lunedì 21 aprile 2008

Manuela Ruda

Le porte della celebrità si sono aperte dopo che i media hanno avuto accesso al grasso banchetto di chincaglieria satanica, estetica goth e soprattutto ai più morbosi particolari che hanno circondato il delitto perpetrato da Manuela Ruda e da suo marito Daniel.
Entrambi satanisti, o tali autodichiaratisi a giornali radio e tv, entrambi amanti dell’abbigliamento sadomaso e gotico, tendenzialmente gravitanti intorno alla scena underground tedesca (e oscillanti dal black metal fino all’EBM industrial, con annessa frequentazione di club e concerti), i Ruda si sono distinti per un efferato e brutale omicidio reso appetibile al pubblico generico per via proprio di tutto il background alternativo o genericamente controculturale dei due.
Dopo aver macellato artigianalmente un loro collega di lavoro (su ispirazione di Satana stesso...) e dopo aver brindato con il sangue della vittima ed averne usato in abbondanza per esperimenti di body-painting e perfomance art figurativa, Manuela Ruda ha avuto la brillante idea di scrivere su di una parete , in pieno stile Charles Manson, “ Carcass Gate 7 Bunker Exploitation “ ed i media tedeschi, sempre solerti (al pari di quelli statunitensi), quando si tratta di stabilire un nesso di causalità tra musica underground e commissione di efferati delitti, sono risaliti fino al buon Rudy Ratziger, dj e mentore del progetto industrial Wumpscut, da anni famoso nel circuito underground internazionale per ritmi abrasivi e testi che definire misantropici sarebbe eufemistico.
Da tempo attento all’estetica estrema, all’arte più radicale e ai serial killer, Wumpscut si è trovato al centro di una annosa querelle; da bravo provocatore, ha reagito campionando i tg che parlavano del delitto ed ha composto una canzone, titolata sarcasticamente Ruda, che molto appropriatamente è uno sberleffo all’intera impalcatura moralistica edificata attorno a questo delitto.
Le considerazioni che potrebbero essere tratte da una vicenda del genere sono veramente infinite; pervasività dei media, tesi paranoiche che vedono in ciò che non è culturalmente omologato (musica, letteratura, cinematografia, arte) una potenziale minaccia allo Status Quo, moralismo bigotto ed ipocrita. Ma, alla fin fine, sono considerazioni che vengono portate avanti solo da chi si è finalmente svegliato dal torpore, dal grigiore di questi anni, mentre tutti gli altri, tutti gli agnellini che belano di solidarietà, compassione, fratellanza ed amore, continuano a ritenere che sia giusto censurare, vietare, ostracizzare, perché il comportamento deviante, second i loro cervelli fatti in seri, deriva dal coltivare interessi “ oscuri “.
Sarebbe il caso di evitare l’utilizzo di parametri moralistici quando decidiamo di studiare o anlizzare un fenomeno del tutto particolare quale è l’omicidio. Se riteniamo plausibile l’esistenza del libero arbitrio e cominciamo, una volta per tutte, a stabilire senza possibilità di fraintendimenti che ogni indiviuo è responsabile unicamente delle sue azioni, escludendo fattispecie ambigue come il plagio, l’indottrinamento, l’istigazione, l’apologia di reato o di delitto, vediamo come l’intero castello su cui si regge la società moderna frana miseramente.
La nostra è una società di consenso generalizzato , un consenso che viene organizzato e mantenuto dal sovraccarico sensoriale di dati informativi ; siamo quotidianamente bombardati da giornali, tv, pubblicità, circolari, radio, quel flusso carsico ed inesorabile che già Ballard aveva profeticamente definito la nuova letteratura. Non abbiamo possibilità di usare senso critico o raziocinio, assorbiamo dati, continuamente, il cervello smette di distinguere l’utile dall’inutile, il vero dal falso. La coscienza è manipolata.
E’ del tutto evidente che per i reggitori del Sistema ritenere che i “ devianti “ (siano essi artisti o semplici individui che semplicemente deviano dalla norm) siano una categoria da combattere è in fondo pleonastico; da stabilire, però, come essi debbano essere combattuti.
In certi casi, si opta per l’ostracismo. Il silenzio. Nessuna copertura mediatica. La Siberia della non-distribuzione.
Ma in altri casi, quando il nemico riesce a generare un contro-modello, una alternativa mediatica ed il suo nome circola nei sotterranei canali underground, la tecnica di distruzione deve mutare; il discredito!
Quale migliore arma?
Il rock crea scompiglio ? Lo si definisce figlio di Satana !
La musica elettronica estrema tratta argomenti devianti e morbosi ? Le si appiccica addosso un bollino di perversione morale !
Così la brava porzione di gioventù omologata che vuole tanto bene a mamma e papà e al padre confessore schiferà come un cane rognoso chiunque osi ascoltare/suonare certi generi musicali e il discorso vale anche per la pittura, la scittura, il cinema…).
E se poi, la satanicità non basta più, ecco comparire le nuove accuse; pedofilia (può forse essere un caso che negli ultimi anni così tanti musicisti, tra cui Pete Towshend degli Who e 3D dei Massive Attack , siano stati indagati per pedofilia, senza che poi, alla luce di indagini approfondite, emergesse un riscontro oggettivo?), istigazione all’omicidio o al suicidio ( una lunga e ridicola casistica negli Stati Uniti, di cui la vicenda Ruda sembra tardiva appendice...si pensi al massacro di Columbine di cui vennero indicati come "mandanti morali" Marilyn Manson e Boyd Rice).
Quindi, che cosa dovrebbe fare chi vuole lottare questo patetico e tragico status quo ?
La nota massima nietzschana invita a superare in potenza, per emergere dalla massa, tutti i corpi del genere umano messi assieme e quindi ad utilizzare una consapevolezza, una forza, una determinazione assolutamente senza compromessi; in parole povere, e secondo le linee guida già tracciate da Adam Parfrey in Apocalypse Culture e già prima di lui da William S Burroughs e da James G Ballard, è necessario il canto apologetico e totale degli outsider, dei maledetti, di chiunque, per quanto estremo rivoltante radicale pervertito, abbia qualcosa di stimolante o di originale da dire.Manuela Ruda è molo più intelligente di chi la sta criticando. Manuela Ruda ha ottenuto ciò che voleva, piegando i media ai suoi piedi, diventando una celebrità e godendosela in carcere. Una superstar gotica e virata in nero.
Si scrivono libri su di lei. Si dipingono quadri ( il serial killer e pittore francese Nicholas Claux l’ha immortalata in posa satanico-vampiresca, finita ad adornare il libro TRUE VAMPIRES, scritto da Sondra London, edito da Feral House ). La si intervista e le si dedicano articoli e saggi.
Allo stesso modo Wumpscut ha dimostrato sottile intelligenza; ha manipolato i media, prendendoli per il culo e facendosi promozione nel modo ritenuto più sconveniente ed inaccettabile dai guardiani della morale.
Persino gli imbecilli nerovestiti della scena gotica, i loro magazine e i loro gruppi musicali, si sono sentiti oltraggiati da quanto Manuela ha fatto, sentono ora di essere guardati in cagnesco, temono la solitudine e l’odio sociale. Patetici. Insicuri. Individui indegni. Non hanno capito, o fanno finta di non capire, che mentre Manuela ha assecondato le sue pulsioni portandole fino alle estreme conseguenze, autorealizzandosi nell’unico gesto, l’omicidio, che le avrebbe dato gratificazione psichica, loro continuano a seguire una moda, una corrente, si massificano nei loro rituali condivisi, nella lettura in serie di capolavori della scena decadente francese, giocano agli incomprei e ai sensibili perduti in un mondo di superficialità.
La moda è un metodo di controllo sociale. E loro ne fanno parte. Non sono ai margini, non hanno nulla di artistico, nulla di underground o di contro. Sono perfettamente integrati.
Il vero underground, il vero ribelle, è colui il quale segue solo il suo spirito, per raggiungere il massimo grado di gratificazione e di realizzazione, indipndentemente da mode, passioni condivise, rituali di massa ( lo stadio, l discoteca, il concerto rock, il best seller ); un individuo che esegua su stesso un rigido processo di razionalizzazione dei propri impulsi e che viva in coerenza con se stesso.
Che viva come Lupo tra gli agnelli.

