giovedì 9 ottobre 2008

Intolleranza


Mettersi a nudo è un esercizio di raffinata crudeltà di cui non tutti evidentemente sono capaci; per mille San Francesco disposti a denudarsi platealmente, senza metafora slegata dalle carni impinguite ben ben tra ozio e bella vita, purtroppo troveremo solo uno Zarathustra magistralmente collerico e pronto ad affermare che l’unico elemento degno d’amore nell’uomo è il suo essere transizione e tramonto. Gettare in un fiume vestiti e intenzioni di vita mondana è la via più breve verso l’accettazione della morale plebea, è la favola del Re Nudo invertita negli aspetti fenomenici ma rimasta uguale nel significato; non ci sono paramenti regali a celare la nudità, ma si sente puzza di santità, come un aceto rancoroso lasciato a marcire nel ventre della fogna. Ecco a voi la nudità della santità, che è essenzialmente fumo gettato negli occhi.
Nel santo nudo non c’è tramonto, ma solo un intermezzo di canti lontani e di sinfonie vicine; perché questo uomo che finisce col dirsi incredibilmente vicino a dio, è in realtà talmente calato nella sua parte di umano, talmente conficcato nella radice della croce, da aver perso di vista l’orizzonte sovra-umano delle idee. Ha accettato un dogma, e si comporta di conseguenza.
Avessero una dignità questi santi si affollerebbero sul Golgotha non per contemplare la carcassa del Cristo, lasciata a sanguinare tra corvi e spettatori divertiti, ma per guardare lontano, verso le linee infinite del prossimo giorno; e pietiscono invece le vesti sanguinose di Cristo, le vorrebbero indossare, così capiamo che si spogliano delle loro solo perché sono invidiosi di quelle indossate dal loro redentore.
Ma Cristo era più nudo del Re.
E a me poco importano i peccati emendati, i debiti rimessi e riconosciuti, le vie profane tra ulivi secchi e vermi e asini rinsecchiti, la voce del deserto, folate di vento caldo, orde di santi-zombies anacoreti poveri mistici andati lontano ma rimasti vicino, troppo vicino; verrebbe da dire che hanno scambiato la parte col tutto, ed invece di chiedersi cosa mai è il genere umano avrebbero dovuto domandarsi, una volta messi in marcia protetti solo dalla vera nudità, dove è finito il genere umano. Facendo riechieggiare il peso tragico della domanda sofoclea; dove fuggire e dove essendo fuggire rimanere?
Questi uomini, santi ma pur sempre uomini, laici o cristianizzati che siano, ci portano il verbo dell’uguaglianza; affermano che la nudità dimostra che siamo tutti inequivocabilmente uguali. Nati uguali, viventi allo stesso modo, morenti e morti nella stessa misura di disperazione. Hanno smarrito, se ma ne avevano un briciolo, il senso della assialità, guardano le stelle solo per orientarsi nel cammino notturno e non si pongono la delicata questione di raggiungere quelle stelle, lasciandosi alle spalle la plebe tumultuante. Non oltre-uomini, ma fallaci epigoni degli ultimi uomini, tentatori loro stessi inviati dalle potenze ctonie.
Io non ho rispetto per l’uguaglianza. Né per chi la predica. L’uguaglianza, semplicemente, è un cancro. Non esiste, non è mai esistita, non abbiamo prove che possa esistere; nel momento in cui uno afferma di essere uguale agli altri proprio con ciò afferma la sua differenza visto che impone questo suo giudizio di valore ad altri senza averglielo previamente chiesto. Spirito di sofferenza giacobino, e come tutto ciò che viene dal fondo di rappresentazione giacobino terribilmente ipocrita; l’uguaglianza tollera tutto fuorchè la differenza, esattamente come la mediocrità tutto tollera fuorchè il Genio.
Essendo profondamente anti-naturale, la democrazia, che della uguaglianza è l’istituzionalizzazione politica, predica la necessità dell’ammaestramento; “la morale dell’allevamento e quella dell’addomesticamento sono perfettamente degne l’una dell’altra quanto ai mezzi per imporsi: come massimo principio noi possiamo additare quello secondo cui per fare della morale bisogna avere l’assoluta volontà del contrario”, scrive Nietzsche ne Il Crepuscolo degli Idoli. La democrazia è la volontà popolare elevata sull’immaginifico trono della responsabilità governativa, si insedia un parlamento fittiziamente investito di legittimità e di sovranità, si spogliano i migliori delle loro funzioni e li si relega a paria di una forma istituzionale in cui solo il mediocre può contare qualcosa. Governo di “calpestati, miseri, falliti, malriusciti”, governo oligarchico che ha imprigionato chi può qualcosa ed ha elevato la schiuma, la bava putrescente della storia.
