giovedì 10 aprile 2008

Neuronia


La prima cosa che noti all'interno dell'inquadratura è il bagliore neon, così bianco puro, asettico, così algido ed irreale, di una bellezza quasi chirurgica.
Fatichi a mettere a fuoco i particolari, hai bisogno di sforzare gli occhi e di imporre loro un'analitica esplorazione attraverso quella spettrale aura che riverberandosi sulle pareti produce variazioni cromatiche argenteo-grigiastre. Potrebbe trattarsi di una corsia d'ospedale, di una sala operatoria o di un laboratorio chimico.
Poi.
Un campo lungo obliquo risolve l'impasse, denudando i contorni della stanza; sottili acquari dentro cui nuotano carpe ambrate, globi violacei che irrorano di una nuova imprevista luminescenza l’intero ambiente, alcuni pannelli di plexiglas (ne conti cinque, sfondo blu-ghiaccio, caratteri gotici rossi che compongono la scritta GINZA), una ragazza dai tratti orientali. Molto giovane. Lunghi capelli neri sciolti sulle spalle.
E' nuda. E legata.
Cavi elettrici introdotti nel solco delle natiche risalgono su verso il folto pelo pubico, superano la vagina e proseguono fino al ventre dove si fondono con intricati giochi di funi. Il seno, sodo e proporzionato, risulta piacevolmente messo in risalto dagli stretti nodi delle corde. Ha i capezzoli eretti.
E' coperta da una eccitante patina di sudore e circondata, interamente circondata, dal lucore neon che trasfigura i suoi lineamenti e che la rende simile ad un martire dell'iconografia cristiana. Un impercettibile movimento dei legacci la costringe ad assumere una postura marziale col busto dritto come un fuso e i bei seni in fuori e vedi il suo sguardo intenso languido sensuale attrraversare le dimensioni sfalsate della stanza e raggiungere direttamente il tuo cervello.
Un brivido di piacere ti percorre la spina dorsale mentre neuroni e sinapsi comandano al tuo cazzo di irrigidirsi, e senti l'adrenalina entrare in circolo nel tuo corpo.
E' una sensazione soffocante, claustrofobica eppure piacevole. Estasi sopraggiunta dopo un attacco di panico.
Adesso.
La ragazza viene issata sul soffitto da una invisibile carrucola, i seni si gonfiano e minacciano di esplodere, la vagina aperta e docile è sovrastata da un intreccio di cavi serpentiformi.
Un piacere primordiale che non sapresti descrivere con le parole accompagna la mutazione della scena. Lei ormai ha le gambe piegate all'indietro a formare un imperfetto angolo di quarantacinque gradi.
Che cosa rappresenta quell'espressione dipinta sul suo volto?
Dolore?
Paura ?
Godimento ?
Insofferenza ?
Mentre cerchi di razionalizzare una risposta capace di placare il frenetico battito del tuo cuore, una dissolvenza inghiotte l'esercizio di bondage artistico lasciandoti solo, muto, allibito.
Effetto neve. Scariche di energia elettrostatica sullo schermo.
Premi il tasto di avanzamento veloce fino a quando vedi comparire una giovane donna giapponese in tenuta da scolaretta.
E' in ginocchio.
Ai suoi lati, due ordinate file di uomini nudi con le teste fuori campo avanzano inesorabilmente verso di lei, puntano alla sua faccia masturbandosi freneticamente.
Il primo fiotto di sperma cade sinuoso sul volto sorridente dell'attrice, lambisce la sua bocca spalancata e s'infrange poco sotto il naso.
E' solo l'inizio.
I peni eiaculano a ripetizione inondando di vischiosa resina bianchiccia i lineamenti della fanciulla. Un fiume che scompagina ogni possibile resistenza, occupa orifizi, scroscia a terra con un monotono rumore di acqua che batte sulle grondaie. Lei rimane lì, lecca, succhia, beve e la sua lingua rapace e veloce netta le labbra dalle piccole perle che scivolano sul mento e sull'uniforme.
Senza alcun preavviso, viene sovraimpressa alla scena una scritta lampeggiante.
GINZA BUKKAKE.
Leggi, ma in realtà i tuoi occhi stanno scavando solchi tra le lettere per catturare ogni singolo fotogramma e per imprimere nell'iride l'immagine di una grazia femminile esaltata e resa ancor più viva potente evocativa dal magma di sperma.
La ragazza sorride, un sorriso impastato di secrezioni corporee.
Ti piace pensare che simile ad uno stampo lo sperma rappreso possa catturare quel sorriso ed eternarlo.
Sarebbe grandioso.
Intanto il tuo cazzo continua a pulsare inascoltato dentro la mano destra.
Poi la visuale della camera da presa sfuma annullando il filmato in un nero che ha dell'assoluto.
Rimani immobile. Col fiato corto.
L’immaginario schermo partorito pochi minuti prima dal tuo cervello, quando hai varcato la soglia del bagno e ti sei seduto sul water con mutande e pantaloni slacciati e abbassati alle caviglie, è spento.
Potresti riavvolgerlo questo nastro di cui sei regista, sceneggiatore, produttore ed unico spettatore. Selezionare le scene più vivide posizionando in pausa. Rivivere le emozioni. In fondo, hai ancora tutto nella testa.
Però non lo fai.
Non lo fai perchè hai capito.
Stimoli assorbiti sufficienti a spianare enormi autostrade di lussuria circolano liberi nei tuoi neuroni.
Finalmente hai capito che la vera eccitazione è nella mente che immagina.

