mercoledì 27 febbraio 2008

Il Baratro


( immagine fotografica realizzata da Hannabi ; http://www.flickr.com/photos/hannabi )
La notizia è questa (la riporto da TGcom, 24 Febbraio 2008) :
La procura di Ancona ha ordinato il sequestro in tutta Italia del libro "Il piccolo Tommy", scritto dall'avvocato Stefano Catellani, dedicato alla vicenda del bambino di 17 mesi rapito ed ucciso nell'aprile 2006. Per la procura il libro, scritto dal legale degli zii di Tommy, violerebbe il codice di procedura penale che vieta la pubblicazione degli atti di un'inchiesta prima della conclusione del processo di secondo grado.
Si racconta la storia del rapimento attraverso l'uso di intercettazioni, verbali ed atti che sarebbero ancora coperti dal segreto istruttorio. La pubblicazione del libro era già stata criticata, al momento dell'uscita nel 2007, da Laura Ferraboschi, avvocato di Mario Alessi, indagato insieme a Salvatore Raimondi e Antonella Conserva per il fatto. Il legale aveva presentato un esposto alla procura di Parma che aveva poi girato gli atti ad Ancona.
Anni fa ho avuto modo di conoscere un avvocato specializzatosi in crimini sessuali; una persona decisamente nella "norma", abbastanza brillante, con studio super-accessoriato, arrivato alla professione relativamente tardi, tutto sommato non un arrivista e nonostante la delicatezza delle materie che affrontava una persona con cui poter parlare tranquillamente. Questo avvocato scrisse una serie di fascicoli ad uso interno dell'Ordine Forense, per fornire una casistica e svolgere una disamina degli aspetti sostanziali, procedurali, psicologici e sociologici dei vari fenomeni criminali legati alla sfera sessuale; uno dei casi, lo ricordo assai bene, riguardava un tossicodipendente che aveva violentato la madre, una storia decisamente brutale e che ricordo con una certa precisione perchè per puro caso un giorno mi capitò di parlare con il violentatore, venuto lì a studio a portare altri incartamenti e a sincerarsi dello stato delle cose processuali (si trattava in questo secondo caso di reati legati alla droga, avendola scontata almeno in parte la condanna per lo stupro).
Il tizio in questione era decisamente folkloristico, tossico da piena iconografia alla Amore Tossico o alla Imperatore di Roma, ammasso rottamato di sinapsi e neuroni arsi dalle sostanze spicotrope, andatura dinoccolata, parlata romanesca estremamente greve; l'esatto contrario di ciò che mi avrebbe potuto affascinare. Eppure leggendo quel fascicolo in cui i suoi crimini erano stati descritti con minuzia e con una certa perizia letteraria, lontana cioè dal solito frasario amorfo della burocrazia legale, non avevo potuto reprimere un moto di genuino interesse; intendiamoci, non era il nuovo Peter Kurten, ma se non altro la sua vicenda esulava dall'ordinario processuale.
Visto che lo aveva reso molto più interessante di quanto non fosse, ricorrendo alle belle lettere, consigliai all'avvocato di scrivere anche qualcosa di fiction, di usare materiali reali debitamente mimetizzati per motivi letterari; mi confessò candidamente di averci pensato, ma poi mi disse qualcosa del genere "non vorrei farli diventare più umani e accattivanti di quanto non siano".
In effetti, a prescindere da come uno la possa pensare dal punto di vista morale, la latente umanizzazione di autentici rifiuti è un rischio grave; anche per chi non si pone scrupoli di ordine etico, capita spesso di innalzare sugli altari dei falliti sputacchianti che possono presentare un qualche interesse per ciò che hanno fatto ma non certo per quello che sono.
Eppure ultimamente sembra che l'avvocato sia rimasto in decisa minoranza; sempre maggiore infatti il numero di operatori legali, avvocati e persino magistrati, che si dedicano alla scrittura. In alcuni casi si tratta di opere totalmente finzionali, ma in altri casi viene creata una commistione totalizzante tra dato processuale autentico e narrativa. Il libro di De Cataldo sulla banda della Magliana è ampiamente finzionale, ma si basa su fatti realmente accaduti. I libri di Giuttari sul Mostro di Firenze uniscono indagini vere e frammenti metanarrativi.
Ma ora si avanza l'istant-book di natura schiettamente true crime; atti processuali pubblicati e commentati e messi assieme, raccordati, dalla personalità di spicco del momento. Il libro sulla vicenda del piccolo Tommy è stato sequestrato perchè viola un precetto che prima che legale è logico; pubblicare degli atti processuali fornendoli di un commento, prima che la vicenda sia coperta da cosa giudicata, rappresenta una indebita intromissione nella sfera di valutazione e di giudizio dei giudici. Ma in realtà a me piacerebbe sapere perchè quel libro ha visto la luce...
Il nome del piccolo Tommy è diventato santificata icona da esibire su tanti siti e blog genericamente devoluti alla lotta contro l'abuso sui minori; scopo legittimo, anche se la strumentalizzazione emotiva della atroce vicenda è palese. Qualcuno, ancor più probabilmente, ha iniziato a farsi i conti di fine mese e a servirsi del ricordo illanguidito dalle lacrime per vendere brutali emozioni spingendo sull'acceleratore del disgusto e dell'orrore.
Alessi, mi sembra evidente, è al massimo un "mestierante" del terrore, un mostro di infimo ordine, privo di qualunque carisma, da "vendere" ad una platea di casalinghe anestetizzate da Porta a Porta e Matrix e sommerse dal fiume di fango di Perugia, Garlasco, Cogne, Erba, delitti e processi consumati in tempo reale attraverso i mezzi mass-mediatici; la parola d'ordine è interazione, il probo cittadino vuole avere l'illusione di poter far pesare la sua opinione, di decostruire mirabilmente nemmeno fosse laureato a Quantico i sottesi strutturali dei vari delitti. Il baratro in cui si è precipitati, ad adeguate condizioni, può essere interessante; questa ondata di morbosità è pura pornografia, la gente compra, vende e commenta emozioni, ipotesi, possibilità. Il fatto scompare. Il bambino diventa un ologramma sfuggente e lontano, da esibire solo per rinverdire il down della droga catodica. Ed ecco allora la nuova frontiera dei libri in tempo reale, porzione estroflessa di una realtà altra, segmento impazzito vomitato fuori dallo schermo televisivo e caduto come un asteroide di merda nel salotto di migliaia di abitazioni.