La nudità della democrazia, e della uguaglianza, è esattamente come quella di San Francesco; posticcia, plastica, artificiale, vomitevole. Pastori di anime e pifferai popolari, teorici delle moltitudine allegre, entusiasti delle migrazioni totalitarie e degli incistamenti sediziosi, banchettano sul cadavere della Volontà di Potenza da loro stessi avvelenata; in fondo, avendo smarrito l’anima barbara è persino inutile stare a chiedersi quali prospettive abbia questo genere umano intorpidito dalla vulgata dell’egualitarismo, delle costituzioni francesi e delle Bastiglie franate, smarrite le radici terribili e violente che sole edificano una razza dominatrice (Nietzsche, Volontà di Potenza), non resta ai pochi iperborei superstiti, scampati al furibondo ammaestramento, scegliere la Wildnis, la via della selva e attendere che gli uomini, gli uguali, si uccidano tra loro consumando l’olocausto finale.
Non sarebbe male che la televisione trasmettesse show di morte e di distruzione, una educazione spartana votata alla fine di ogni valore moderno; mostrare il volto decomposto di un morto come potente ammirazione, come via di fuga dalla metropoli-cattedrale della empatia. Aprire una finestra sugli olocausti del presente.
Con la balla dell’amore, il cavallo di Troia dell’uguaglianza ha vinto una battaglia decisiva; “mi sembra che siamo stati allevati come quelle bestie feroci che con astuzia calcolata vengono private dei loro istinti più profondi, per poterle picchiare impunemente con la frusta, una volta addomesticate. Così ci hanno limato i denti e gli artigli e ci hanno predicato l’amore! Ci hanno tolto dalle spalle l’armatura di ferro della nostra forza e ci hanno predicato: amore! Ci hanno strappato dalle mani la lancia di diamante della nostra orgogliosa volontà e ci hanno predicato: amore! E così semplici e nudi siamo stati gettati nella tempesta della vita in cui imperversano i colpi di clava del destino –e ci hanno predicato; amore! (Rainer Maria Rilke, Danze Macabre).
La vivisezione della forza, gli esperimenti nel labirinto-laboratorio dei sentimenti, hanno prodotto il torpore generalizzato, l’agonia di ogni spirito superiore, la stella sagittale del caotico titanismo non ha fatto altro poi che accodarsi alle esigenze restauratrici dell’ordine borghese.
Intendiamoci; il problema non è la mancanza di tolleranza, ma proprio la mancanza di intolleranza. La durezza deve raggiungere vette mai esplorate prima, spersonalizzazione e indurimento totalizzante, odio come unica ragione di vita per superare la linea del nichilismo e portarsi nel punto in cui si attacca, intolleranza per i deboli, per i vili, per i pezzenti dell’anima, per gli ipocriti, per questo mondo debosciato di sotto-uomini. Per tutto ciò che emana il fetore della democrazia, della fratellanza universale, della compassione.
Democrazia. Fango di fogna spacciato per soluzione e panacea di tutti i mali, abbrutimento delle arti e della creazione, necrosi del desiderio. In arte non esiste, non può esistere democrazia, come aveva ragione Ezra Pound; e la modernità invece, esaurite le avanguardie e le provocazioni concettuali, ha fatto credere che chiunque ha un talento nascosto, una qualche passione che sia degna di essere esposta pubblicamente e analiticamente decostruita da qualche critico prezzolato. Azzeramento della vita privata e del pudore, non di quello sessuale ma di quello spirituale, perché la mostruosità della mediocrità non dovrebbe avere diritto di cittadinanza, dovrebbe essere eugeneticamente cancellata. Per quale motivo dovremmo credere che nel concetto di “differenza” è insita pure la stupidità? Questo è quello che dicono gli stupidi, messi con le spalle al muro, all’ultimo metro di tavola sopra l’oceano in tempesta. Dovremmo fare loro la grazia, e spingerli tra le fauci degli squali. Avocando a noi la missione di pietra, quella missione propugnata dal giurista statunitense Holiver Wendell Holmes; troppe generazioni di ottusi, è venuto il tempo di sfrondare. E dalla radice questa volta.
L’ordalia risolutiva ci porta ad annullare tutti i sentimenti di trasporto verso i malriusciti, i quali non sono simili a noi, non sono nulla, non si pongono problemi, non fanno altro che vagolare istupiditi e drogati dalle chiacchiere politicamente corrette, temono e affossano il Genio, l’unica cosa che sono in grado di creare è un triste panico sociale per perpetuare il controllo delle istituzioni.
La vita, per noi, deve essere il libro che richiede solitudine e silenzio di cui parla Strindberg in Inferno, quel libro in cui è contenuta la formula rituale per il raggiungimento di un mondo nuovo in cui nessuno potrà seguirci. Ripugnanza per il prossimo e volontà irriducibile di liberarci da chiunque ci stia attorno, ecco gli unici veri comandamenti. Ma questa volta non ci sarà cespuglio in fiamme che tenga, solo il sibilo malinconico del vento che va a morire lontano.
Proprio come questo inutile genere umano.

Nessun commento: