domenica 31 agosto 2008

Tra giardini di carne, solo odio









Chi sei tu?
La domanda è abissale, già; una voragine nera come le fauci di Loki, giocata tutta sul delicato crinale delle possibilità e delle metafore emotive, come carne straziata, screziata, adorna di tatuaggi piercing innesti prostetici latex, clangore di cingoli e sferzare di fruste frustini scudisci, cavalli di frisia, tempeste d’acciaio nel ventre sordido di un peep-show, questa domanda sistematicamente si reitera nel profondo della mia mente, e si pone su di un piedistallo ricco e pacchiano.
Non ho una cella austera e spartana come quella di Carl Schmitt dentro cui poter isolarmi dal mondo e coltivare il mio beato odio; posso solo guardare il mio volto riflesso dalle timide luci neon, lucori azzurrognoli di uno club di strip e un vetro che mi separa, idealmente, dalla spogliarellista che cerca con le sue evoluzioni di farmi comprendere la legge marxista del riciclo perenne. Io ho letto il Capitale, annoiandomi, facendomi violenza sbadigliando in certe parti, chiedendo pietà ai demoni del determinismo e del materialismo storico, e in quel terzo capitolo ho trovato la risposta palese al quesito che lastrica la ferrovia che scorre da Aneda fino a Tokyo, gomi e suburra nippo-tecnologica di riciclaggio furibondo e altoforni dickensiani, e questa spogliarellista, le sue evoluzioni, la sua fica, le sue tette, le sue posture devolute all’eccitazione animalesca e fisiologica, mi sta interrogando.
Anche lei chiede; chi sei tu?
Senza quella barriera io non la toccherei comunque. Sono venuto in questo criptico dedalo di solitudini soltanto per commiserare la mia esistenza in negativo, tra alterchi e bianco-nero sparato da flash, non certo per consumare un ologramma sessuale, non certo per sentirmi avvinto dalla concupiscenza; non è una mera questione di cazzo eretto, di abbigliamento più o meno dozzinale, di sperma o sangue o kleenex di cui la stanza angusta e sporca in cui mi trovo ora è ingombra, è il dolore di quella domanda, il peso assoluto e crudele di una risposta che non esiste e che comunque io non troverò mai.
Gli odori. Hanno una consistenza. Una loro struttura. Certe volte dovremmo essere tutti ciechi per poterne apprezzare appieno l’importanza; per poterci lasciare andare, avvinti e concupiti davvero, senza l’idiozia dell’apparenza, senza la superficialità del giudizio.
Quarti di carne, Xanax, anti-depressivi e farmaci anti-aids, l’anti nel qui, hict et nunc di pura pornografia, come il caviar di Marcelo Cross se Hermann Nitsch avesse guardato più volte Cruising e potesse apprezzare il senso ultimo del fisting anale, ecco cosa mi circonda, ecco chi mi circonda, uomini vuoti che naufragano tra sale e scomparti asettici, algidi, dipinti di nero e adombrati di luminescenze verdastre, blue, bianche e da luci rosse intermittenti che segmentano le performance delle puttane, pardon delle starlette che i nostri soldi hanno posto qui, nel qui ed ora appunto.Latex, per pompini, performance, idiozia post-ontologica, il tempo è fermo ma l’essere non se la passa bene, l’occhio cade su un particolare inutile ed il passamontagna e lampi neon e saette di elettricità guizzi di pura malinconia di solitudine, no io non so chi sono, nemmeno Spranger potrà obbligarmi a salire sul banco degli imputati e dichiararmi malato matto o colpevole, perché per essere colpevoli bisogna aver fatto qualcosa ed io invece ho scelto l’anomia, la solitudine, l’isolamento ed il non fare nulla.