lunedì 7 aprile 2008

Timeless - Madness becomes method


A breve si aprono i pre-ordini per il nuovo TIMELESS, datevi una regolata
alcuni autori ospitati :
ART -

Peter Christopherson , Martin of Holland , Angelo, Beatrice Cussol , Martha Colburn , Otto , Eric Hurtado (Etants Donné) , Savage Pencil , Lionel Darque , Jonas , Cameron Jamie , Loulou Picasso , T5dur , ESDS , Tisbor , Trevor Brown , Mikko Aspa , Pyon , Jankowski , Lionel Darque , Gea , Stephane Blanquet , Romain Slocombe , Jean Pierre Le Boul'ch , Fredox , Michael Williams (Eyehategod) , Gaspar Noé , Stu Mead.

TEXTS
Dennis Cooper , Bruce Benderson , Jordi Valls , Gaspar Noe , Romain Slocombe , Michael Williams for Eyehategod , Greg Scott for Bloodyminded

Peter Sotos, Julien Carreyn
CONTATTI e INFO :

Tre Scalini


( Foto di Anna Benedetto http://www.flickr.com/photos/hannabi)



Mi domando; dove siete ?
Squadrato come una fortezza Bastiani ma senza insurgenze tartare ammuffite tra le acque limacciose di un Tevere che ha smesso di essere biondo, screziato forse di meches a base di topi e merda, limacciosi i flutti si confondono alle correnti, al catrame e al traffico che strombazza tutto attorno, ecco a voi l’imponente edificio che separa topograficamente e legalmente i probi dai rifiuti sociali.
Via della Lungara tra dossi e avallamenti, e semafori e palazzi rinascimentali di una Roma padrona ormai addormentata e addomesticata dalla burocrazia che ne ha fatto Disneyland turistica, e dall’altro lato, altra sponda di sagace conformazione lo scempio di una Ara Pacis frettolosamente addobbata nel nome delle Pubbliche Relazioni da un Sindaco Voyeur, e il circolo Ufficiali e livree e foresterie e ministeri e la Corte di Cassazione con statue marmoree di insigni giuristi di epoca classica e la Sinagoga e la scuola ebraica, autobus, cielo livido basso incupito sugli odori di un mondo perduto.
Dove siete?
Lo ribadisco mentalmente, in un ideale smunto consuntivo che debbo porre a me stesso nell’istante stesso in cui varco quel portone; breve permanenza, ma abbastanza lunga da importi un confronto coi tuoi dubbi e con gli incubi. Metaforica acqua sale alla gola, sparandoti ad alzo zero contro tutto un vortice di rapide sensazioni; dolore, sofferenza, spossatezza, quasi una letargia dei sensi che si fa ben presto isolamento e deprivazione.
Istituzionalizzazione, strepitano i soloni agghindati della criminologia. La dignità la si può lasciare fuori dal portone, tanto nessuno verrà a reclamarla; inutile, controproducente, come quegli odori forti, pungenti e speziati che arrivano in volute e spirali dalla strada assediando le finestre sbarrate. Il volo dei gabbiani, ed i loro versi sgarbati, striduli; nulla che vada bene, nulla che confaccia allo stato d’animo presente.
Non è più tempo di stanze di costrizione, di pestaggi furiosi e isolamento barbaro alla Alcatraz, ma fa un suo effetto trovarsi davanti l’intero complesso dagli intonaci scrostati, anzi peggio, fa venire le vertigini esserne dentro proprio come Giona nel ventre della Balena; l’istituzionalizzazione, se la prendete e la cavate via dai pomposi tomi su cui tonnellate di figli di papà si formano, non è altro che un esilio interiore, una cacciata dall’Eden della rispettabilità sociale. E tu sconti quel senso immane di desolazione, come un Caino abbandonato da Dio e che cieco e furioso e dolorante deve prendere la via della fuga; vaghi senza una meta nel profondo della tua anima, e mentre senti il cigolio e poi il clangore del pesante cancello di ferro che ti si chiude alle spalle ecco che un groppo ti serra la gola ed inizi a respirare con fatica. Hai gli occhi lucidi, un gran mal di testa, e ogni rumore è amplificato, ti fa male e ti si sedimenta nelle orecchie. Come l’eco della dannazione.
Avevi detto; meglio regnare all’inferno che servire in paradiso. Eppure adesso saresti disposto a strisciare fuori e a riassoporare quella vita apparentemente banale ed insulsa: un clamoroso caso di rivalutazione postuma.
Muore la libertà, viva la libertà.
Prima che era mai? Una fila all’ufficio di collocamento, un esame all’università, un qualche rituale mondano di socializzazione, una relazione sentimentale più o meno logorata dal tempo, una uscita frettolosa con gli amici, la militanza politica, esistenza randagia e confusa. Adesso, anche la più merdosa di quelle cose scintilla come un faro durante una tempesta; ne avverti la luminosità, il calore, il senso di sicurezza.
A volte è l’assenza a confermare la presenza.