martedì 26 febbraio 2008

Nana's Devotion; Saturno Buttò



SATURNO BUTTO'

Figurati, tableaux vivants, neogotiche pale d'altare per i misteri di una oscura religione. La critica si è sbizzarrita per trovare definizioni che diano un'idea della pittura di Saturno Buttò veneziano, nato a Portogruaro nel 1957.
Si iscrive nel 1971 al liceo artistico di Venezia e successivamente all'Accademia di Belle Arti, diplomandosi al corso di pittura nel 1980. Se si eccettua il decennio legato agli studi, Saturno non lascia mai Bibione, cittadina veneta sul mare, dove vive e lavora.
L'artista sostiene sempre con convinzione l'importanza avuta dall'esperienza veneziana per la sua formazione; il liceo lo inizia al disegno classico ed evidenzia quella che è sempre stata una sua vocazione: la figura. E' un periodo questo di continuo lavoro a matita su carta, in cui non esistono variazioni al rigore monocromatico dei disegni, eccetto una timida comparsa (nell'ultimo anno di liceo) di velature ad acquerello, preludio forse al clima più vivace dell'accademia a cui Saturno approda dopo la maturità artistica nel 1976.
Paradossalmente è proprio l'atmosfera di totale libertà d'espressione che lo convince ad abbandonare, anche se temporaneamente, matite e pennelli a favore di "nuove tecniche" come film, fotografia e varie esperienze legate alle correnti artistiche più in voga in quegli anni quali Body Art e Conceptual Art...
Non cambia però l'interesse per l'elemento umano, che se al liceo viene vissuto in chiave prevalentemente oggettivo anatomico, con l'accademia la ricerca si sposta sul soggetto, sul carattere e le sue implicazioni psicologiche. La "fusione " delle due esperienze determina a partire 1980 (anno dei ritorno a tecniche artistiche più tradizionali) la linea che caratterizzerà anche in seguito tutta l'arte di Saturno: una pittura di forte impatto realistico, basata sul disegno e improntata al tema dei ritratto.
Il successivo decennio si connota per una costante ricerca di perfezionamento della tecnica ad olio che viene interpretata con gusto dei tutto personale che lo condurrà allo stile unico delle tavole degli anni novanta.
Nel 1993 espone per la prima volta in pubblico e pubblica il catalogo monografico "Ritratti da Saturno 1989-1992".
NANA

Che cosa prova in questo momento ?