domenica 20 aprile 2008

Manson




Da Coming Soon


In “Manson Girls” Lindsay Lohan avrà il ruolo di Nancy Pitman, una devota seguace di Charles Manson. Lo conferma Brad Wyman, produttore della Junction Films.
La Pitman conobbe Manson all’età di sedici anni. Sedotta dal suo carisma ne divenne ben presto amica ed ardente seguace e si trasferì a vivere con lui e la “famiglia”. Era a casa con lui la notte del 9 agosto 1969, durante la quale Manson pianificò un’intrusione a Cielo Drive, un ricco quartiere di Los Angeles, con l’obiettivo di entrare nella villa di Roman Polanski ed uccidere Sharon Tate, attrice e moglie del regista, incinta di 8 mesi, ed i suoi 4 ospiti.


Da La7 (mi dissocio dal tono generale e dalla definizione di "psicopatico")


Un album di canzoni da lanciare su internet. Non è una novità, i Radiohead lo hanno già fatto. Se non fosse che l'autore del disco non è un cantante professionista, ma uno dei più spietati serial killer della storia. Stiamo parlando di Charles Manson, lo psicopatico statunitense accusato di essere il mandante di alcuni dei più efferati omicidi degli anni 60. Fu lui a pianificare a Los Angeles la spedizione nella villa di Roman Polanski, che portò all'assassinio della moglie del regista, l'attrice Sharon Tate. Per i suoi delitti Manson, divenuto negli anni la personificazione stessa del male, sta scontando in un carcere californiano la pena dell'ergastolo. Dalla cella l'ex serial killer ha scritto un album di canzoni dal titolo "One mind" ed ha annunciato che verrà regalato sul web. Vista la curiosità che continuano a suscitare le sue gesta, è probabile che il disco venga molo scaricato.