E ti vortica e rotea tutto nella testa, vorresti gridare o piangere ma ti sei imposto, o meglio hai imposto alla tua devastata fisiologia, di resistere il più possibile, di non stramazzare subito, perché la via dolorosa è ancora tragicamente lunga.
Vorresti che parenti, amici, semplici conoscenti fossero qui, ad infonderti un minimo di conforto, con le loro chiacchiere vane ed altrimenti insulse; sei spogliato del tuo essere uomo, immatricolato, incasellato, etichettato e spedito dove altri tuoi simili stazionano da tempi più o meno lunghi. Gergo e burocrazia spersonalizzano; nessun cartello “il lavoro rende liberi”, ma d’altronde qui non troverai né lavoro né libertà né la morte che possa fungere da pietoso surrogato della liberazione.
Sospensione perenne in condizione di non-vita, la sensazione di essere tumulato in una di quelle tombe etrusche aperte a ventaglio tra Lazio e Toscana, col tempo inesorabile a scorrere e le ossa macinate, poi un giorno al posto dell’uomo in blu ecco spuntare la testolina di un turista ai cui occhi apparirai tanto buffo e solenne quanto un graffito rupestre.
Sai che sei solo. Ma non c’è beatitudine in questa solitudine, non l’hai scelta, né voluta, né ancora accettata; dicono non la si debba accettare, perché l’assuefazione è veloce e letale. Solo con una imperativa resistenza mentale ed esistenziale puoi sperare di uscirne vivo.
Chi sei? Ecco la vera domanda. Si, ecce homo; tu stesso portato al cospetto di una folla rabbiosa, e lascia in pace, dimentica parenti, amici, conoscenti, l’avvocato che ha fatto promesse ed illazioni e che invece, ad un certo punto, capisci aver lavorato ai fianchi i tuoi genitori affincè continuassero fiduciosi a versare il suo onorario. Sei completamente solo, in balia di una folla che ha i suoi codici, i suoi parametri, elaborati tutti nella cattività e nelle sale umide e buie di questo posto.
La modernità qui è parola sconosciuta. Intendiamoci, non si è ai Piombi né nelle segrete di Castel Sant’Angelo; il comma terzo dell’art 27 della Costituzione non è stato certo scritto a caso. E che poi certe rieducazioni siano de facto impedite dal sovraffollamento, dagli spazi assurdamenti contenuti, dalla atomizzazione del vivere istituzionalizzato, dagli ordini e dalle pratiche, bè quella è questione di minor rilevanza; l’importante è che i detenuti possano avere la loro razione di televisione.Ad essere sinceri, quella più che rieducazione suona come un patetico tentativo di riprogrammazione, robe staliniste e maoiste di campi di lavoro e di rivoluzioni culturali, solo che al posto del dogma socialista adesso ti ritrovi le Marie de Filippi e i Costanzosciò di varia caratura, ed i tuoi compagni forzati si accapigliano in sfide, scommesse e sollazzanti pernacchie.
Il fetore è lancinante. Come una cortocircuitazione larsen innestata direttamente nelle narici, ti scuote, ti fa soffrire, ti deprime; e poi avresti solo bisogno di calma e silenzio, ed invece quella scatola infernale continua a gracchiare senza fermarsi mai.
Già, chi sei?
Lo stesso interrogativo abissale che si poneva Carl Schmitt.
Non so lui come ce l’abbia fatta; la cultura è un’arma a doppio taglio, perché fino ad un certo punto ti eleva e ti innalza, ma poi c’è una ricaduta come in tutte le convergenze psicotrope non richieste ed allora ti ritrovi con la testa tra le mani, ansioso, boccheggiante, luridamente proteso ad inalare la poca aria che arriva dalla Lungara.
Certe volte senti persino le voci. Non quelle tue di impazzimento furioso; le voci lontane ed echeggianti di coppie che si incamminano sul Gianicolo o sulla Lungara, non sai mai se siano vere voci o illusioni partorite dal tuo ricordo di quando eri libero e passeggiavi per quei paraggi.
Schmitt se ne era stato in una cella singola, isolato e schernito ed interrogato; ma fondamentalmente lasciato in pace. Senza quegli afrori da terzo mondo che costituiscono ossatura portante della istituzionalizzazione multirazziale, senza quelle brande imputridite ed umide, senza tossici boccheggianti o marocchini puzzolenti. Era rimasto un uomo di cultura, alle prese con quesiti certo immani ma che era possibile tenere sotto controllo.
Qui invece, vorrei davvero credere che Tief e Grund nietzschani abbiano una qualche chance di manifestarsi imperiosi, dominando la scena da quadretto gotico; una ricerca esoterica protesa alla definizione della rinascita. Ed invece la puzza dei cessi, il fetore delle brande e delle cucine mi riportano coi piedi per terra.