Che cosa prova in questo momento, signora ?
Adesso che i suoi teneri figlioli sono stati rinvenuti mummificati nel fondo di un pozzo e lei sa perfettamente che hanno subìto una agonia lunga e dolorosa, rimasti lì nella tenebra soli e disperati e rosi dal dubbio di essere stati abbandonati, ancora vivi, feriti, traditi dall'amore deviato del loro stesso genitore, li può immaginare se vuole mentre arrancano sui gomiti e con le ginocchia lacere, una scia rossa di sangue dietro di loro, stridulo vociare e misericordiose richieste di aiuto che muoiono venti metri sopra, nella campagna immersa nella scenografia della notte.
Ci dica, signora.
Che genere di pensieri le affollano la mente?
Che razza di idea si è fatta del trapasso dei due fratellini?
Odia suo marito?
Ci dica, signora; ci comunichi ogni segreto recesso del suo animo, il suo animo incupito dalla fine delle illusioni e dei sogni che aveva faticosamente eretto come sovrastruttura protettiva, per non impazzire, per non suicidarsi, per non sdilinquirsi nella consunzione mentale.
Crede che siano stati gettati dentro già cadaveri o che al contrario siano stati lì fatti morire di fame, sete e per la paura, per il freddo, sovrastati dal gracidare di rane, dal frinire dei grilli, dal sibilare del vento tra le assi marcite del podere ? Fame e sete e dolore e angoscia e mille lacrime, lacrime che sono anche le sue adesso; lacrime empaticamente protese alla definizione di una comunione di intenti e di sentimenti.
Riuscirà ancora a vivere?
A guardare dritta negli occhi una mamma felice di coccolare i suoi figli?
Come cambierà la sua esistenza?
Mutilata nella richiesta di un perchè universale, sofferenza, strazio e pianti tremolanti di notte, e all'ora di cena, l'affetto perde senso, nessuno la capirà mai signora, ma nonostante tutto ci dica, ci dica cosa sente crescere nel suo cuore.
Il pubblico vuole sapere.

