deja vu), festival “pagani” come il Burning Man e il declino inesorabile del BDSM, annegato tra le più volte citate tesi delle amiche di Pat Califia e la prostituzione del “professionismo”.
Sottomettere un uomo, in termini femministi, non è certo una esclusiva dei sadomasochisti, basterebbe leggersi i testi delle ultra-femministe come Andrea Dworkin o Catherine MacKinnon (o casi più patologici e divertenti come il libro SCUM MANIFESTO di Valerie Solanas, donna che aveva tentato di assassinare Andy Warhol e autrice di questa sfrenata apologia del massacro degli uomini) per capire che il contrappasso, o meglio “occhio per occhio, dente per dente”, è una meta ambita da parecchie esponenti del “gentil sesso” e non solo in termini puramente simbolici. Ma l’ESSEMIAN come culto era in grado di spaziare in una visione non claustrofobica, persino di richiamare alla mente la Magia del Caos di Peter Carroll (proprio per l’unione sincretica di elementi culturali e spirituali disparati di cui operare una gratificante reductio ad unum) ed utilizzando un umorismo nero decisamente appagante.

lunedì 21 aprile 2008

Il Sole Nero - Apologia di Charles Manson


Perdonatemi la mia virtu’, perche’ nella mollezza malata di questo tempo la virtu’ deve implorare il perdono dal vizio, chiedendogli in ginocchio il permesso di fargli del bene “
William Shakespeare, Amleto, Atto III, Scena 4

Nostro Dio può essere quello aristocratico dei Romani, il Dio dei Patrizi, che si prega in piedi e a fronte alta, e che si porta alla testa delle legioni vittoriose – non il patrono dei miserabili e degli afflitti che si implora ai piedi del crocifisso, nella disfatta di tutto il proprio animo
Julius Evola, Imperialismo Pagano
Il Sole Nero esiste, e se ne sta mollemente adagiato tra le dune arse dal caldo delle insenature californiane. I tramonti posticci, resi folgoranti istantanee di illuminazioni violacee e arancioni che fulminano l’occhio fin dove la pupilla riesce a districarsi, sono il frutto piu’ vero di una cappa malsana di elettrosmog, un mantello che se sali sulle colline o sulla Mulholland Drive di lynchiana memoria vedi scendere lentamente sui profili assopiti di Los Angeles.
Triturato nei rifiuti aerei, il povero Astro Solare cessa di essere una palla infuocata e diventa un bulbo tentacolare che irradia timide secrezioni nerastre e rossine e a volte perfino verdognole, come un vecchio tubolare neon che prenda a scorreggiare i suoi ultimi aliti di luce nel ventre di qualche laboratorio anatomopatologico. Quale cornice migliore, tra i Canyon, i deserti, gli insediamenti urbani incastonati tra miglia e miglia di nulla sabbioso e cancri architettonici di megalopoli in metastasi perenne, per una vicenda come quella di Charles Manson ?
Certe volte, pur detestando con tutto il cuore Los Angeles, capitava che ce ne andassimo a meditare proprio tra Canoga Park e Sherman Oaks o, se qualcuno sentiva esigenze di industrializzazione pornografica, a North Hollywood, con tutti quei capannoni da triste fattoria che si snodano tra i binari della ferrovia commerciale e i volti ispanici del cazzo radunati sui marciapiedi in attesa di qualcuno che si interessasse a fornire loro un lavoro giornaliero.
Arrivati dopo un estenuante viaggio in macchina, la cui parte peggiore, per quanto possa suonare paradossale, era proprio il tratto finale di immissione sulla orrenda auostrada-megastrada-Raccordo di LA, ci sfinivamo definitivamente a cercare i luoghi, i topoi del pellegrinaggio. Ognuno con le sue specifiche motivazioni, i suoi pensieri, le sue voglie e la sua chiara consapevolezza di essere piu’ serio di tutti gli altri messi assieme.
Dopo aver attraversato il deserto, o almeno meta’ degli scombiccherati insiemi di pueblos argillosi e baracche da pianura alcalina, con l’unico totalizzante color ocra a perdersi fin lungo la tremolante linea d’ombra, caldo terrificante e radio a far compagnia, avevi gia’ capito che razza di atmosfera avessero potuto respirare allo Spahn Ranch decenni prima.
Il peso di una presenza escatologica in California e’ un destino a cui non ci si puo’ sottrarre; la Fine la trovi dappertutto, nelle silenziose lande desolate cantate dal Kerouac di DESOLATION ANGELS, nelle aree abitative incistate le une sopra e dentro le altre, in quel senso spartano di attesa che separa l’oggi dal giorno in cui la Falda di Sant’Andrea decidera’ di andarsene a fare un viaggio per mare portandosi dietro milioni di cadaveri, nell’idea, metastorica e malinconica, che i Pionieri, i Cowboys, i Pellegrini che duecento anni prima avevano attraversato tutti gli States alla ricerca di una nuova terra Promessa non avessero trovato altro che il punto finale del mondo occidentale, rappresentato degnamente dalle acque dell’oceano, proprio quell’ oceano che ancora oggi si stende cupo e carico di presagi davanti la costa.