Non vedo nulla di ascetico in questa fraternizzazione coatta di reciproche miserie, al massimo un caritatevole esercizio di pietà cristiana; empatia come forma estrema di contaminazione. Ora, non per fare davvero l’anticristiano ad ogni costo ma nell’hic et nunc carcerario abbonda il disfacimento del proprio essere; che ciò avvenga ai piedi di una croce ricontestualizzata credo proprio non sia dato incidentale.
Sovvengono alla mente le paradossali, ma poi nemmeno tanto, invocazioni proposte da Meister Eckart; prego Dio affinchè mi liberi da Dio. Sostituite la parola Dio con Speranza e avrete un dettagliato, preciso, analitico indice della mia disperazione; la speranza uccide e corrode, come il cristianesimo. Quoddam indistinctum, quod sua indistinctione distinguitur !
Avere nel cuore il pur minimo briciolo di speranza significa andare incontro alla piena dissoluzione; la vita diventa lotta, artigliata con i denti e con le unghie, conquistata metro per metro, secondo dopo secondo. Non attesa di una qualche celeste discesa salvifica.
“A 6000 piedi al di sopra del mare e molto più in alto di tutte le cose umane!”; come vorrei poter dire lo stesso. Come vorrei avere avuto la chance che in effetti ebbe Nietzsche. Disprezzo e rancore per l’umanità ne ho pure io, ma dico e ammetto che in questo contesto a poco servirebbe il disprezzo. C’è un cristianesimo rappreso in tutto, e non solo nelle messe domenicali; c’è cristianesimo nel fare a se stessi quello che si sarebbe voluto fare agli altri. La propria apparente vittoria diventa sconfitta.
L’isolamento nella cella, quando arrivi e non puoi comunicare con nessuno perché rischieresti di contaminare la validità dei seguenti interrogatori, è il momento peggiore; il momento in cui l’anima ti si vomita fuori agghindata come Arlecchino a carnevale, solo che al posto delle pezze variopinte ti servono una focaccia spianata di merda.
Arrivi dal caos della vita esterna e piombi a capofitto nella tenebra dell’isolamento più serrato, lo scarto è enorme, lancinante; versi le prime timide lacrime, dove nessuno può vederti. E ad essere sinceri non te ne fregherebbe nulla nemmeno se potessero vederti. Piangere è perfettamente naturale. Non hai altra scelta.
Si, vorresti essere al posto del Viandante nel dipinto di Friedrich, innalzato sopra oceani di nebbia, titanicamente proteso verso un Assoluto che cresce come un mare in tempesta; ed invece sconti le ore ed i giorni nella penombra autunnale, non hai libri, riviste, giornali, solo una consunta copia della Bibbia. Ti perseguita quel libro dannato, con le sue storie di speranza, patto e promessa; e ti sembra tutta una clamorosa presa in giro, perché non vuoi essere redentore di nessuno, non hai chiesto un martirio ad personam, vorresti solo essere lasciato in pace.
Capita che qualcuno ogni tanto, sopraffatto dall’angoscia e dal senso di smarrimento, incapace di comprendere i meccanismi vitali che regolano la Fortezza Bastiani del Lungotevere, tenti con alterni risultati di ammazzarsi. Ma è difficile, perché nelle celle di isolamento non hai materiali utili per l’intento e nelle celle stesse ci sono i compagni e le guardie a prevenire certi istinti; la morale diventa che non si è padroni nemmeno del proprio corpo, non se ne può disporre. La volontà si calcifica, e poi scompare nelle memorie di una archeologia del dolore.
In isolamento, pensi; pensi a tutto, dall’alta filosofia alla tua voglia di uscire, cerchi di evitare come nei paradossi zen di arrivare ad immaginare scene felici ed allegre, perché sai che ti rovinerebbero la giornata. Ma è difficile pure questo, un po’ come l’ammazzarsi.
In carcere tutto è difficile.
Basta pensare alle richieste che nel confuso gergo dei detenuti diventano “domandine”; domandine da inoltrare al Direttore, al magistrato di sorveglianza, per ottenere un libro, un permesso di lavoro esterno o per andare al funerale della madre morta. Un termine che indica un regresso simbolico e concettuale preciso, il detenuto diventa un bambino, incapace di decidere autonomamente, privo di sfera personale, di proprietà privata, di privacy; deve essere comandato e gerarchizzato, secondo moduli procedimentali schiettamente asimmetrici. Ecco allora la domandina, nascondere poi una variegata realtà di elementi vitali; dici domandina, intendi speranza allo stadio terminale.In isolamento, puoi dire di non essere ancora entrato nell’atmosfera della Fortezza; nessun contatto visivo e fisico con gli altri internati, nessuna possibilità di proporre domandina, negato accesso alle (poche) comodità escogitate per indorare la pillola a chi si sfracassa di noia quotidianamente. In isolamento non esiste noia, perché non esiste tempo da ingannare; le ore diventano secondi ed i secondi si fanno giorni, niente luce se non una lampada irreale che rende impossibile dire se fuori, all’aria aperta, sia giorno o notte, se faccia caldo e freddo. I vestiti ti si incollano addosso, come i tuoi stessi odori. La barba si allunga. Come le ombre nel profondo della tua mente.