giovedì 17 aprile 2008

L'Eden non è posto per le persone deboli di stomaco


Pierre Guyotat sta alla letteratura come le sigarette Black Death alla lotta contro il cancro; un malevolo flusso di coscienza sporcato da depravazione abissale e borborigmi caotici di odio represso, omosessualità nordafricana e diserzione elevata a paradigma di un mondo (de)privato e depravato in cui solo il sovvertimento e l'anti-natura diventano stilemi da seguire.
Guyotat sa il fatto suo, però. Perchè nessuno ha mai detto che la letteratura debba divenire giochino per menti afflitte e insicure, ed ecco così il Vitello grasso e d'oro agghindato da matrona drag queen nelle assolate e desertiche escrescenze dell'Africa settentrionale, dove francesi e algerini si impegnano a trasformare ogni metro di terreno in un mattatoio di sangue, bombe, lingue di fuoco, tortura e sessualità deviante. Un baby-prostituto algerino sballottato di coltello in coltello, di cazzo in cazzo, umiliato, devastato, violentato e mercificato, scivola nella corrente di un linguaggio torrenziale e contorto, un magma ribollente di screziata consistenza linguistica, elaborata e casuale la lingua come punta di penna-coltello da intingere nel sangue e nelle frattaglie.
Sesso e violenza, razzismo, omosessualità duvertiana di ragazzini scosciati negroidi al punto giusto per sollazzare l'impeto carnale di un qualche intellettuale francese, la morte, il disonore, la devastazione e le case crivellate da bombe estetiche da atrocità ballardiana, sullo sfondo un tramonto intessuto di suggestioni alla Bataille, Artaud, Sade, e poi in filigrana Burroughs e Ginsberg e l'abisso che scende fin dentro il ghiaccio dell'inferno.
Eccolo l'Eden, non giardino ma confusa oasi illuminata dal sole del deserto, non palmizi ma orifizi da penetrare, e il buon selvaggio che da Rousseau passa direttamente tra le pagine di un Boyd MacDonald arrapato e satanico. Si, satanizzato come un Sade apodittico, lumi e mortalità infantile, fame. Questo è un libro che definire particolare sarebbe riduttivo e criminale; se consideriamo che venne bandito dalla tollerante Francia, in cui è virtualmente possibile pubblicare di tutto. Scomparse tra il 1970 e il 1981, per poi ricomparire a seguito della edizione inglese. Va detto che Guyotat è autore dell'altrettanto controverso "Tomb for 50.000 soldiers", anche se ultimamente si è spostato su lidi di ancor maggiore sperimentalismo linguistico rendendo i contenuti brutali e violenti decisamente larvati. Quasi un rumore di fondo capace di ricordarci quanto sia potente l'odio.

mercoledì 16 aprile 2008

Slob


Ogni sette anni, quasi fosse una ciclica maledizione culturale, l’industria editoriale “scopre” la narrativa di genere, dando il via ad una massiccia campagna di pubblicazione di testi horror, fantascientici e fantasy; si rovista tra i forniti cataloghi stranieri, in prevalenza angloamericani, alla ricerca di qualche bestseller nascosto e assai più spesso preferendo importare interi filoni contro-culturali che abbiano già dato buona prova (in termini commerciali, ovvio…) nei loro paesi di origine. Non è un caso che cyberpunk e splatterpunk e dark new wave siano approdati a pizzaland quando in America erano già defunti e decomposti, archiviati sotto la voce “reperti del passato” nell’immaginario Museo delle tendenze letterarie.
La nostra endemica capacità di arrivare sempre secondi, azzimata e celebrata dai capitalisti della editoria generalista, ha affondato ogni possibililità di una via tutta italiana alla narrativa di genere, confinando e relegando l’Italia a mera provincia dell’Impero; nulla di nuovo sotto il sole, non fosse altro che queste ondate di import furioso determinano il tracollo delle piccole e medie case editrici specializzate da anni in narrativa fantastica o horror, e che si vedono scavalcate dalla potenza mediatica e di invasione delle librerie tipicamente ascrivibili ai colossi dell’editoria. Le elementari leggi della economia insegnano che una saturazione del mercato determina, sul lungo o sul breve periodo, un riflusso organico, con una decadenza assoluta della richiesta; e quindi mentre le grandi case editrici, una volta smesso di trarre profitto, abbandoneranno il giocattolo nuovo passando a qualche altro sollazzo, le piccole specializzate rimarranno a raccogliere i cadaveri e i feriti dal terreno.