I segni, manifesti ed impliciti, se uno sa coglierli, se ha la mente non ancora atrofizzata, li coglie. D’altronde come scrisse il buon Crowley “ Il problema della vita non era in che modo “satanizzare“, come l’avrebbe definito Huysmans; era, semplicemente fuggire gli oppressori e godersi il mondo senza interferenza alcuna da parte di una qualunque sorta di vita spirituale. I miei momenti più felici sono stati quelli in cui ero sulle montagne; ma non vi è prova che tale piacere sia in qualche modo derivato da misticismo. La bellezza delle forme e dei colori, la gioia fisica del moto e lo stimolo mentale di riuscire a trovare la strada su per difficili sentieri campestri sono stati gli unici e soli elementi di quello stato di rapimento “ ( CONFESSIONI).
E l’idea in fondo era proprio quella. Esplorazioni mansoniane, con ognuno alla ricerca della sua propria pietra filosofale, approfittando della grandiosa solitudine di quei tramonti. Perfino le ville di Bel Hair e la cancellata di QUELLA villa in particolare diventavano un luogo carico di polarita’ e di tensione, il raggiungimento del nostro Fine, la nostra privata e secreta Mecca in cui rinascere; c’e’ solo una legge, il Piacere. Ed il Piacere e’ Potere.
Nessuno dovrebbe apprezzare Manson solamente per lo scempio di Sharon Tate. La grandezza e l’importanza di Manson vanno ben oltre quel fatto di sangue.
Il vero motivo per cui deve essere apprezzato lo ha capito benissimo James Mason nel suo libro SIEGE; Manson e’ il Fuhrer di un Terzo Reich psichedelico e luciferiano che vive nel profondo di ciascuno di noi. Manson ha raggiunto il massimo del Potere, ha ottenuto la sua propria gratificazione attraverso il dominio, il controllo, la predicazione, il sesso, l’arte. E dovrebbe essere un esempio per chiunque aneli ad una vita veramente libera e indipendente.
Come Hitler, la cui figura assoluta si staglia su un orizzonte di lingue di fuoco e rune argentee, noi ricorderemo Manson, e lo ricorderemo con timore, paura e reverenza. Diceva Machiavelli che se si deve scegliere tra l’essere amati e l’essere temuti, e’ sempre preferibile essere temuti. Almeno si ha la certezza di passare alla Storia, di lasciare una qualche testimonianza del nostro passaggio sulla faccia della terra.
Come Hitler, Manson si e’ messo sotto i piedi la morale conformista borghese, ha radunato pedine per il suo gioco ed ha dato vita ad una partita a scacchi di inaudita potenza. Perche’ si e’ liberi e vivi solo nel raggiungimento della Potenza.
L’essere liberi lo si intuisce e percepisce lentamente, nel maturare della solitudine. “E abbiate uomini intorno a voi che siano come un giardino, - o come musica sulle acque, quando è sera, e già il giorno diventa ricordo; scegliete la buona solitudine, la libera, coraggiosa, lieve solitudine che vi dà anche un diritto di restare ancora, in un certo senso, buoni“, ha scritto Nietzsche (ALDILA’ DEL BENE E DEL MALE).
Il ritiro nel deserto e nello Spahn Ranch e’ stato il suo personale Bunker di Berlino , mentre attorno tutto crolla e non rimane che il ricordo dei fuochi di Norimberga, lo strazio di un mondo perduto e gli ultimi sussulti pre-agonici; ed e’ proprio in quei frangenti che emerge la Volonta’ dell’Uomo, incarnato nella sua ricerca di potere, pochi attimi prima di salire gli scalini del patibolo.
“ Non appagamento, ma più potenza; non pace in assoluto, ma guerra ; non virtù, ma eroismo “, Nietzsche (L’ANTICRISTO). L’accettazione passiva del ruolo che la societa’ sembra averci ritagliato attorno, la calma supina, l’ignavia sono veramente dei peccati tremendi.