Intanto nel ventre cavo della Fortezza, un immaginario comitato di benvenuto ti sta segretamente valutando, per decidere cosa fare di te; il motivo per cui sei entrato vale parecchio. E poi potrebbe essere che vi sia qualcuno che conosci e che metta una buona parola per te, risultando magari più efficace dell’avvocato che fuori sta imbrattando carte nel tuo nome. Una giustizia veloce, spietata, senza tanti fronzoli formali. Altro che frenologia e scienza comportamentale, i Nostradamus coatti sanno magnificamente prevedere se uno è un infame, un debole, un idiota e se creerà problemi, o se al contrario si integrerà in quella fabbrica di deprivazione.
Quando esci dall’isolamento, hai due strade davanti a te; entrare subito in sintonia con le persone con cui condividerai lo spazio vitale oppure girare al largo alla ricerca di una improbabile solitudine che però nella maggior parte dei casi viene interpretata come scortesia o come ostilità. Varcare la soglia della cella è un po’ come il momento della verità di un esame universitario, quando scopri quale assistente ti è capitato in sorte. Un momento drammatico, e ricco di implicazioni emotive. Perché tu non sai nulla di loro, e loro invece sanno tutto di te.
I detenuti che bulleggiano e opprimono generalmente sono gli stranieri, avvinti dai loro codici tribali sovrapposti all’etica della Fortezza; al contrario gli Italiani, se li rispetti e li tratti con un certo grado non dirò di ossequio ma di umanità e di normalità, saranno ben lieti di accogliere la educanda pecorella smarrita. A meno che non siano tossici svalvolati, ovvio.
Non esiste una vera gerarchia carceraria, ma certamente esistono realtà esterne che finiscono col riprodursi anche dentro; bande, circoli, legami filiali e parentali, che tendono come una ragnatela a separarti dalla piena integrazione. Un po’ come il circolo della fiducia, loro ne sono dentro in automatico, tu per entrarci dovrai penare e attendere. Tutto sommato, la possibilità di scambiare quattro chiacchiere allevia il peso della noia; e non è assolutamente facile calibrare le dimensioni, le parole, dopo che si sono trascorsi giorni e giorni nel silenzio e nella tenebra. C’è una vertigine abissale a farti ronzare i polmoni quando per la prima volta ti rivolgi ai tuoi compagni.
Adesso hai anche diritto a vedere il cielo, durante i camminamenti circolari che qualcuno chiama “ora d’aria” e che rappresentano una lugubre parodia delle passeggiate che avvengono fuori dalle mura, in quella stessa area; sul Gianicolo varie coppiette cinguettano, si abbracciano e si baciano promettendosi fedeltà e amore eterno, qui invece si va alla deriva, camminando senza orientamento né meta, come naufraghi dell’esistenza alle prese col dolore della quotidianità.
La vita non ha altro senso se non in se stessa. Una sfida a trovare motivazioni, una lotta contro l’abbrutimento, ti chiedi perché andare avanti e non sai risponderti, vai avanti per mera fisiologia, solo perché è più arduo porre un termine che non il contrario. Spegnere la volontà affinchè la morte non abbia nulla di terribile, per dirla alla Schopenauer, è un esercizio di metodica e scientifica crudeltà, e non tutti ne sono o sarebbero capaci.
Vivi perché devi vivere. Perché così ordina l’istituzione penitenziaria. Ammazzarsi è contro il regolamento.
Non è una bella cosa, ma d’altronde sono poche le cose degne di essere definite “belle” qui dentro. Sai che dovrai toccare il fondo, e poi prendere a scavare; non per evadere metaforicamente, ma almeno per appropriarti dei tesori nascosti dell’esistenza, facendo appello ad energie che ignoravi persino di avere.
Quando uscirai non sarai un uomo migliore.
Quando uscirai, vedrai il mondo con occhi differenti, e capirai che con le dovute proporzioni siamo tutti prigionieri. Il cancello si chiuederà fragorosamente e tu prenderai un ampio respiro, come se dovessi gettarti in apnea; la vertigine tornerà, non sei più abituato allo strepitare delle scolaresche, agli strombazzamenti, al caos cittadino. Alcuni vomitano, si sentono male. E li capiscono benissimo.
Alle spalle rimane la sagoma della Fortezza. Nonostante porti il nome di una Madonna, di santità se ne vede e trova poca.
Di martirio invece, quanto ne volete.