Altro problema è che mentre una piccola casa editrice specializzata può contare su serietà, passione e notevole conoscenza del settore, le grandi multinazionali del libro, puntando solo alla vendita e ben poco alla qualità del testo importato, finiscono per immettere in circolazione delle autentiche porcate a fianco di capolavori; questa alternanza caotica finisce per diseducare il lettore medio, e soprattutto per dargli una immagine plastica e artefatta della narrativa di genere.
Fu proprio durante l’ultima di queste crisi settennali, ricorrente tra la fine degli anni novanta e i primi del duemila, che l’Einaudi (lungi fino a qualche tempo prima dal proporre libri horror, noir o di fantascienza) decise di dare alle stampe, insieme ad un mucchio di autentica spazzatura, uno dei testi più interessanti e brutali del Nuovo Horror americano; mi riferisco a SLOB di Rex Miller.
Slob è un libro del 1987. Ho già detto del ritardo congenito con cui da noi arriva tutto , ma sottolineo quella data perché negli USA corrisponde al periodo di massima espansione della cultura splatterpunk, l’horror ultraviolento e sessualizzato, in cui si evitano accuratamente gli stilemi classici della narrativa della paura e si va dritti per una strada di sesso bollente, serial killer e frattaglie.
Slob non è un libro facile. Il suo autore, Rex Miller, dj radiofonico, arriva dalla ventosa Chicago, che negli anni si è fatta conoscere come Mecca della cultura deviante statunitense, ospitando la Mike Hunt Publishing, la Fiera dell’Estremo, il cineasta Mark Hejnar, Peter Sotos, Steve Albini, e altre decine di pazzoidi ben assortiti, tra cui le superstar del delitto seriale Jack Eyler e John Wayne Gacy. Nel libro, finiscono sparate più che suggestioni underground tutte le pillole schizoidi che compongono la spina dorsale della cultura popolare americana; un incubo gotico urbano, incentrato sulle gesta assassine di un mostruoso serial killer, Chaingang Bunkovski, ex specialista dell’esercito, assassino prezzolato, psicopatico, gigantesco ammasso di muscoli e lardo sparato fuori direttamente dalle viscere infernali della guerra del Vietnam.
Bunkovski esercita la pratica della guerra totale su suolo americano, seleziona le sue vittime, ragazze sole, intere famiglie, casalinghe, le violenta, le tortura, le brutalizza e poi le ammazza in modo orribile, lasciandosi dietro nella desolazione metropolitana dei sobborghi di Chicago una lunga scia di sangue. Le descrizioni dei crimini sono vivide, dettagliate, Miller non risparmia in crudeltà ed efferatezza, passando di pagina in pagina attraverso una versione demoniaca di Moby Dick, in cui la Balena Bianca-serial killer finisce per incarnare la Nemesi di un Achab molto particolare, il detective alcolista e iper-frustrato Jack Eichord. Riprendendo un topos caro alla letteratura noir americana, quello del protagonista anti-eroe in cerca di riscatto e redenzione, Miller lo ricontestualizza in questo affresco di morte e carnalità omicida; così Eichord, alle cui investigazioni si interseca il punto di vista del serial killer, passa le sue giornate alla ricerca del segreto della felicità, con un alcolismo imperante, una famiglia distrutta alle spalle, una vita alla deriva senza apparente soluzione, eppure questo fallito chiamato a sconfiggere l’incubo abbattutosi su Chicago finisce con l’essere meno interessante del suo alter-ego criminale.
Non c’è dubbio, il vero protagonista, la star assoluta, è proprio l’orrendo Chaingang; serial killer spietato e incredibilmente brutale, ma non ritagliato nel cartone come potrebbero essere un Jason o un Michael Myers. Miller spende diverse pagine a delineare una credibile psicologia di questo gigante, e anche quando lo immerge nelle sue azioni omicidiarie non abdica all’intento di proseguire nel delineare una personalità credibile e tutto sommato affascinante.
Per 252 pagine si finisce con la testa sotto il fango, in apnea. Si seguono le investigazioni, gli omicidi (tutti descritti nel minimo particolare), la vita di Eichord e il passato di Chaingang; un calderone ribollente, e purulento, di morte, necrosi delle passioni, misoginia assassina, tortura, periferie metropolitane in cui germina l’isolazionismo compulsivo della società moderna (ma nel libro non ci sono tentazioni di becera bassa sociologia), umorismo cinico ed ultravioletto.
Un libro decisamente da avere.

giovedì 10 aprile 2008

Neuronia


La prima cosa che noti all'interno dell'inquadratura è il bagliore neon, così bianco puro, asettico, così algido ed irreale, di una bellezza quasi chirurgica.
Fatichi a mettere a fuoco i particolari, hai bisogno di sforzare gli occhi e di imporre loro un'analitica esplorazione attraverso quella spettrale aura che riverberandosi sulle pareti produce variazioni cromatiche argenteo-grigiastre. Potrebbe trattarsi di una corsia d'ospedale, di una sala operatoria o di un laboratorio chimico.
Poi.
Un campo lungo obliquo risolve l'impasse, denudando i contorni della stanza; sottili acquari dentro cui nuotano carpe ambrate, globi violacei che irrorano di una nuova imprevista luminescenza l’intero ambiente, alcuni pannelli di plexiglas (ne conti cinque, sfondo blu-ghiaccio, caratteri gotici rossi che compongono la scritta GINZA), una ragazza dai tratti orientali. Molto giovane. Lunghi capelli neri sciolti sulle spalle.
E' nuda. E legata.
Cavi elettrici introdotti nel solco delle natiche risalgono su verso il folto pelo pubico, superano la vagina e proseguono fino al ventre dove si fondono con intricati giochi di funi. Il seno, sodo e proporzionato, risulta piacevolmente messo in risalto dagli stretti nodi delle corde. Ha i capezzoli eretti.
E' coperta da una eccitante patina di sudore e circondata, interamente circondata, dal lucore neon che trasfigura i suoi lineamenti e che la rende simile ad un martire dell'iconografia cristiana. Un impercettibile movimento dei legacci la costringe ad assumere una postura marziale col busto dritto come un fuso e i bei seni in fuori e vedi il suo sguardo intenso languido sensuale attrraversare le dimensioni sfalsate della stanza e raggiungere direttamente il tuo cervello.
Un brivido di piacere ti percorre la spina dorsale mentre neuroni e sinapsi comandano al tuo cazzo di irrigidirsi, e senti l'adrenalina entrare in circolo nel tuo corpo.
E' una sensazione soffocante, claustrofobica eppure piacevole. Estasi sopraggiunta dopo un attacco di panico.
Adesso.
La ragazza viene issata sul soffitto da una invisibile carrucola, i seni si gonfiano e minacciano di esplodere, la vagina aperta e docile è sovrastata da un intreccio di cavi serpentiformi.
Un piacere primordiale che non sapresti descrivere con le parole accompagna la mutazione della scena. Lei ormai ha le gambe piegate all'indietro a formare un imperfetto angolo di quarantacinque gradi.
Che cosa rappresenta quell'espressione dipinta sul suo volto?
Dolore?
Paura ?
Godimento ?
Insofferenza ?
Mentre cerchi di razionalizzare una risposta capace di placare il frenetico battito del tuo cuore, una dissolvenza inghiotte l'esercizio di bondage artistico lasciandoti solo, muto, allibito.
Effetto neve. Scariche di energia elettrostatica sullo schermo.
Premi il tasto di avanzamento veloce fino a quando vedi comparire una giovane donna giapponese in tenuta da scolaretta.
E' in ginocchio.
Ai suoi lati, due ordinate file di uomini nudi con le teste fuori campo avanzano inesorabilmente verso di lei, puntano alla sua faccia masturbandosi freneticamente.
Il primo fiotto di sperma cade sinuoso sul volto sorridente dell'attrice, lambisce la sua bocca spalancata e s'infrange poco sotto il naso.
E' solo l'inizio.
I peni eiaculano a ripetizione inondando di vischiosa resina bianchiccia i lineamenti della fanciulla. Un fiume che scompagina ogni possibile resistenza, occupa orifizi, scroscia a terra con un monotono rumore di acqua che batte sulle grondaie. Lei rimane lì, lecca, succhia, beve e la sua lingua rapace e veloce netta le labbra dalle piccole perle che scivolano sul mento e sull'uniforme.
Senza alcun preavviso, viene sovraimpressa alla scena una scritta lampeggiante.
GINZA BUKKAKE.
Leggi, ma in realtà i tuoi occhi stanno scavando solchi tra le lettere per catturare ogni singolo fotogramma e per imprimere nell'iride l'immagine di una grazia femminile esaltata e resa ancor più viva potente evocativa dal magma di sperma.
La ragazza sorride, un sorriso impastato di secrezioni corporee.
Ti piace pensare che simile ad uno stampo lo sperma rappreso possa catturare quel sorriso ed eternarlo.
Sarebbe grandioso.
Intanto il tuo cazzo continua a pulsare inascoltato dentro la mano destra.
Poi la visuale della camera da presa sfuma annullando il filmato in un nero che ha dell'assoluto.
Rimani immobile. Col fiato corto.
L’immaginario schermo partorito pochi minuti prima dal tuo cervello, quando hai varcato la soglia del bagno e ti sei seduto sul water con mutande e pantaloni slacciati e abbassati alle caviglie, è spento.
Potresti riavvolgerlo questo nastro di cui sei regista, sceneggiatore, produttore ed unico spettatore. Selezionare le scene più vivide posizionando in pausa. Rivivere le emozioni. In fondo, hai ancora tutto nella testa.
Però non lo fai.
Non lo fai perchè hai capito.
Stimoli assorbiti sufficienti a spianare enormi autostrade di lussuria circolano liberi nei tuoi neuroni.
Finalmente hai capito che la vera eccitazione è nella mente che immagina.

lunedì 7 aprile 2008

Timeless - Madness becomes method


A breve si aprono i pre-ordini per il nuovo TIMELESS, datevi una regolata
alcuni autori ospitati :
ART -

Peter Christopherson , Martin of Holland , Angelo, Beatrice Cussol , Martha Colburn , Otto , Eric Hurtado (Etants Donné) , Savage Pencil , Lionel Darque , Jonas , Cameron Jamie , Loulou Picasso , T5dur , ESDS , Tisbor , Trevor Brown , Mikko Aspa , Pyon , Jankowski , Lionel Darque , Gea , Stephane Blanquet , Romain Slocombe , Jean Pierre Le Boul'ch , Fredox , Michael Williams (Eyehategod) , Gaspar Noé , Stu Mead.

TEXTS
Dennis Cooper , Bruce Benderson , Jordi Valls , Gaspar Noe , Romain Slocombe , Michael Williams for Eyehategod , Greg Scott for Bloodyminded

Peter Sotos, Julien Carreyn
CONTATTI e INFO :

Tre Scalini


( Foto di Anna Benedetto http://www.flickr.com/photos/hannabi)



Mi domando; dove siete ?
Squadrato come una fortezza Bastiani ma senza insurgenze tartare ammuffite tra le acque limacciose di un Tevere che ha smesso di essere biondo, screziato forse di meches a base di topi e merda, limacciosi i flutti si confondono alle correnti, al catrame e al traffico che strombazza tutto attorno, ecco a voi l’imponente edificio che separa topograficamente e legalmente i probi dai rifiuti sociali.
Via della Lungara tra dossi e avallamenti, e semafori e palazzi rinascimentali di una Roma padrona ormai addormentata e addomesticata dalla burocrazia che ne ha fatto Disneyland turistica, e dall’altro lato, altra sponda di sagace conformazione lo scempio di una Ara Pacis frettolosamente addobbata nel nome delle Pubbliche Relazioni da un Sindaco Voyeur, e il circolo Ufficiali e livree e foresterie e ministeri e la Corte di Cassazione con statue marmoree di insigni giuristi di epoca classica e la Sinagoga e la scuola ebraica, autobus, cielo livido basso incupito sugli odori di un mondo perduto.
Dove siete?
Lo ribadisco mentalmente, in un ideale smunto consuntivo che debbo porre a me stesso nell’istante stesso in cui varco quel portone; breve permanenza, ma abbastanza lunga da importi un confronto coi tuoi dubbi e con gli incubi. Metaforica acqua sale alla gola, sparandoti ad alzo zero contro tutto un vortice di rapide sensazioni; dolore, sofferenza, spossatezza, quasi una letargia dei sensi che si fa ben presto isolamento e deprivazione.
Istituzionalizzazione, strepitano i soloni agghindati della criminologia. La dignità la si può lasciare fuori dal portone, tanto nessuno verrà a reclamarla; inutile, controproducente, come quegli odori forti, pungenti e speziati che arrivano in volute e spirali dalla strada assediando le finestre sbarrate. Il volo dei gabbiani, ed i loro versi sgarbati, striduli; nulla che vada bene, nulla che confaccia allo stato d’animo presente.
Non è più tempo di stanze di costrizione, di pestaggi furiosi e isolamento barbaro alla Alcatraz, ma fa un suo effetto trovarsi davanti l’intero complesso dagli intonaci scrostati, anzi peggio, fa venire le vertigini esserne dentro proprio come Giona nel ventre della Balena; l’istituzionalizzazione, se la prendete e la cavate via dai pomposi tomi su cui tonnellate di figli di papà si formano, non è altro che un esilio interiore, una cacciata dall’Eden della rispettabilità sociale. E tu sconti quel senso immane di desolazione, come un Caino abbandonato da Dio e che cieco e furioso e dolorante deve prendere la via della fuga; vaghi senza una meta nel profondo della tua anima, e mentre senti il cigolio e poi il clangore del pesante cancello di ferro che ti si chiude alle spalle ecco che un groppo ti serra la gola ed inizi a respirare con fatica. Hai gli occhi lucidi, un gran mal di testa, e ogni rumore è amplificato, ti fa male e ti si sedimenta nelle orecchie. Come l’eco della dannazione.
Avevi detto; meglio regnare all’inferno che servire in paradiso. Eppure adesso saresti disposto a strisciare fuori e a riassoporare quella vita apparentemente banale ed insulsa: un clamoroso caso di rivalutazione postuma.
Muore la libertà, viva la libertà.
Prima che era mai? Una fila all’ufficio di collocamento, un esame all’università, un qualche rituale mondano di socializzazione, una relazione sentimentale più o meno logorata dal tempo, una uscita frettolosa con gli amici, la militanza politica, esistenza randagia e confusa. Adesso, anche la più merdosa di quelle cose scintilla come un faro durante una tempesta; ne avverti la luminosità, il calore, il senso di sicurezza.
A volte è l’assenza a confermare la presenza.
E ti vortica e rotea tutto nella testa, vorresti gridare o piangere ma ti sei imposto, o meglio hai imposto alla tua devastata fisiologia, di resistere il più possibile, di non stramazzare subito, perché la via dolorosa è ancora tragicamente lunga.
Vorresti che parenti, amici, semplici conoscenti fossero qui, ad infonderti un minimo di conforto, con le loro chiacchiere vane ed altrimenti insulse; sei spogliato del tuo essere uomo, immatricolato, incasellato, etichettato e spedito dove altri tuoi simili stazionano da tempi più o meno lunghi. Gergo e burocrazia spersonalizzano; nessun cartello “il lavoro rende liberi”, ma d’altronde qui non troverai né lavoro né libertà né la morte che possa fungere da pietoso surrogato della liberazione.
Sospensione perenne in condizione di non-vita, la sensazione di essere tumulato in una di quelle tombe etrusche aperte a ventaglio tra Lazio e Toscana, col tempo inesorabile a scorrere e le ossa macinate, poi un giorno al posto dell’uomo in blu ecco spuntare la testolina di un turista ai cui occhi apparirai tanto buffo e solenne quanto un graffito rupestre.
Sai che sei solo. Ma non c’è beatitudine in questa solitudine, non l’hai scelta, né voluta, né ancora accettata; dicono non la si debba accettare, perché l’assuefazione è veloce e letale. Solo con una imperativa resistenza mentale ed esistenziale puoi sperare di uscirne vivo.