giovedì 21 febbraio 2008

Una insostenibile aura di mortalità neon





La morfologia dei sensi non appaga la voglia di sesso. Ti dici; una volta ancora e poi basta, sarà sufficiente questo ennesimo tentativo di calarsi nell'atmosfera fumosa della strada e poi si potrà dare inizio ad una vita più o meno rispettabile, qualunque cosa significhi rispettabilità. Vuoi un matrimonio in abito bianco, una promessa eterna d'amore, un lavoro con cartellino da timbrare tutte le mattine, dei figli cinguettanti e scorrazzanti per casa ? Cosa ti brucia dentro il petto, e non parlo dell'infarto che ti strapperà all'affetto dei tuoi cari facendo di te meraviglioso padre da lapide tombale, io parlo di bisogno fisiologico alchemicamente trasmutato alla luce, tra i bagliori, del neon rosso. I corpi, come anatomia di un desiderio divenuto deserto e irradiante sezioni geometricamente carnografiche dell'odio, odio come sentimento assoluto, metasessuale, cosciente e lucidamente preordinato alla conquista di ogni singolo metro di terreno, corpi ed odio si uniscono, danzano, brillano nel lucore delle aree depopolate dove chi odia vive e chi non odia perde il suo tempo; cemento, vetro, ferro, il serpente ritorto e contorto tra spire metalliche e post-graffitate, aule industriali da rave, volto spettrale dell'immigrazione sdilinquita nei noduli plastici della prostituzione da strada, non night club, non gang bang rispettabili da villa circonfusa nel verde da piano regolatore decentrato, ma soluzione alla Dachau, in cui il corpo è venduto contestualizzato esibito, assurge a paradigma di un sesso frignante e mercificato, in cui si prende ciò che si vuole solo se si è culturalmente preparati alla battaglia. Le tue risposte sono esaurite davanti l'ultimo boccale di birra, come fosse un algido ricordo da faccia riflessa tra la spuma ed il vociare dei clienti, mi domando da cosa origini questa sicurezza, dove esiste la certezza dell'amore e della compagnia, se mai esiste; perchè di illusioni ne abbiamo viste tante, viste e sentite, come una puntata del nuovo corso di Chi l'Ha Visto. Piace frignare al mondo moderno, come una società di mutuo soccorso che trasla l'amore sui conti correnti bancari e sulle firme d'apertura di credito la nuova famiglia, il nuovo vincolo di sentimenti decisivi, si fa sangue, poca carne, nessuna trasgressione; io rifletto spesso sulla disintegrazione, su quelle vite che naufragano e vanno alla deriva e nel rombo di un aereo o nello sferragliare di un treno si consumano nella notte, direttrici della fine del desiderio, morte delle illusioni, il peso insostenibile della realtà che confligge con l'esistenza, e con le sue urgenze. Le vite scompaiono anche prima della morte, è un dono l'invisibilità, una strada senza ritorno di lunga e dolorosa dignità; le immagini sono fotogrammi sgranati di corpi in vetrina, tra tette, neon, tacchi a spillo e droga, cielo stellato che si ritaglia uno spazio vitale tra i tetti bassi della capitale olandese, traffico a passeggio e puntolini di carne, Casa di Anna Frank, monumenti, case protestanti e puttane, sesso, erotismo, fiche, feticismo e sadismo, nel frullatore si consuma il cortocircuito dei sensi. Chi scompare, chi si allontana, anche se non sa cosa sta facendo, compie una scelta, un ultimo viaggio, e mette malinconia vederne i resti plastificati esibiti da genitori che provano dolore quando ormai è troppo tardi, i pianti, le recriminazioni, i consuntivi esistenziali che virano al rosso, e sentire di sogni e baci e carezze e tante facezie illuminate dalla telecamera, il viaggio della speranza, le domande alle ragazze in vetrina, la droga, il perchè della droga, come si finisce nel tunnel della droga. Mi piacciono i parallelismi metaforici dal sapore topografico, scorie architettoniche prestate alla sociologia facile facile; tunnel della droga, come un anfratto scuro che si stende carsico e malevolo nel ventre molle della città. E mi piace la parola "urgenza"; segnala una velocità, una accelerazione in termini di bisogno, una drammatica assuefazione. Ecco; non capisco perchè non hai fatto la sua stessa scelta, perchè non sei scomparso nella notte, invece di adagiarti su queste dimensioni che oggettivamente non ti rendono giustizia. Adesso ti stai solo giustificando. E non è bene.

mercoledì 20 febbraio 2008

Il Business dell'Orrore





Il quotidiano Il Messaggero (di oggi 20 Febbraio 2008) riporta la seguente notizia :


PALERMO (20 febbraio) - Per oltre sei mesi una bambina di 12 anni avrebbe subito in silenzio le violenze sessuali del padrino di battesimo: alla fine, però, ha raccontato tutto, facendo scattare l'arresto dell'uomo e dei genitori che avrebbero acconsentito alle violenze sessuali. L'ennesima vicenda di pedofilia è accaduta a Palermo. I carabinieri del Comando provinciale di Palermo hanno arrestato i genitori naturali e il padrino di battesimo della piccola. Le indagini hanno portato alla luce situazioni drammatiche di degrado familiare e ambientali e il timore di eventuali ritorsioni nei confronti della minore. Le violenze accertate dagli investigatori si sono protratte per circa sei mesi fino a quando la bimba, pur tra mille ritrosie, ha raccontato lo schock subìto.