Arriverà il giorno in cui non avrò più bisogno di nascondermi dietro gli aforismi di Nietzsche per esprimere il disprezzo e l’odio che nutro nei confronti del mondo.
Un giorno di disperazione assoluta in grado di alterare la percezione emotiva che ho sempre avuto delle relazioni inter-personali. Un giorno in cui potrò finalmente ritirarmi nella mia esistenza di solitudine, a guardare con rabbia, rancore e frustrazione lo scorrere della vita altrui.
Un giorno in cui tutte le dolorose illusioni sin qui coltivate evaporeranno come brina al sole lasciando alle spalle uno scenario di morte e sangue, una visione medievale d’inferno a cui abbeverarsi per dimenticare una volta per tutte il senso stesso della parola “felicità”; nessuno ha il diritto di essere felice, non in questa società, non in questa esistenza costellata di fallimenti e anomia.
Per quanto balli come una baccante, per quanto si sia tutti in questo labirinto evocato da Borges, per quanto le nostre solitudini si siano disperatamente cumulate, io ancora non so dare una empia risposta a quel quesito e la puttana spreca il suo tempo, il suo essere, tutti i neologismi coniati da Heidegger e le salvifiche passeggiate nel folto delle foreste tedesche, spreca tutto per cinquanta euro. E me ne vago, nomade e monade, solipstico, marcescente, con gli occhi inumiditi, per gli anfratti di questa località che forse esiste o che forse non esiste, chissenefrega, io non esisto, non esisto più, e non possono condannarmi, imprigionarmi, interrogarmi o peggio ancora definirmi, le luci mi sono sparate in faccia, i corpi sono catarsi, vorrei torturarli, ucciderli, annientarli, annichilirli, farli cadere nella fornace della consunzione perenne, come serial killer della storia ma senza libri di testo.
Cosa vuoi? Sembra chiedere ora, tra sguardi ammiccanti, pose civettuole ed occhi di fame, quegli occhi che nascondono la realtà di periferie immote, droga, tristezza, promette sesso, sesso facile e relativamente a buon mercato, pompini di latex vestiti, latex nero, pvc, vinile, corpetti fetish, frustini, ma io voglio più disperazione, più turgore, più sofferenza, immagini vivide di Peter Kurten e dei suoi tramonti rosso sangue, le immagini di corpi straziati body art omicida, sesso e amore, sesso e morte, morte e amore, malinconia e povertà, isolamento e bunker, panzerfaust e campi di morte inverno che finisce e che lascia striature di sangue sul mio volto, come lacrime di carne e un dolore vagamente sotteso, mentre mi frugo tra le tasche e non trovo altro che le prove tangibili della mia solitudine.
Già, cosa voglio?
Non voglio la felicità, anche se ho erroneamente creduto che potesse essercene un brandello a mia disposizione dimenticato in qualche cantuccio di supermarket dello spirito e non vedevo (non volevo vedere?) che ad ogni felicità raggiunta corrisponde sempre una caduta verticale, un dolore così intenso ed abbacinante da azzerare l’effimera gioia sin lì provata. Il retrogusto amaro dell’abisso in bocca, come se un dio oscuro e rovesciato avesse preso a maledire la volta celeste nascosto tra i nostri denti, poi nel nostro esofago provocandoci conati di rifiuto ed un grido di dolore celebrato senza orpelli di frustrazione posticcia e tristezza plastificata.
Ho fallito.
Ho sbagliato.
Tutto.
Senza possibilità di redenzione.
Senza riscatto, nessuna seconda chance; tutto finito, tutto andato, attimi e fotogrammi di una vita senza senso, senza una linea portante, vissuta alla deriva come il peggiore dei naufraghi, quello che si ostina a coltivare la speranza di poter essere salvato; e mi agito nel ventre cavo e spumoso del maelstrom, isolato, guardingo, timidamente proteso alla nullificazione delle mie pulsioni e dei miei istinti, una voce dispersa tra le pieghe metodiche dell’oscenità, perché ho sempre sospettato che l’unico modo per raggiungere un qualche obiettivo sia codificare una propria visione, una propria Etica, sfuggente, liminale, caotica.
La spogliarellista esiste. E la sua condanna, poveretta, sta proprio in questo; esistere, non c’è nulla di peggio. Uscire da un ruolo per dover poi assumere una fisionomia reale, senza nessun valore che non sia la dura realtà, eh già, come fosse facile non-esistere, chiedetelo a chi ne sa qualcosa, a chi perenne e immortale si sublima giorno dopo giorno nella purezza del mito.
Il paradosso di Kleist!
Er suchte hier den Tod
Und fand Unsterblichkeit.
Triste destino. Per questo meglio, infinitamente meglio, lasciare che l’oblio si stenda come il più piacevole dei sudari su di noi. Ma poi, perché noi; io, dovrei dire. Ho sempre questo vezzo a voler fare teoria generale, quando invece mi sembra evidente che sia meglio scrollarsi di dosso la vita e la verità e rimanersene silenti a guardare il passaggio della corrente, attendendo di veder passare pure il proprio cadavere.
Ciò che attendo con viva impazienza di vedere su questo schermo al plasma e su questo vetro, aldilà delle inquadrature frenetiche di corpi e di scopate e di sangue e di sesso, è la morte, la morte immensa vorticante lunare piena totale; e chi la brama in fondo ama la vita, perché la voglia di morte non è morte. E’ pur sempre, ahimè, un esercizio di volontà.
Per questo, casuale o imprevista che sia, ecco una morte degna di essere ricordata, riversi come un Pasolini da peep-show con le mutande calate e lo sperma incrostato sulla bocca della puttana, lei che prima succhiava pompava faceva finta di gemere perché nel prezzo pattuito è compreso anche un simulacro di godimento reciproco, di sinallagma, per evitare che la solitudine della masturbazione si riversi anche su un pompino, compri quel che c’è da comprare, non un corpo, non una bocca, non una fica, non un mero svuotamento di palle, compri te stesso, la tua proiezione mentale ed egotica, le tue assurde fisime, la colpa di essere nati.
Non c’è espiazione sufficiente quando ci si trova davanti al non-essere, quel non-essere diafano e catodicamente scintillante, coacervi globulari vene recise sangue grumi di muco secrezioni oleose che generano non-vita depressione, come lenirla?, depressione immanente incidente imponente ed un me impotente, sale ed aule di sesso promiscuo, coppie, donne con animali, cani cavalli mufloni, standing ovation di piacere e lotta e il senso amaro della sconfitta patinata rivista porno; modulazioni di frequenza altissime, continua a luccicarmi davanti l’ombra latex del suo corpetto, le dico “sara’ tuo”, ma solo solo se saprai dirmi chi sono, dove sono e dove potrò fuggire una volta che avrò capito. Parodia di vita, come un concerto di Grunt descritto da Peter Sotos, flutti oleosi magmatici deprivati inconsistenti morbosamente aggrovigliati, laocoontici, lei gli prende il cazzo in bocca, lo spompina, ma quel “lui” è un me, sono un io, o non-sono nulla, nella doppia negazione come moltitudine cangiante e deforme delle legioni di anime weiningeriane, l’attrazione nel suicidio, nella scelta coerente di annullarsi nel non-essere e diventare un essere, “non”, metterlo davanti a tutto, elidendo la coerenza e producendo un nulla, quante cose mi son perse, oh, quante, la prigionia di un me sconfitto, ma chi dirà che son problemi esistenziali da poco prezzo o candide fantasie di escapismo o rabbonito isolazionismo da pruderie sadomaso, capezzoli trafitti, crocifissioni, pratiche remote e paleolitiche o degli stiliti della patristica, il martirio della carne in versione power electronics, oh Sade prossimo mio vorrei una guerra tutta per me una testa di Giovanni Battista su piatto d’argento allungare le mani mentre spompina il “me” e prendere ciò che da tempo avrei dovuto prendere, sentirmi non-vivo e smettere di crogiolarmi tra questi deserti del reale.