Chi sei? Ecco la vera domanda. Si, ecce homo; tu stesso portato al cospetto di una folla rabbiosa, e lascia in pace, dimentica parenti, amici, conoscenti, l’avvocato che ha fatto promesse ed illazioni e che invece, ad un certo punto, capisci aver lavorato ai fianchi i tuoi genitori affincè continuassero fiduciosi a versare il suo onorario. Sei completamente solo, in balia di una folla che ha i suoi codici, i suoi parametri, elaborati tutti nella cattività e nelle sale umide e buie di questo posto.
La modernità qui è parola sconosciuta. Intendiamoci, non si è ai Piombi né nelle segrete di Castel Sant’Angelo; il comma terzo dell’art 27 della Costituzione non è stato certo scritto a caso. E che poi certe rieducazioni siano de facto impedite dal sovraffollamento, dagli spazi assurdamenti contenuti, dalla atomizzazione del vivere istituzionalizzato, dagli ordini e dalle pratiche, bè quella è questione di minor rilevanza; l’importante è che i detenuti possano avere la loro razione di televisione.Ad essere sinceri, quella più che rieducazione suona come un patetico tentativo di riprogrammazione, robe staliniste e maoiste di campi di lavoro e di rivoluzioni culturali, solo che al posto del dogma socialista adesso ti ritrovi le Marie de Filippi e i Costanzosciò di varia caratura, ed i tuoi compagni forzati si accapigliano in sfide, scommesse e sollazzanti pernacchie.
Il fetore è lancinante. Come una cortocircuitazione larsen innestata direttamente nelle narici, ti scuote, ti fa soffrire, ti deprime; e poi avresti solo bisogno di calma e silenzio, ed invece quella scatola infernale continua a gracchiare senza fermarsi mai.
Già, chi sei?
Lo stesso interrogativo abissale che si poneva Carl Schmitt.
Non so lui come ce l’abbia fatta; la cultura è un’arma a doppio taglio, perché fino ad un certo punto ti eleva e ti innalza, ma poi c’è una ricaduta come in tutte le convergenze psicotrope non richieste ed allora ti ritrovi con la testa tra le mani, ansioso, boccheggiante, luridamente proteso ad inalare la poca aria che arriva dalla Lungara.
Certe volte senti persino le voci. Non quelle tue di impazzimento furioso; le voci lontane ed echeggianti di coppie che si incamminano sul Gianicolo o sulla Lungara, non sai mai se siano vere voci o illusioni partorite dal tuo ricordo di quando eri libero e passeggiavi per quei paraggi.
Schmitt se ne era stato in una cella singola, isolato e schernito ed interrogato; ma fondamentalmente lasciato in pace. Senza quegli afrori da terzo mondo che costituiscono ossatura portante della istituzionalizzazione multirazziale, senza quelle brande imputridite ed umide, senza tossici boccheggianti o marocchini puzzolenti. Era rimasto un uomo di cultura, alle prese con quesiti certo immani ma che era possibile tenere sotto controllo.
Qui invece, vorrei davvero credere che Tief e Grund nietzschani abbiano una qualche chance di manifestarsi imperiosi, dominando la scena da quadretto gotico; una ricerca esoterica protesa alla definizione della rinascita. Ed invece la puzza dei cessi, il fetore delle brande e delle cucine mi riportano coi piedi per terra.
Non vedo nulla di ascetico in questa fraternizzazione coatta di reciproche miserie, al massimo un caritatevole esercizio di pietà cristiana; empatia come forma estrema di contaminazione. Ora, non per fare davvero l’anticristiano ad ogni costo ma nell’hic et nunc carcerario abbonda il disfacimento del proprio essere; che ciò avvenga ai piedi di una croce ricontestualizzata credo proprio non sia dato incidentale.
Sovvengono alla mente le paradossali, ma poi nemmeno tanto, invocazioni proposte da Meister Eckart; prego Dio affinchè mi liberi da Dio. Sostituite la parola Dio con Speranza e avrete un dettagliato, preciso, analitico indice della mia disperazione; la speranza uccide e corrode, come il cristianesimo. Quoddam indistinctum, quod sua indistinctione distinguitur !
Avere nel cuore il pur minimo briciolo di speranza significa andare incontro alla piena dissoluzione; la vita diventa lotta, artigliata con i denti e con le unghie, conquistata metro per metro, secondo dopo secondo. Non attesa di una qualche celeste discesa salvifica.
“A 6000 piedi al di sopra del mare e molto più in alto di tutte le cose umane!”; come vorrei poter dire lo stesso. Come vorrei avere avuto la chance che in effetti ebbe Nietzsche. Disprezzo e rancore per l’umanità ne ho pure io, ma dico e ammetto che in questo contesto a poco servirebbe il disprezzo. C’è un cristianesimo rappreso in tutto, e non solo nelle messe domenicali; c’è cristianesimo nel fare a se stessi quello che si sarebbe voluto fare agli altri. La propria apparente vittoria diventa sconfitta.
L’isolamento nella cella, quando arrivi e non puoi comunicare con nessuno perché rischieresti di contaminare la validità dei seguenti interrogatori, è il momento peggiore; il momento in cui l’anima ti si vomita fuori agghindata come Arlecchino a carnevale, solo che al posto delle pezze variopinte ti servono una focaccia spianata di merda.
Arrivi dal caos della vita esterna e piombi a capofitto nella tenebra dell’isolamento più serrato, lo scarto è enorme, lancinante; versi le prime timide lacrime, dove nessuno può vederti. E ad essere sinceri non te ne fregherebbe nulla nemmeno se potessero vederti. Piangere è perfettamente naturale. Non hai altra scelta.
Si, vorresti essere al posto del Viandante nel dipinto di Friedrich, innalzato sopra oceani di nebbia, titanicamente proteso verso un Assoluto che cresce come un mare in tempesta; ed invece sconti le ore ed i giorni nella penombra autunnale, non hai libri, riviste, giornali, solo una consunta copia della Bibbia. Ti perseguita quel libro dannato, con le sue storie di speranza, patto e promessa; e ti sembra tutta una clamorosa presa in giro, perché non vuoi essere redentore di nessuno, non hai chiesto un martirio ad personam, vorresti solo essere lasciato in pace.
Capita che qualcuno ogni tanto, sopraffatto dall’angoscia e dal senso di smarrimento, incapace di comprendere i meccanismi vitali che regolano la Fortezza Bastiani del Lungotevere, tenti con alterni risultati di ammazzarsi. Ma è difficile, perché nelle celle di isolamento non hai materiali utili per l’intento e nelle celle stesse ci sono i compagni e le guardie a prevenire certi istinti; la morale diventa che non si è padroni nemmeno del proprio corpo, non se ne può disporre. La volontà si calcifica, e poi scompare nelle memorie di una archeologia del dolore.