martedì 25 marzo 2008

Il Disgusto della Decadenza


Ti disvela il senso profondo dell’abisso e lo fa con un timido morbido abbraccio di raffinata consistenza, sei fermo cristallizzato nella tua posizione e il tempo muore e tutto ruota e vortica e vedi luci rifrangersi contro gli specchi e le vetrate e mille volti protesi verso il nulla, volti che se aguzzi lo sguardo capisci essere tutti tuoi.
Come la carezza di un ragno, una ragnatela di seta che se ne finisce sparata tra le pagine decadenti di vite vissute e dimenticate, vedi scorrerti davanti agli occhi i tuoi trionfi ed i fallimenti, e l’acqua alla gola ti getta nell’ansia, concupiscente brama di emergere fatta speranza e oh si tu odi la speranza perché è solo afflizione meramente cristiana, disfacimento potenziale di una brama oltre-umana; la palude ti si chiude attorno, come salamandre caotiche e fiammeggianti porzioni di non-esistenza, i tuoi ritmi, i ritmi non tuoi ma imposti perentoriamente dalla socializzazione ti agguantano alla gola e cauterizzano le tue smanie, quel mistero post-eleusino salito sul Golgotha del mondo moderno a guardare con pop-corn e occhiali a specchio l’agonia di un Cristo inconsistente.
Gettarsi di sotto, tra i massi e il deserto; ci fai un pensierino. La follia non c’entra nulla, pur se quelle Baccanti agghindate ed in processione e poi via tra le ritmate strofe di un canto o di un pensiero platonico sussunto nel Fedro ti si parano davanti pure loro, e ti rendono un consuntivo di tante facezie arse ed erose come i massi che contempli serafico, estatico e beato. Gettarsi come liberazione, prima che il nazareno abbia esalato l’ultimo respiro e adempiuto la sua missione di parassitismoe motivo; gettarsi perché non vuoi dover rendere grazie a quella scarna figura vestita solo di un lacero panno, le sue carni straziate, il sangue, il fielo, la gloria imperiale di Roma che contempla ed assiste cerimoniosamente amministrando la morte.
Ogni suo attimo è un secolo della vita degli altri, - finchè egli faccia di sé stesso fiamma e giunga a consistere nell’ultimo presente (Carlo Michelstaedter, La Persuasione e la Rettorica)
Psichiatria. Sociologia. Decostruzione analitica della devianza, e del problema. Perché una scelta individuale di libertà è stata svilita appunto a problema; e chi ci insegna, impartendo lezioni di dubbio gusto, che una vita, una qualunque vita è preferibile al silenzio dell’oblio vuol farci dimenticare solo conta la qualità, il potere della volontà, il sacrificio individuale e giornaliero, l’ordalia di lotta totalizzante combattuta contro le sabbie mobili della nullificazione esistenziale.
Fingiamo di dimenticare che molto spesso la vita moderna, atomizzata, privata di senso o imbottita di fallaci promesse miranti all’aumento della produttività, è già di suo una piena non-esistenza, un non-vivere dipinto coi colori sgargianti del principio “la vità è bella”. Chiamati ad accettare qualunque imposizione, incatenati all’etica cristiana e a quella capitalistica, siamo ridotti a meri utenti il cui unico scopo è generare un profitto.Ci è stata negata persino la libertà di dire No, di opporre un solenne e sonoro rifiuto alle imposizioni di socializzazione coattiva; se rifiutiamo i ritmi, i divertimenti, lo stile non-stile, di questa massa caotica e inutile di zombies protesi verso il baratro della inconsistenza veniamo additati, marchiati a fuoco e allontanati dal consesso sociale, come i Proscritti che vagano per le distese del gelido Baltico mentre le onde montano ed il vento salmastro porta con sé la memoria del passato.
L’assoluto non l’ho mai conosciuto, ma lo conosco così come chi soffre d’insonnia conosce il sonno, come chi guarda l’oscurità conosce la luce (Michelstaedter, op cit)
Non esiste più un senso di sacrificio, una spiritualità barbara e costruttrice, quel moto interiore leggermente guerriero che ci spinga verso conquiste e nuove mete, a costo di farci finire nella fiamma eterna dell’Inferno come capitò in sorte all’Ulisse dantesco.
E se nei giorni dell’odio, nel crepuscolo degli Dei, ecco i democratici chiedere il conto di una scelta differenziata e superiore, proprio come i loro avi cristiani che relegarono all’inferno Ulisse ed i pagani scopritori e fondatori di civiltà, i liberatori bombardatori massacratori s’avanzano imponendo la loro legge e asserendo, tracotanti e piegati dal peso della loro menzogna, che la vita è meravigliosa, la vita è meravigliosa tra questi carnascialeschi banchetti di morte, tra sangue, violenze carnali, processi sommari, impiccagioni, fucilazioni e lu cupe grida della tortura, la vita è meravigliosa dicono ed insegnano e scrivono nei loro libri.
La vita che loro hanno imposto è schiavitù.
Una schiavitù che puzza di decomposizione.