In passato.
Avrei dovuto murare ogni spiraglio, ogni pertugio, evitare la luce, evitare i rumori, lasciarmi scivolare addosso il dolore degli altri insensibile, veramente cattivo e cinico, ai limiti del cinismo ultravioletto, impegnandomi a che in futuro della mia esistenza non potesse rimanere traccia alcuna, esattamente come si era preoccupato di fare secoli prima Sade.
Perché, perché un soldato tedesco ha profanato il tuo sonno Marchese? Perché ti ha riportato alla luce? E lacrime di sangue per i manoscritti persi e l’isolamento, ah ma lo avessi avuto io quell’isolamento mio Marchese, ne avrei fatto buon uso e ne avrei carpito l’essenza più profonda, interrogandomi come te, come Schmitt, come ogni recluso intelligente.
Non serve condanna effettiva, si dirà. Ne sono persuaso. Ma la condanna, formale, burocratica o solo spirituale, ce la portiamo tutti dietro, solo che a volte non se ne percepisce l’afrore, per quello dico che certe volte servirebbe essere ciechi, affinare i nostri sensi, giocare sporco, andare a tastoni ed incrudelirsi in senso di sangue e onore.
Mi sono stupidamente illuso, ho pensato, e questa è la colpa più grave, che il dolore degli altri potesse essere la mia felicità, ma non avevo calcolato che in questa forma mentis deviata la felicità altrui diventa esponenzialmente tossica e velenosa, la peggiore sofferenza che possa essere inflitta, ed io sono rimasto fermo, immobile, incancrenito, ad espormi alla radioattività emotiva; quando invece avrei solo dovuto odiare, ed odiare sul serio.
Un odio totale, cieco, sordo, privo di umanità, vero, in grado di fare tabula rasa attorno a sé per i motivi giusti, non per essere temuti, rispettati, ma solo per annientare ogni contatto umano, per spezzare ponti e ostruire vie di accesso, evitare le relazioni umane, diventare granito immobile per una gioia eterna ed interiore, sublimata nel rosso carnicino della guerra; un odio che non può essere descritto e reso a parole, che non può essere inteso, concepito, ma solo vissuto e subìto, alieno e lontano da ogni ipotesi di empatia.
Senza pose, senza ironia, senza sorrisi, senza spiragli e fughe, nessuna ritirata nel cuore d’inverno.
Non contano quelli che verranno dopo perché i migliori saranno caduti. Siamo tutti morti senza saperlo e cerchiamo la pace eterna, la quiete di un riposo che le convenzioni sociali ci negano, costringendoci ad amare, a rispettare, a voler bene, a giocare il nostro ruolo nello stritolamento delle dinamiche sociali.
Ho creduto, erroneamente, che il senso della mia vita potesse essere odiare gli altri, ma ho fallito; anche in questo, come in tante altre cose ho fallito. Non sono stato davvero in grado di odiare fino alle estreme conseguenze, non sono stato in grado di sfruttare, di sottomettere, di essere cinico, freddo e distaccato, ma al contrario mi sono piegato ad aiutare, a soccorrere, ad essere la voce amica nel cuore della notte.
Ed ora non mi resta che chiedermi; chi sei tu?
Come una triste eco riverberata dagli effetti larsen, la domanda continua ad essere tragicamente inevasa.






Grazie ad Albert Hofer, Channel83 e Suka Off

mercoledì 30 luglio 2008

Dante Virgili, un Caraco italiano ?


Ombroso, scontroso, megalomane come si conviene a qualunque scrittore (abituato da sempre a considerarsi strutturalmente ed ontologicamente come un paria di genio, un "rifiuto sociale" di barthesiana memoria), Dante Virgili ha rappresentato per la letteratura italiana una stella cometa dalla scia sagittale carnicina e grondante sangue, ben più maledetto ed incuneato nella nicchia della non-visibilità di un Dino Campana.
Il "maudit" spesso è solo un decadente borghese annoiato che come lo scambista del sabato sera fa gargarismi con termini come "estremismo" e "trasgressione" nel compiaciuto mantra dell'autoconvincimento, tenendosi fintamente lontano dalla massa incarnata nel borbottio sordo e caotico del mainstream ma poi nei fatti, facta concludentia vien da dire, si immerge nella becera omologazione esistenziale; Virgili al contrario, convinto di diventare famoso, ricco, e di poter restaurare la sua visione anti-umana e nichilista finì per attraversare la storia delle nostre lettere del tutto inosservato, solitario, semi-recluso come un Henry Darger prestato alla nostalgia devastante, preso a scrivere, roso dal verme della frustrazione, soldato in territorio nemico circondato dalle dinamiche incomprensibili di una assoluta ottusità...
Il primo libro di Virgili, La Distruzione, è una gemma; una piccola purulenta gemma di decostruzione linguistica che unisce in deviata simbiosi le funamboliche incursioni di un Guyotat con la vivida gelida prosa di un Sade prestato alla gloria crociuncinata dei pleniluni di Bayreuth...giudicato (o accusato) come l'unico scrittore autenticamente filo-nazista delle nostre lettere post-belliche, Virgili è uno straordinario cantore di mondi in fiamme. Celine, certo, Celine che ad esempio Saviano in una sua bella e sorprendente recensione cita come cardine ed elemento nodale, ma soprattutto a mio avviso Drieu La Rochelle e Albert Caraco; del primo, la disperazione algida, metaforicamente ipostatizzata in attimi che richiedono, spenglerianamente, delle decisioni, fuoco fatuo echeggiato dal suicidio come liberazione e dimostrazione della libertà, del secondo l'aderenza ad una visione malinconicamente nichilista, il furore di Breviario del Caos e le strazianti litanie di La Mia Confessione.
L'opera di Virgili è una piccola sorpresa; difficilmente si potrebbe pensare che la nostra narrrativa, troppo protesa a contemplarsi il socialmente rispettabile ombelico, abbia partorito una figura tanto sinistra e lacerante. Un autore capace di assommare nazismo, sadismo, visioni desolanti di morte e dolore atavico in un quadro di rara sofferenza emotiva, giustapponendo il tutt con una accurata sperimentazione linguistica; e dire che la stessa pubblicazione del libro divenne una storia surreale, intensa, degna di essere raccontata, tanto che essa stessa è divenuta un libro Cronaca della fine di Antonio Franchini, scrittore pregevole ed editor della Mondadori (il quale si trovò a vivere la paradossale situazione di rifiutare la pubblicazione del secondo libro di Virgili, Metodo della Sopravvivenza; ad oggi entrambi i testi sono editi da PeQuod, dopo l'oblio mondadoriano protrattosi per decenni). Franchini ripercorre la storia di Virgili, il rapporto conflittuale ma quasi socratico instaurato dall'autore con un gruppo di redattori e funzionari della Mondadori, le liti, le discussioni, la frustrazione patita dall'autore convinto di poter divenire un autore di successo ed invece destinato all'anonimato in vita (esattamente come Caraco).
Tanto Virgili quanto Caraco aderiscono disperatamente a ciò che scrivono, non fingono, non pongono in essere sceneggiature plastificate, non si crogiolano nel maudit a tutti i costi, non indulgono nel mero shock; sono acuti, brillanti, e crudeli.
Proprio come dovrebbe essere.