Di pochissimi giorni fa invece la vicenda che ha visto un pedofilo siciliano recidivo violentare una bambina di 4 anni, che le era stata affidata dalla quantomeno incauta madre della bambina stessa, vicenda che come prevedibile ha sollevato un putiferio coinvolgendo ogni possibile livello logico ed argomentativo (i cavilli burocratici e legali che permettono ad un tizio che ha già violentato tre ragazzine di essere a piede libero per decorrenza dei termini e per aver impugnato la sentenza di primo grado, visto che come noto nelle more del gravame si è liberi; una certa liberalità della magistratura di sorveglianza che nel caso specifico ora sta gettando la croce della responsabilità sul ritardo di un rapporto dei sempre presenti RIS; la mancata informazione che avrebbe potuto rendere più accorta la madre).
La madre della bambina, mentre i politici si accapigliavano per promettere sanzioni draconiane contro la pedofilia (come se già non ci fossero...) e nel solito turbinante coro di strazio e dolore retroattivo, ha ammesso a vari telegiornali di sapere quali accuse gravavano sull'uomo, che tra l'altro si è pure rivelato essere un suo mezzo parente. L'uomo comune si domanda spesso, dopo aver compreso tremante e sudato che alla madre non rimane l'alibi dell'ignoranza, come sia possibile che un genitore affidi ad un pedofilo conclamato la propria figlioletta; eppure bisognerebbe dire che quello di Agrigento non è stato un unicum.
Nonostante Veltroni vada chiedendo da tempo l'istituzione di un registro nazionale dei Criminali Sessuali, in cui siano schedati stupratori, molestatori, pedofili, con tanto di dati sensibili, anagrafici, luogo di residenza, il problema dell'informazione è un problema decisamente relativo; quello del Registro sarebbe un provvedimento demagogico, e grave. Su quali siano i nefasti effetti raggiunti da leggi di gogna pubblica nel mondo angloamericano, mi sono diffusamente interrogato in un post dell'anno scorso ma sinceramente non credo farete fatica ad immaginarli. Ma aldilà di questo, va detto e va detto con forza che la sensibilizzazione delle famiglie è un conto, altro a dirsi invece questo provvedimento da lettera scarlatta capace solo di ingenerare clima di sospetto, paranoia, con conseguenze anche sulla psiche dei minori.
Molte associazioni di lotta alla pedofilia di questa lotta hanno fatto innegabile business; tra richieste di sostegno finanziario, fondi, libri pubblicati, convegni a pagamento, consulenze in aula di tribunale, la mole di denaro che muovono è abbastanza impressionante. L'aspetto più paradossale però è che per vivere e proliferare devono continuamente dare l'idea che i bambini siano circondati da Mostri in agguato, da cacciatori (o predatori, come amano dire loro...) che seguono l'immagine stereotipata classica di Orchi in impermeabili che attendono le sfortunate vittime all'uscita di scuola o che addirittura si insinuano nelle scuole stesse.
Vi ricordate la traumatica vicenda di Rignano Flaminio?


Sempre il Messaggero, questa volta del 19 febbraio ci informa che :


ROMA (19 febbraio) - La testimonianza della sesta bambina, ascoltata in sede d'incidente probatorio, identificata come una delle 19 presunte vittime di abusi della scuola materna Olga Rovere di Rignano Flaminio, ha segnato un duro colpo per gli inquirenti. La bambina di cinque anni, ha infatti parlato di «maestre cattive che dicevano cose brutte ai bambini», ma ha aggiunto anche che queste cose gliele ha dette la mamma, che a sua volta l'aveva saputo dalla madre di un altro bambino. La bambina inoltre ha ammesso di non ha mai partecipato a nessuna di quella famose gite, che prevedevano il trasporto dei bambini a casa di una delle maestre e i relativi abusi di cui queste sono accusate insieme all'autore televisivo Gianfranco Scancarello, una bidella e il benzinaio cingalese Khelum Weramuni Da Silva. Delle gite ne aveva però sentito parlare dai suoi compagni di scuola.L'avvocato del cingalese, Domenico Naccari ha così commentato la testimonianza della bambina interrogata stamattina dalla neuropsichiatra infantile Angela Gigante, l'esperta che funge da tramite con il gip di Tivoli, Elvira Tamburelli: «La testimonianza della bambina conferma l'inconsistenza del quadro accusatorio, ossia quello che sosteniamo noi da tempo». Piero Cardamone, uno dei legali di parte civile ha invece interpretato diversamente la testimonianza della piccola, facendola apparire come «un'ulteriore conferma della genuità e della spontaneità dei racconti fatti dai bambini a proposito di quanto accaduto E' la riprova che non ci sono mai stati tentativi di indurre i piccoli a dire il falso». La piccola ha riferito che a scuola si trovava bene e che giocava con gli altri bambini e con le maestre nel cortile. Per lei dunque le maestre erano buone e si sono trasformate in cattive in seguito alle parole della mamma. Nonostante questo l'avvocato che assiste la bambina, Mirko Mariani, sostiene che non vi sia alcuna svolta nella vicenda: «La bimba ha detto di aver appreso tutto dalla madre per un meccanismo di difesa, voleva evitare altre domande, altri approfondimenti. Insomma escludiamo che sia stata sottoposta a meccanismi di induzione. Anche in passato la piccola ha messo in atto questo comportamento di difesa. Inoltre non dimentichiamo che la bimba è risultata positiva alle benzodiazepine dopo l'analisi tossicologica effettuata su un capello». Dopo di lei un'altro bambina di cinque anni è stata ascoltata nella stanza del tribunale di Tivoli appositamente allestita per i bambini della scuola. La bimba ha parlato di tre maestre, Patrizia, Silvana e Luciana, ha accennato a «medicine e punture» e ha parlato di giochi fatti in un'altra scuola definita «bella», ma essendo la bambina più piccola fra quelle interrogate, l'esito dell'esame risulta piuttosto complesso.