In isolamento, pensi; pensi a tutto, dall’alta filosofia alla tua voglia di uscire, cerchi di evitare come nei paradossi zen di arrivare ad immaginare scene felici ed allegre, perché sai che ti rovinerebbero la giornata. Ma è difficile pure questo, un po’ come l’ammazzarsi.
In carcere tutto è difficile.
Basta pensare alle richieste che nel confuso gergo dei detenuti diventano “domandine”; domandine da inoltrare al Direttore, al magistrato di sorveglianza, per ottenere un libro, un permesso di lavoro esterno o per andare al funerale della madre morta. Un termine che indica un regresso simbolico e concettuale preciso, il detenuto diventa un bambino, incapace di decidere autonomamente, privo di sfera personale, di proprietà privata, di privacy; deve essere comandato e gerarchizzato, secondo moduli procedimentali schiettamente asimmetrici. Ecco allora la domandina, nascondere poi una variegata realtà di elementi vitali; dici domandina, intendi speranza allo stadio terminale.In isolamento, puoi dire di non essere ancora entrato nell’atmosfera della Fortezza; nessun contatto visivo e fisico con gli altri internati, nessuna possibilità di proporre domandina, negato accesso alle (poche) comodità escogitate per indorare la pillola a chi si sfracassa di noia quotidianamente. In isolamento non esiste noia, perché non esiste tempo da ingannare; le ore diventano secondi ed i secondi si fanno giorni, niente luce se non una lampada irreale che rende impossibile dire se fuori, all’aria aperta, sia giorno o notte, se faccia caldo e freddo. I vestiti ti si incollano addosso, come i tuoi stessi odori. La barba si allunga. Come le ombre nel profondo della tua mente.
Intanto nel ventre cavo della Fortezza, un immaginario comitato di benvenuto ti sta segretamente valutando, per decidere cosa fare di te; il motivo per cui sei entrato vale parecchio. E poi potrebbe essere che vi sia qualcuno che conosci e che metta una buona parola per te, risultando magari più efficace dell’avvocato che fuori sta imbrattando carte nel tuo nome. Una giustizia veloce, spietata, senza tanti fronzoli formali. Altro che frenologia e scienza comportamentale, i Nostradamus coatti sanno magnificamente prevedere se uno è un infame, un debole, un idiota e se creerà problemi, o se al contrario si integrerà in quella fabbrica di deprivazione.
Quando esci dall’isolamento, hai due strade davanti a te; entrare subito in sintonia con le persone con cui condividerai lo spazio vitale oppure girare al largo alla ricerca di una improbabile solitudine che però nella maggior parte dei casi viene interpretata come scortesia o come ostilità. Varcare la soglia della cella è un po’ come il momento della verità di un esame universitario, quando scopri quale assistente ti è capitato in sorte. Un momento drammatico, e ricco di implicazioni emotive. Perché tu non sai nulla di loro, e loro invece sanno tutto di te.
I detenuti che bulleggiano e opprimono generalmente sono gli stranieri, avvinti dai loro codici tribali sovrapposti all’etica della Fortezza; al contrario gli Italiani, se li rispetti e li tratti con un certo grado non dirò di ossequio ma di umanità e di normalità, saranno ben lieti di accogliere la educanda pecorella smarrita. A meno che non siano tossici svalvolati, ovvio.
Non esiste una vera gerarchia carceraria, ma certamente esistono realtà esterne che finiscono col riprodursi anche dentro; bande, circoli, legami filiali e parentali, che tendono come una ragnatela a separarti dalla piena integrazione. Un po’ come il circolo della fiducia, loro ne sono dentro in automatico, tu per entrarci dovrai penare e attendere. Tutto sommato, la possibilità di scambiare quattro chiacchiere allevia il peso della noia; e non è assolutamente facile calibrare le dimensioni, le parole, dopo che si sono trascorsi giorni e giorni nel silenzio e nella tenebra. C’è una vertigine abissale a farti ronzare i polmoni quando per la prima volta ti rivolgi ai tuoi compagni.
Adesso hai anche diritto a vedere il cielo, durante i camminamenti circolari che qualcuno chiama “ora d’aria” e che rappresentano una lugubre parodia delle passeggiate che avvengono fuori dalle mura, in quella stessa area; sul Gianicolo varie coppiette cinguettano, si abbracciano e si baciano promettendosi fedeltà e amore eterno, qui invece si va alla deriva, camminando senza orientamento né meta, come naufraghi dell’esistenza alle prese col dolore della quotidianità.
La vita non ha altro senso se non in se stessa. Una sfida a trovare motivazioni, una lotta contro l’abbrutimento, ti chiedi perché andare avanti e non sai risponderti, vai avanti per mera fisiologia, solo perché è più arduo porre un termine che non il contrario. Spegnere la volontà affinchè la morte non abbia nulla di terribile, per dirla alla Schopenauer, è un esercizio di metodica e scientifica crudeltà, e non tutti ne sono o sarebbero capaci.
Vivi perché devi vivere. Perché così ordina l’istituzione penitenziaria. Ammazzarsi è contro il regolamento.
Non è una bella cosa, ma d’altronde sono poche le cose degne di essere definite “belle” qui dentro. Sai che dovrai toccare il fondo, e poi prendere a scavare; non per evadere metaforicamente, ma almeno per appropriarti dei tesori nascosti dell’esistenza, facendo appello ad energie che ignoravi persino di avere.
Quando uscirai non sarai un uomo migliore.
Quando uscirai, vedrai il mondo con occhi differenti, e capirai che con le dovute proporzioni siamo tutti prigionieri. Il cancello si chiuederà fragorosamente e tu prenderai un ampio respiro, come se dovessi gettarti in apnea; la vertigine tornerà, non sei più abituato allo strepitare delle scolaresche, agli strombazzamenti, al caos cittadino. Alcuni vomitano, si sentono male. E li capiscono benissimo.
Alle spalle rimane la sagoma della Fortezza. Nonostante porti il nome di una Madonna, di santità se ne vede e trova poca.
Di martirio invece, quanto ne volete.