A quel tempo, parlava di suicidarsi. Ma il delitto così vagheggiato era un atto volontario, libero; ora, una forza estranea e idiota aveva riacceso questo proposito violento e privo di qualsiasi pretesto, che forse era stato un’esplosione di vitalità, e lo spingeva a viva forza per il monotono vicolo della malattia verso una morte tardiva. Per questo, avvertendo l’umiliante cambiamento di potere, si era attardato nel suo estremo rifugio. Era rimasto immobile, temendo di fare il minimo gesto, sapendo che a quel gesto avrebbe corrisposto il suo decreto di morte (Drieu La Rochelle, Fuoco Fatuo)
Noi non abbiamo nulla a che spartire con questo mondo. Non voglio vederlo cambiato, restaurato, perché so che il germe della corruzione è così profondamente umano da avermi convinto che solo la distruzione, il peso enorme del nichilismo fatto programma esistenziale e politico, prassi di purificazione danzante come fuoco di Shiva, e tutto l’uomo rovinerebbe come ha in effetti già rovinato; nonostante i tentativi di bonifica, nonostante l’amore e le cure dell’Ultimo Sigfrido, nonostante quegli scoppi sordi e rochi dissanguati dall’immemore e ingrata umanità tra le strade di una Berlino assediata su cui già garrisce la bandiera rosso-sangue, e ancora fantasmi laceri caricano proiettili e colpi di panzerfaust testimoniano che il viaggio non è terminato, tutti ai remi sotto la Runa del Tuono e si combatte e uccide e devasta. La liberazione raggiunge. La liberazione violenta. La liberazione processa, perché si sente migliore.
Un uomo in una notte di dicembre, solo nella sua casa, sente il terrore della sua solitudine. Pensa che fuori degli uomini forse muoiono di freddo; ed esce per salvarli. Al mattino quando ritorna, solo, trova sulla sua porta una donna, morta assiderata. E si uccide (Dino Campana, I Canti Orfici)
Smarrito completamente il senso di fratellanza, una missione lontana dai canoni borghesi. Vaghiamo come i citati proscritti, abbacinati dalla visione di queste macerie, marmi un tempo candidi ed ora coperti di fuligine, e strade invase dalle macerie che si specchiano in un cielo altrettanto fumoso e grigio.
Dove è il tuo Onore?
Lo stanno mettendo in discussione. Democraticamente processando. Ma ancor prima dell’inizio del dibattimento, tu sei già colpevole, e condannato.
La tua colpa è essere migliore di loro. Infinitamente migliore.
Sono un uomo. Sono padrone della mia pelle. Lo dimostro (Drieu La Rochelle, Fuoco Fatuo)
Freddi giorni di una primavera che trascolora nell’inverno dell’anima, legioni di laceri fantasmi percorrono l’Europa; si ha il rimpianto di essere sopravvissuti, nati postumi, costretti a tenere la posizone come quei Giapponesi che continuarono a combattere nel Pacifico decenni dopo la fine effettiva delle ostilità: testimonianza ed esempio, ma sconfitta sublimata.
Invece dobbiamo accettare che la nostra battaglia si situa fuori da questo mondo invaso dal liquame.
Dandomi la morte non credevo assolutamente di contraddire l’idea dell’immortalità che ho sempre avuto in me. Anzi, ero attratto così violentemente dal suicidio proprio perché credevo nell’immortalità. Ero convinto che ciò che chiamiamo morte fosse semplicemente la soglia al di là della quale continua la vita , o almeno qualcosa che ne è l’essenza (Drieu, Diario)
Io so, e lo so perché lo vivo sulla mia carne, che il futuro è solo una distesa piatta di nulla; arabeschi di cancrena imputridita tra gli arti e le ossa macinate, vedo la pianura, la palude e le montagne troppo lontane. Maledetto popolo, maledetta massa, festante comunque, con una mano ti liberano e con l’altra ti porgono la caramella avvelenata. Resistenza è farsi forza che combatte lotta e propone una alternativa, e tu popolo maledetto, somma e sintesi al tempo stesso di fallimenti e infamia elevata all’ennesima potenza, non vedi l’ora che i bagordi possano cominciare, sul sangue degli Eroi edifichi questa meravigliosa società e poi vai a dormire stremato.Dormi, dormi i tuoi sonni tranquilli e liberi da incubi.
Chi ha rispetto di sé, sa che non si può accettare questa situazione; questa condizione di sospensione nella non-vita, questo dileggio perenne e amplificato dalla grancassa che continua a linciare la memoria, non concedendo nemmeno il giusto silenzio ai Caduti. Perché dovremmo cambiare questa società ? Perché dovremmo aiutare la gente che la vive e che la compone?
Solo disprezzo, ecco; un disprezzo feroce e assoluto, da nutrire giorno per giorno da elevare a prassi operativa. Non esistono più masse da educare, ma solo nemici da abbattere.
Non e' ragionevole soffrire sempre, a meno che il dolore non ci renda migliori [...]
Ma io sento di valere di piu' dei miei rimpianti ... Poiche' anche nel dolore c'e' piu' presunzione di quanto non si pensi e piu' volutta' di quanto non si voglia ammettere. (Albert Caraco, Post Mortem)
Perché dovremmo sostituire la nostra esistenza alla sofferenza altrui ? Cosa abbiamo fatto di così malvagio da essere chiamati poi a pagare questo enorme conto ?
La Guerra non è finita, e attorno a me vedo solo nemici.
La vita è un viaggio sperimentale fatto involontariamente (Pessoa, Il Libro dell’Inquietudine)