Mesi e mesi fa paragonai la Scuola di Rignano alla tragica vicenda di paranoia statunitense che va sotto il nome di McMartin; troppe discrepanze, troppi elementi stereotipici che sembrano uscire da qualche libraccio sensazionalistico a base di abusi satanici e leggende metropolitane, troppo pochi riscontri oggettivi, e troppa solerzia investigativa nel dare addosso agli indagati fatti passare da subito come colpevoli.
In questo nostro paese, le associazioni antipedofilia (non tutte ci mancherebbe) si distinguono per le loro tattiche shock, per i toni sparati e crudi, per l'uso disinvolto di immagini brutali che dovrebbero far comprendere ai genitori l'abisso di orrore della pedofilia ma che solo contribuiscono ad accrescere il clima di insicurezza e di sospetto. Richieste di gogna, di pena di morte, occhiate in cagnesco per il maestro, l'insegnante di ginnastica (tutte professioni da pedofili...), l'odio che erompe dal cuore, scenari d'inferno, si spinge sulle emozioni e ben poco su dati scientifici, psichiatrici e statistici. Ma allora cosa vendono alcune di queste associazioni ? Quale servizio offrono ?
La paura. Ecco cosa.
Dire che gran parte degli abusi sono consumati e perpetrati in contesto familiare, da conoscenti o comunque da persone che hanno libero accesso ai bambini proprio perchè in contatto con il contesto familiare, rende poco in termini di emozione e di fobia; ed allora è meglio spezzare il vincolo di fiducia, bypassando il sospetto che magari le famiglie potrebbero non essere tanto amorevoli, e costruire storie di Internazionali Pedofile potentissime e disposte a tutto, delineando vividi quadri di messe nere, espiantii d'organi, snuff movies, e chi più ne ha più ne metta.
Che esistano pedofili più o meno organizzati è un dato di fatto, ma che il numero degli stessi sia quantificabile in migliaia di unità è opinabile soprattutto perchè le statistiche fornite dalle associazioni antipedofilia a sostegno di queste loro tesi non vedono mai l'indicazione univoca e precisa delle fonti. Una metodologia fortemente criticabile.


Il Tgcom del 16 febbraio ci dice :


Per problemi economici due ragazze di 14 e 16 anni, di cui una con un lieve ritardo mentale, erano costrette a prostituirsi. Gli agenti della Squadra mobile di Enna, coordinati dal vice questore Tito Cicero, hanno arrestato i genitori delle adolescenti con l'accusa di abbandono aggravato di minore e un anziano per violenza sessuale aggravata. Le due ragazze si sarebbero concesse ad anziani per 10 euro.
I due coniugi G.C., 49 anni, e di G.L., di 39, raggiunti dall'ordinanza eseguita dalla Squadra Mobile, su ordine del gip del Tribunale di Enna, sono indagati per abbandono di persone minori o incapaci aggravato. Le ragazze non frequentavano le scuole ed erano lasciate libere di girare fino a sera per le vie cittadine senza controllarne in alcun modo i movimenti e le frequentazioni, e senza contribuire alle loro esigenze economiche, al punto da determinare le due minorenni, spiegano gli investigatori, a compiere atti sessuali a pagamento con adulti. Il terzo arrestato è un commerciante di 68 anni, incensurato, accusato di violenza sessuale continuata, consumata e tentata. L'uomo, secondo quanto accertato, pagava 10 euro per ogni rapporto e induceva le sorelle a compiere atti sessuali facendo leva sullo stato di indigenza della famiglia e abusando della loro inferiorità fisica e del loro evidente ritardo psichico. I tre destinatari della misura cautelare sono stati accompagnati presso le proprie abitazioni, a disposizione dell'autorità giudiziaria. Mentre personale dell'Ufficio minori della Divisione anticrimine della questura, ha proceduto al trasferimento delle ragazze presso una struttura di sostegno.