Manson e’ assurto a Simbolo. E non e’ cosa di poco conto se si pensa che uno degli aspetti piu’ inquietanti della Nuova Era e’ la necrosi dei simboli, necrosi propiziata dallo svuotamento di energie che il Cristianesimo e i dogmi del politicamente corretto hanno operato; l’intero patrimonio archetipico spirituale e magico-iniziatico rischiava di andare disperso sotto gli attacchi concentrici delle consorterie democratiche e cristiane, preoccupate del mantenimento/reiterazione dello Status Quo. Se non fosse stato per eroici, forti, determinati Individui che hanno preservato la cultura di resistenza ( nel senso schmittiano di “forza frenante” ) e l’ hanno tramandata, arricchendola di spunti e riflessioni loro personali, noi oggi non faremmo altro che benedire la bellezza del mondo in cui viviamo, ritenendolo davvero il migliore possibile.
Se noi stiamo ancora in piedi, lo dobbiamo ad Uomini come Charles Manson. Al suo calvario di Crocifisso in aula di tribunale e reso oggetto di attenzione mass mediatica, al suo marcire in schifose celle. In un certo senso il suo quotidiano sacrificio e’ la nostra salvezza. Fino a che Manson vivra’, almeno a livello simbolico, ci sara’ una prospettiva concreta per una alternativa esistenziale.
La produzione di simboli è un infatti un lungo procedimento ininterrotto che scorre parallelo alla civiltà umana e che con essa si interseca, a volte influenzandola a volte venendone influenzata.
Ma perché un simbolo possa dirsi effettivamente efficace esso necessita di un potere, di una energia intrinsecamente connaturata che lo svolga e lo dispieghi nella sua molteplicità di sensi e funzioni. E questo Potere è la Volontà dell’Uomo.
Si potrebbe dire che l’intera architettura delle pratiche magiche è una costruzione labirintica in cui si immettono elementi di pura volizione, di libidine, di pulsioni, di passioni che ora si fanno incandescenti ed ora invece tendono a raffreddarsi, generando la morte del simbolo stesso.
Un simbolo è un frammento della Volontà umana. Unendo più simboli tra loro abbiamo una catena simbolica, che diventa una chiave di appropriazione della Natura , di Dominio, di Elevazione, a patto che si sappia padroneggiarne l’intero significato, perche’ come avvertiva severamente Goethe “Con Dio non puo’ misurarsi un uomo qualunque” (I CONFINI DELL’UMANITA’).
Il mio pellegrinaggio nei luoghi percorsi da Manson e’ stato un tentativo.
So perfettamente che centinaia di imbecilli sono attratti dal delirio di sangue, dai particolari splatter e true crime, dal quoziente di violenza quasi pornografica che trasudava dai dettagli ( poi in molti casi rivelatisi falsi) dello scempio di Sharon Tate e dei suoi ospiti, ma per me c’era un senso differente e pieno.
Io credo che Manson abbia agito nel suo pieno diritto di Uomo libero. Autodeterminazione e autonomia postulano la responsabilizzazione del singolo, la sua piena crescita, il suo trionfo nell’ordine naturale. Ritenere invece che si sia tutti legati, incatenati ad un grottesco patto sociale di fratellanza cosmica, solidarieta’ e rispetto reciproco e’ un abominio ben peggiore della morte di Sharon Tate. Rispetto e compassione sono davvero dei valori ?
E a cosa porterebbero questi sedicenti valori se non a chinare perennemente la testa e ad ingoiare il fango che ci si spaccia per verita’ ?
La vita va conquistata dopo una estenuante prassi di purificazione interiore, non è un dato acquisito e pacifico; solo i codardi e i preti credono che la vita ci sia data, quasi fosse un omaggio di un dio buono e generoso che ci guarda ed assiste dall’alto dei cieli . E non si rendono conto, o fa loro comodo non rendersi conto, che la vita noi ce la prendiamo, ce la conquistiamo in tragici e sanguinosi combattimenti all’arma bianca contro i demoni della nostra psiche, contro la mediocrità, contro il consumismo e la mentalità borghese, contro ogni difficoltà che ci si para davanti.
La Natura non e’ amica ne’ nemica in tutto questo.
“La Natura è realmente posseduta da uno Spirito, ma questo spirito è lo spirito dell’uomo, la sua fantasia, il suo animo che, introducendosi volontariamente nella Natura, fa di essa un simbolo e uno specchio del suo essere”, Feuerbach ( L’ESSENZA DELLA RELIGIONE).