venerdì 11 luglio 2008

Halogen consiglia : DumDumZoom









"Trasgredire i tabù, così comanda il progresso economico” scrive Vaneigem nel suo Libro dei Piaceri, e gettando rivelatorie occhiate nel ventre luminescente ed ambrato di molte gallerie d’arte vedremo che ha perfettamente ragione, ragione da vendere, e vendere proprio la ragione con tanto di prezzario e catalogo e bestialità assortite elevate al gotha e al golgotha della passione artistica, come un fiume disperso a mezzanotte tra un inverno di Stalingrado e beata contemplazione fotografica estroflessa laddove l’hic et nunc diventa meno formale e più sostanziale, il tabù mercificato hegelianamente alienato nella rivoluzione industriale dell’arte si sublima sempre in un post che ingoia fagocita e metabolizza la semiotica e l’anelito (prometeico) devoluto alla interpretazione, assegnare significati al vuoto e al deserto che avanza è il nuovo lavoro dei critici, mandanti ideologici della nullificazione artistica presente, lucroso business di giocolieri sempre in piedi che palleggiano la responsabilità di aver reso grigia vana ed inutile l’arte, c’era una inondazione di corvi neri nella drammatica consistenza dell’orecchio mutilato di Van Gogh e ce lo ha comunicato Artaud eppure tra viaggi ascesi mantra ed esorcismi criptici nessuno avrebbe pensato di dover trasgredire ma solo di vivere perché il porsi volutamente in antitesi pone le premesse di un formale riconoscimento che nessuno vuole accettare.
L’underground mangia merda e se la fa piacere, suggerisce Hakim Bey, ha ragione pure lui e poco importa che alla fin fine lo stesso Bey prenda copiosamente parte al banchetto scatologico; l’underground è diventato sinonimo di pressappocchismo, di faciloneria, di trasgressione plastificata ed oleografica, nella stessa misura in cui l’arte, underground o mainstream che sia, (de)cade a scendiletto del borghese annoiato, della trovata flamboyant da vernissage tunisino con la torcia accesa sull’infinito del deserto e le dune di sabbia mobili agitate dal vento, ma puntando lo sguardo verso la tremolante linea d’orizzonte non vedrete più quel gelo orrendo ed orrido, abissale, immane, imperioso e totalizzante che era del cuore di tenebra, non più quella grandezza icastica e maledetta che dipingeva il nero di Goya o le visioni universali arancio-cupo di Blake o la carne fusa nei colori dannati di un Bacon o i chiaroscuri pompeiani di un Caravaggio pittura in punta di spada tra sangue e dannazione, oggi l’arte è un club privè per azzimati moloch caldei.
La cosa peggiore che un artista possa fare, ci dice Peter Sotos, è creare appositamente volendo generare una reazione, uno shock, mezzucci devianti lontani dalla razionalizzazione dei propri gusti e dalla volontà (di potenza) artistica, si compilano carovane passatiste piene di palude dell’anima, si impilano torte di merda e le si spaccia per deliziose sacher, complici in tutto questo interpreti e pseudo-critici che devono avere il naso molto raffreddato se non avvertono il lezzo pungente della decomposizione.
DUMDUMZOOM non è arte oppure è arte che sa di non essere arte, è una consapevolezza non trasgressiva e per questo proprio fuori dal canone della rispettabilità prezzata che contraddistingue la società artistica contemporanea, dichiara guerra alla stupidità, alla saccenza, alla vaniloquenza, alla idiozia ontologica priva e deprivata di senso estetico. Gusto e non-gusto, elevazione sulla torre d’avorio, entrando dalla finestra e rubando le posate d’argento come nel sogno paranoico-critico di Dalì in cui desiderio e oggetto del desiderio si contendono un posto al sole; l’artista moderno , se avesse le palle, seguirebbe il suggerimento di Luis Bunuel e andrebbe a far saltare in aria quella immonda sciocchezza che è Guernica, vera truffa dell’arte, Picasso mercificatore senza l’ironia di un Duchamp, ecco cosa è DUMDUMZOOM il coraggio metaforico di lanciare una palla infuocata di cocente irrisione nell’arengo delle cattive idee, cattivi maestri della creazione, serial killer dell’etica applicata all’arte, perché davvero morte all’utilitarismo e al Bentham diventato pittore, DUMDUMZOOM è molto più di una rivista, di una collezione di collage, delirii, assalti verbali, fotografia non-paludata, scrittura automatica a flusso di coscienza che si nutre della suggestione fatta propria da Charlie Manson quando puntando un dito accusatore contro i suoi carnefici diceva “siete voi ad aver fatto tutto questo, non io”, impulso tellurico, scismatico, sismico, estroflesso, emerge dai cunicoli come presenza fantasmatica grigia ma striata di bellissimi colori, come una folle gioia che accende e riscalda i cuori, perché si non è solo una rivista ma un mezzo d’assalto un modo di fare filosofia col Panzerfaust di gettare un po’ di fango di ritorno e di rendere la concreta pariglia ai soloni dell’arte e della espressione letteraria contemporanea, senza tregua e senza siesta un carnevale messicano di morte la foto di un Santerineross adombrata e macchiata dalle ombre dei pueblos argillosi e le maschere e la consistenza dimenticata di un sotto-mondo.
DUMDUMZOOM è la pratica estensione psicogeografica di un locus un tempo abbandonato e che oggi si ripopola nella festa perenne del motto dannunziano, un locus che esiste, concreto, di acciaio vetro e cemento circondato dal folto del bosco e sulle pendici scoscese della dimensione meta-urbana, arroccato come una postazione nemica nel ventre sapido ed insipido della trasgressione ad ogni costo, Rave sintomatico e decostruito, Situazione perché il Situazionismo da quello viene, dalla comprensione del momento, dallo scambio simbolico baudrillardiano avvenuto su autostrade di comunicazione meno che cyberpunk ma più neon e più asettiche di una formaldeide ospedaliera, cristo di acciaio e Shelob biomeccanoide come un Giger sepolto e Lazzaro emerso e potente e taciturno col sigaro in bocca ed una bottiglia di whisky a tracolla, la traversata del deserto a dorso di Harley Davidson.
DUMDUMZOOM si incarna nella lotta ma come ogni mito che si rispetti svanisce alla mezzanotte, mentre l’oceano di fuoco schiude i suoi petali, svanisce e poi rinasce nutrendosi del fuoco perché l’Araba Fenice non esige altro che intelligenza emotiva emozionale creativa.
L’intelligenza non ha prezzo.
La stupidità invece dovrebbe essere dolorosa.