martedì 19 febbraio 2008

Cultura Porno su Radio Bandiera Nera

Bagliori da un Inferno verde - Druunatic











Un’urgenza viscerale scorre solitaria e sinuosa come carne adombrata dal sospetto di una prossima morte, di un evento drammaticamente luttuoso, asettico e formale lo scatto imprigiona il flusso emozionale della stanza; lo vedi quel corpo formoso, il seno generoso ed esibito a pelo d’acqua, i capezzoli eretti, e la bocca sigillata dal nastro isolante, lo sguardo stordito dal trucco e dalla paura, dal deflusso dell’adrenalina e dal ghiaccio che si sedimenta nelle vene. Un corpo imbellettato e prigioniero dello sguardo vitreo della fotocamera, una costruzione scientificamente preordinata, solidificata, cercata e fortemente voluta, le calze a rete strappate, la donna scomodamente adagiata come uno di quei cadaveri di prostitute a spasso per le acque di qualche fiume, vittime di invisibili serial killer devolute alla pianificazione del senso esistenziale di una fotografia che si fa feticismo.
Feticismo, ossessione compulsiva, ricerca di un Graal di sangue, carne e sperma, immagini la fotografa dall’altra parte dell’obiettivo intenta a dirigere, esigere posizioni e sguardi, eccitata dall’idea di vampirizzare nella fotografia un frammento di vita altrui; la feticizzazione è una cristallizzazione organica del piacere, rendere la modella plastica innestata nella nostra anima, come un cannibale postmoderno nell’algido nitore formale del latex fetish.
Sappiamo tutti perfettamente che la scena sadomaso e fetish ormai è divenuta una risibile variante del carnevale, in cui esiste solo una preoccupazione; quella di assecondare il gusto altrui, di cedersi alle voglie voyeuristiche dei propri simili, ben lieti di condividere gusti e idiosincrasie e scelte di vita. Il tutto scade a moda.
Poche nobili eccezioni, pochi isolati casi ci fanno sperare per un domani migliore, un domani in cui l’artista sia libero di appagare le sue manie e le sue depravazioni quotidiane, i suoi capricci estetici e metasessuali, attraverso il fuoco della creazione; la perfezione della tecnica non è davvero importante, perché sono sempre stato genuinamente convinto che se qualcuno ha una storia interessante da raccontare è meglio che non si lambicchi in sperimentazioni e sofismi espressivi, lasciando da parte l’ampollosa avanguardia e le fumisterie concettuali e focalizzi i suoi sforzi sulla linearità del messaggio. E se a ciò aggiungiamo la sentita necessità di vivere in coerenza i propri piaceri, i casi statisticamente accertati diventano ancora meno.
In totale disaccordo con il sottoscritto, i soloni delle tipizzazioni fetish e SM si guarderebbero bene dal ritenere la fotografia di una Olivia Gay o di uno Stephen Shames fotografia fetish. Talmente avvinti dalle loro comode epifanie consumate nei dungeon-bordello, nello scintillare del latex e del pvc, tra schiocchi farlocchi di frustini, cera fusa ed espressioni di una body-art assai spesso fuori di contesto, questi epigoni della trasgressione in cuoio non comprendono che la soddisfazione del piacere è un imperativo di sublimazione del feticismo; l’ossessiva presenza dell’oggetto del desiderio nei nostri pensieri, nelle nostre opere, nei nostri discorsi, diviene feticismo nella sua più pura accezione.
Le prostitute della Gay hanno perso la dignità in qualche anfratto illuminato di rosso, tra corpi emaciati e altri abborracciati e cellulitici e droga e costipazione, strali di sofferenza che si accalcano come parassiti nella vagina dell’inferno, donne negre, donne cubane, donne olandesi, vorticare di vetrine e bagliori e desolazione di potenza carsica ma ben viva. Ogni lucore, ogni stolida presenza, ogni cicca gettata a terra, ed i preservativi, le rapide contrattazioni, gli odori che puoi solo immaginare ma che pure ti eccitano. Se non è feticismo questo…
E allo stesso tempo la povertà morfologica di strade americane, ghetti, slums, cemento grigio come il cielo morente, graffiti di fame e ragazzini malati, drogati, che vendono i loro corpi, ecco l’oggetto delle attenzioni di Shames e della sua carità, compulsione sparata ad alzo zero contro il vizioso sguardo dell’empatico voyeur.