La vita e’ una guerra. Che volge, necessariamente, ad una sconfitta a causa delle soverchianti forze nemiche. Sai gia’ che il giorno in cui sarai piegato, dannato e deriso arrivera’, ma devi tenere duro per renderlo sempre un po’ piu’ lontano. Ogni giorno contendere un metro di terreno al conformismo.Immagina la steppa russa, le isbe, la neve, i primi steli di erba e gli arbusti che spuntano dalla coltre di ghiaccio, la solitudine di chi deve marciare per miglia e miglia sapendo di poter essere attaccato in ogni istante, avanzare nel freddo, col fiato che si condensa in nuvole di vapore, l’ostilità degli abitanti rinchiusi nelle loro case, i loro villaggi e le foreste che piano piano diventano covi di partigiani, tutto attorno cadaveri congelati, resti di Tiger e T34, città in fiamme, il sapore dolciastro del sangue che cola dalle ferite aperte e la desolazione della sconfitta che , per la prima volta , vedi materializzarsi, nel cuore di una ritirata disordinata, scomposta, fatta di agguati, offensive abortite sul nascere, divise un tempo orgoglio del Reich e adesso lacere e rattoppate, senza più neanche i gradi e le croci di ferro conquistate dopo assalti all’arma bianca contro i Cosacchi sul Don, l’eco di Stalingrado che rimbomba nelle orecchie e che fa più male di tutte le katjushe messe assieme.
Immagina che una voce, lontana ed irreale, ti dica di fermarti, di arrenderti, di lasciare che le tue ginocchia stremate cedano, ti implori di smetterla con quella follia e che ti dica quanto sia orribile uccidere. Se darai ascolto a quella voce, non otterrai che la sconfitta immediata. E niente altro.
Non credere alle loro menzogne.
C’e’ sempre un buon motivo per ammazzare.
E farlo per legittima difesa, perche’ si e’ in guerra e’ un qualcosa di prettamente naturale.
Hitler ed i suoi Soldati erano in guerra contro il Mondo Moderno nella stessa misura in cui Manson e Noi siamo in guerra contro il Mondo Post-moderno.
Immagina che un Comandante, un tuo superiore gerarchico ti riceva dentro un castello in Polonia o dentro una Villa di Bel Hair. Un tempo siete stati amici, ma adesso le esigenze della guerra, per quanto non facciano venire meno cordialità e cameratismo, impongono scelte dolorose, dure, difficili. Questo Comandante ha un compito ingrato, ordini cui non si può obbedire a cuor leggero, eppure tu sai, e lo sai perché sei un soldato e sei sempre stato un soldato, ancor prima di indossare l’uniforme grigia con le rune del Tuono sopra, che non obietterai nulla. Non scuoterai la testa, qualunque cosa ti dica. Ed è per questo che , mentre i tuoi uomini si trascinano stanchi e assiderati per la steppa, tu ascolti con apparente noncuranza l’ordine di FARE IL VUOTO.
Questo e’ stato l’ordine che hanno ricevuto Tex Watson e Sadie e tutti gli altri che in quella notte di Agosto decisero che Sharon Tate avrebbe dovuto salutare il mondo.Questo e’ stato l’ordine ricevuto dagli Einsatzkommando Dirlewanger e Reinefarth.
Un Ordine a cui si deve adempiere non perche’ costretti, ma perche’ e’ l’unica cosa che si possa e si debba fare.
Immagina che tu , una volta tornato al fronte, scopra che la ritirata è sempre più confusa, le azioni dei partigiani sempre più nocive e temerarie, il morale dei tuoi soldati a terra. Ma a te non importa. Hai capito che hai avuto la fortuna di dover eseguire l’unico ordine che veramente ti interessava ti fosse impartito, e se l’accozzaglia cenciosa di soldati e sottoufficiali non dimostra un particolare trasporto per ciò che tu dici loro, ebbene questa è solo la dimostrazione che tu hai ragione. Se costretto spari ai tuoi stessi uomini. Li costringi a rinchiudere gli abitanti dei villaggi nelle loro case di legno, fai sbarrare infissi e porte e poi la soldataglia appicca il fuoco. Tu te ne stai là, a scattare foto o a bere acquavite o a passeggiare per i sentieri innevati, ammirando il crepitio del fuoco, le volute nere di fumo che si innalzano verso il cielo, guardi i tuoi uomini, alcuni esaltati e feroci, altri palesemente scossi, le urla delle vittime e le implorazioni si susseguono senza soluzione di continuità. Ogni volta che un gruppuscolo partigiano uccide un commilitone, hai la giustificazione per deportare tutti i cittadini, uomini, donne, anziani, bambini e farli camminare sui campi minati. E ai superstiti fai sguinzagliare i cani contro o sparare addosso con le Mauser. Tu cerchi giustificazioni. Non ti interessa la condotta di guerra o la promozione che ricevi per aver stroncato l’attività resistenziale, non ti importa nulla del buon andamento della guerra, della ritirata, della vita o della morte dei tuoi soldati . Tu vuoi soltanto che quel vuoto, quel vuoto che hai dentro di te, possa prendere il sopravvento.
E allo stesso modo, nell’asprezza macellaia della Notte di Bel Hair, si e’ palesata la nascita di una Nuova Epoca. La torcia che si credeva spenta ha ripreso a brillare.
Che non si estingua ancora.