DumDumZoom è distribuito da Mondo Bizzarro









domenica 6 luglio 2008

L'estremismo d'accatto e' nemico del Radicalismo





"L’emancipazione non ha peggior nemico di chi pretende di cambiare la società e non smette di dissimulare esorcizzandolo il vecchio mondo che si porta dentro."


"Teologi della Grande Sera vi separano sottilmente il territorio degli angeli e dei demoni, gli sciancati dell'insurrezione a venire sciolgono la matassa delle linee da seguire, i puritani finalmente decisi ad approfittare della vita, poiché non ci sono che i piaceri che costano, si frequentano con i procuratori inchinandosi alle virtù della trasgressione, predicando i doveri del rifiuto, assegnando etichette di radicalità e denunciando la miseria dell'ambiente.

Ai giudici replicano gli avvocati del quotidiano e, il disprezzo si aggiunge al disprezzo, mentre sale da queste comuni assemblee un odore"


"Il godimento si affronta come un esame, con una bocciatura o unariuscita.Bere, mangiare, dedicarsi all'amore fanno parte ormai degliornamenti della buona reputazione.Per il brevetto di radicalità,segnate qui la media oraria dei vostri orgasmi! E’ finita con i peccati dell'ozio da quando i piaceri vengono assunti alla fabbrica quotidiana.Trasgredire i tabù, così comanda il progressoeconomico!"


R.Vaneigem, IL LIBRO DEI PIACERI

Je ne regrette rien




Non! Rien de rien ...

Non ! Je ne regrette rien

Ni le bien qu'on m'a fait

Ni le mal tout ça m'est bien égal !

Non ! Rien de rien ...

Non ! Je ne regrette rien...

C'est payé, balayé, oublié

Je me fous du passé!

Avec mes souvenirsJ'ai allumé le feu

Mes chagrins, mes plaisirsJe n'ai plus besoin d'eux !

Balayés les amours

Et tous leurs trémolos

Balayés pour toujours

Je repars à zéro ...

Non ! Rien de rien ...

Non ! Je ne regrette nen ...

Ni le bien, qu'on m'a fait

Ni le mal, tout ça m'est bien égal !

Non ! Rien de rien ...Non ! Je ne regrette rien ...

Car ma vie, car mes joies

Aujourd'hui, ça commence avec toi !


HONNEUR ET FIDELITÉ

giovedì 3 luglio 2008

Intro all'intervista con Romain Slocombe


(come annunciato nel post precedente pubblico qui l'intro alla intervista a Romain Slocombe, non essendo stato possibile per ovvi motivi di spazio accorparlo all'intervista stessa che ha visto la luce sul numero di Luglio di Blue)