O l’Araki che senza tecnica, senza sosta, senza tregua, col suo cavalletto in mano si insinua nel ventre di Tokyo per cristallizzare il tutto ed il nulla promanante dalla frenesia abitativa della capitale nipponica, polaroid seriali che come le vittime di Albert Fish giacciono adesso spiattellate tra le austere sale del Palazzo Fontana di Trevi, in una esibizione/confronto che ti costringe a guardare nel cuore eccitato di Araki stesso.
Pur con tutte le adeguate cautele del caso, cautele dettate dalla personalità delle urgenze sessuali che differenziano, l’arte della fotografa underground danese Druunatic percorre gli stessi sentieri. Sentieri intessuti di fini arabeschi di carne e sesso e in alcuni casi anche di cliches fetish ricontestualizzati; l’esperienza di Druunatic nel momento creativo è quella di un atto di appropriazione dell’esistenza della modella-partner, ideale vittima che soggiace e si piega alla volontà di chi la riprende, ed eterna, nello scatto.
Una serie fatta di assordante chiaroscuro verdognolo, camera di morte e di dolore intessuto di smeraldo, ombre, sinuose forme femminili, acqua che sciaborda nella vasca, guardi quegli occhi e dentro le iridi leggi il sapore del piacere che Druunatic prova nella costruzione del set.
La fotografia come processo di sessualità sublimata, il contatto e la ricerca delle improvvisate modelle, l’idea su come allestire il set, l’oggetto del desiderio che emerge potente e devastante, la ragazza che si spoglia e che si veste poi di nuovo come crisalide di farfalla secondo le imperiose direttive della fotografa danese, la ragazza ne asseconda i gusti, le idee, e quando sarà premuto il clic sulla macchina fotografa si determinerà una palese scissione nell’esistenza dell’improvvisata modella; da una parte la ragazza tornerà alla sua consueta e più o meno normale esistenza, dall’altro però persisterà questa immagine, questa foto che la imprigiona e la rende altra da sé. Domina, schiava, pezzo di carne, non importa il ruolo che Druunatic impone, perché è comunque lei a rimanere in controllo, a cannibalizzare l’identità sfuggente e liminale della modella, a farne uso masturbatorio, che possa titillare il cervello e il clitoride.Pur tecnicamente non perfetta, la fotografia di Druunatic nasce e muove da alcune esigenze assolute, immani, che titaneggiano sulla sterile definizione di arte che siamo soliti utilizzare per descrivere il feticismo nobile. E nell’uso/abuso di alcuni luoghi comuni del fetish, dal tema religioso all’abbigliamento fatto di corsetti e latex, da determinate caratterizzazioni vampiriche ad altre di pieno dominio gotico, Druunatic vive le sue sessioni di hardcore fotografico, determinata a succhiare fino al midollo l’essenza delle sue partner-modelle.
Dimostra il suo talento anche negli scatti di ambiente religioso, in cui l’austero silenzio delle chiese protestanti danesi si unisce in sinergia porno-decsrittiva a crocifissi barocchi e cascate di luce ed abiti talari autentici; fotografie di non secondaria importanza, pur se magari meno viste e considerate dai frequentatori del sito Web della fotografa. E che invece confermano l’importanza del percorso formativo ed umano di Druunatic, alle prese con la soddisfazione dei suoi bisogni primari.
La sua dimensione schiettamente underground, autodistribuzione-autoproduzione, la porta a collaborare con magazine del settore Fetish, il Fetish di Marquis, SkinTwo, A, anche se certamente merita di più; merita soprattutto di non essere confusa con la massa amorfa di gotici da dopolavoro. Troppo differenti le motivazioni, troppo differente il contesto di azione e di vissuto.
Come l’immagine rovesciata di un Se Stessi, quella immagine richiamata nella drammaturgia di Sarah Kane o nel languore dolciastro e ossuto della poesia di Trakl, gli scatti di Druunatic sono un fotografare la sua stessa anima, una via crucis di masturbazione, sadismo, piacere saffico, clitoridi stropicciati e furiosamente smanettati, seni strizzati, gambe flessuose, calze a rete, sangue, tacchi alti, corsetti.
Emerge l’Inferno interiore, in tutta la sua maestosa grandezza, tra ierofaniche presenze post-demoniche, quale party fetish nel Nono Cerchio trasmutato alchemicamente in forma dissoluta di scantinato gotico.
Lunga vita all’Inferno.