Col passare degli anni, l’artista francese ha accumulato una mole impressionante di lavori, e riassumerli tutti sarebbe opera impossibile; tra i più significativi, avvertendo sin da ora che si tratta di una selezione operata da chi scrive (e come tale opinabile e soggetta ad un gusto ben precisto), vanno citati il fumetto Prisonnière de l’Armee Rouge (Les Humanoids Associes, 1978), storia distopica in cui vengono organicamente mescolati estetica del terrorismo, feticismo asiatico e sadomaso, La Nuit de Saigon (Futuropolis, 1986) e Tigre volants contre Zeros (Albin Michel, 1989) entrambi albi piuttosto caratteristici in cui l’elemento bellico, nel primo caso la guerra del Vietnam nel secondo la Seconda Guerra Mondiale combattuta sul versante dell’oceano pacifico, viene trasfigurato e sublimato nella ricerca di un piacere feticista.
Illustrazioni pregevoli compaiono in Tristes Vacances (Carton Editions, 1986), incredibile storia di una comitiva di ragazzine giapponesi la cui gita viene sconvolta da un incidente stradale che le farà finire ospedalizzate e coperte di ferite e gesso; mentre il meglio dello Slocombe fotografo è dato in Japan in Bandage (Artware, 1997), Broken Dolls (Jean-Pierre Faur editeur, 1994), City of the Broken Dolls (Velvet Publications, 1997), Tokyo, un Monde Flottant (Michel Baverey Editeur, 1997), Les Japonaises blessèes (Mondo Bizzarro Press, 2001, catalogo della omonima mostra tenutasi in Italia presso la Mondo Bizzarro Gallery, 5 maggio-6 giugno 2001). Mentre lo Slocombe romanziere può essere apprezzato in Phuong-Dinh Express (Les Humanoides associes, 1983) e in Le Bandit Rouge (Fernand Nathan, 1992). Come saggista ha pubblicato il volume L’Empire Erotique (La Sirene, 1993).
E’ tra l’altro traduttore dal francese all’inglese del controverso Pierre Guyotat.
Ciò che colpisce nell’opera di Slocombe, aldilà della intrinseca poliedricità espressiva, è la nitida e semi-ossessiva ricerca di un oggetto del desiderio; feticismo nel suo senso etimologico, lunghi quadri cristallizzati nello scatto fotografico o nei frames cinematografici che mostrano prevalentemente ragazze giapponesi o interni di ospedali (ricostruiti su set) o di abitazioni nipponiche. In alcuni casi (soprattutto nel documentario poi divenuto catalogo fotografico Tokyo un Monde Flottant), ecco apparire davanti ai nostri occhi un’urgenza viscerale che lo accomuna a ricercatori metropolitani come Nobuyoshi Araki o Nan Goldin, ma in una certa misura senza la pretenziosità che a volte anima questi due fotografi.
Amico di Richard Kern, ne condivide le ansie di esplorazione delle infinite possibilità offerte dal corpo, un corpo sottratto al suo contesto fisiologico, issato su di un piedistallo erotico, spogliato, messo a disposizione di invisibili legioni di voyeurs.
Forte della sua abilità linguistica e della sua passione per la cultura nipponica, Slocombe ha da tempo dato vita ad una significativa sinergia con la città di Tokyo; come ha modo di dichiarare durante una intervista condotta da Jack Sargeant e pubblicata poi nell’ottimo volume Suture, edito da Creation, “a Tokyo regna una incredibile tensione erotica…uno stordente labirinto in cui si fondono e si confondono tecnologie e ritmi e riti del ventunesimo secolo con le vestigia del passato e della cultura dei Samurai. E la gente è rispettosa e tranquilla e tende a divertirsi in ogni modo, sfruttando ogni possibilità “.
L’artista francese ha tra le altre cose svolto una pregevole opera di talent-scout, incoraggiando e “scoprendo” Trevor Brown i cui primi lavori grafici in effetti sono palesemente influenzati da un’estetica medical fetish.

Mia intervista con Romain Slocombe su Blue di Luglio




E' uscito il numero 190 di Blue, il quale ospita una mia lunga intervista all'artista francese Romain Slocombe (ben 8 pagine di rivista, con molte foto inedite e di alta qualita', cosi' come di alta qualita' le lunghe e dettagliate risposte). Per comprensibili motivi di spazio non e' stato possibile far precedere l'intervista da un piccolo saggio che avevo preparato, ragion per cui il solo articolo sara' pubblicato su questo blog