sabato 22 marzo 2008

Orion è online

L'ottima rivista di cultura eretica, non-conforme e nazional-rivoluzionaria approda al digitale; larvata ed ombrosa permarra' una sua fisionomia cartacea, come sorta di antologia che permetta di raccogliere gli scritti piu' significativi apparsi online. Cultura, musica, cinema, politica nazionale e internazionale, tutti gli ambiti in cui si scinde e di cui si compone l'esistenza umana nel ventre della tecnostruttura; ecco che Orion arriva a colmare l'anamnesi strutturale di cio' che depriva la vita e a fornire sensate alternative.
Figuro tra i collaboratori, quindi avrete la chance di leggere un Venanzoni per molti versi inedito (anche se inedito relativamente visto che di politica scrivo dal 1994...)

giovedì 20 marzo 2008

Il Volto impresso sul rovescio della mia Mente





Prendo a prestito le battute conclusive del dramma Psicosi delle 4:48 composto dalla brillante drammaturga inglese, purtroppo morta suicida in età giovanissima, Sarah Kane e lo faccio non tanto per indicare una mia eventuale predisposizione a commettere quel gesto che Evola, Seneca, Drieu la Rochelle, Michelstaedter e Weininger ci hanno dimostrato essere pieno rifiuto della decadenza e forma di liberazione individuale quanto per dare l’idea di uno stato d’animo differenziato e mutevole, in continua frammentaria crescita.
Capita a volte nella vita di dover trarre un bilancio, un consuntivo, e se lo si fa attraverso il medium espressivo come la scrittura esso finisce col diventare un doloroso mostrarsi, un Ecce Homo di intensa consistenza che prende a manifestarsi nel sole morente e non smette di conficcarsi nelle carni e nelle ferite, non smette fin quando non subentra un qualcosa di altro, fin quando le urla di disperato giubilo della massa sbavante non lasciano intendere che ancora una volta Barabba ha vinto.
Si preferirebbe essere frustati, legari al cippo marmoreo, esposti alla gente rabbiosa e arrabbiata, piuttosto che stare immobili, con un foglio in mano e leggere a tutti; leggere di se stessi, leggere se stessi, lasciar fluire i pensieri come un fiume di odio.
Comunicare. Ma comunicare cosa? A meno che non si stia leggendo una circolare amministrativa, fredda ed impersonale, una creazione implica una partecipazione emotiva di chi l’ha redatta.
Potrete capire che l’imbarazzo, la paura, la desolazione aumentino in modo esponenziale quando l’oggetto della scrittura riguarda uno schietto dato biografico ed esistenziale; se in ogni scritto esiste una innegabile componente umana e personale, nell’elemento biografico non c’è bisogno di metafora, di allegoria, tutto è palese e scoperto.E allora, quel bilancio si consuma come l’ultimo foglio arso dal fuoco, lo vedi stagliarsi azzurrino come un canale televisivo notturno, penombra di interno casa e solitudine tracimante mestizia, te ne vai in giro per le strade ingolfate dai neon e dai cassonetti pieni di spazzatura, macilente figure trassfigurate nei coni d’ombra, androni e puttane e sferraglianti mezzi pubblici, il cappuccio della felpa sulla testa le mani nelle tasche e tanta rabbia, cammini macinando i metri ed i chilometri ed una estensione psichicamente instabile dei torrioni franati della poesia di Trakl e poi ti fermi guardi il cielo massa nera cupa leggermente screziata di stelle un diamante diafano intermittente tra i tetti ritagliati e poi le insegne rosso cupo e blu ed il verde di una pompa di benzina, odori ed umori e strombazzamenti furtivi e un graffito e le tag, circondi il perimetro della metro dove rari tossici vanno a bucarsi e qualche fuoco di puttana si consuma come festeggiamento di Beltane posticipato, ti chiedi perché perché e lo ribadisci nel caso neuroni e sinapsi non avessero afferrato il senso di quel dramma peripatetico, inali l’odore dei cornetti del fiume sciabordante della merda della plastica le esalazioni dei gas di scarico, rivolgi uno sguardo di traverso alle figure della movida romana mentre fendi le loro tenui sintassi e i loro borborigmi maldororiani, e poi incupito ed intristito come una figura rovesciata nello specchio infranto continui a domandarti chi te lo faccia fare.
Non siamo noi a scegliere la vita che facciamo, ma le scelte che abbiamo fatto a scegliere per noi ad orientarci e a farci camminare, ha scritto una volta Sotos; ha in una certa misura ragione, tutti i materiali di cui ci si circonda, le persone, le frequentazioni, diventano un paradigma di minor accesso o maggior accesso, una riduzione o un aumento di emozioni. Coltivare la beata solitudine è molto più di un mero anelito nietzschano, Amor Fati, lascia che ti stia dentro come un bozzolo di non-rispettabilità sociale, lascia che il tempo ti scorra addosso , il destino lo hai coltivato nella pia illusione che tu potessi influenzarlo ed invece, d’un tratto, una mattina ti sei svegliato ed invece di trovare l’invasore ti sei scoperto con una parte di te che è mutata, mutata e cambiata prima impercettibilmente poi in maniera sempre più completa e radicale; è in quel momento che il consuntivo si fa pressante, eccolo esigere una lunga sfilata di dati, nomi, posti, incontri, frequentazioni, da mettere assieme come in un gioco enigmistico della disperazione.
Capita che tutto cambi di prospettiva quando una Persona entra nella tua vita, ti fermi a riprendere fiato, ti guardi circospetto alle spalle e ti dici che forse adesso un perché da sbattere in faccia a quella voce invisibile ce l’hai; di persone nella tua vita ce ne sono state tante, ma per un motivo o per l’altro le hai viste tutte trascolorare in attimi inutili, eternati nel silenzio della tristezza, divenuti rimpianti sfocati e desolati, esattamente come la vita che hai scelto di vivere. L’autocommiserazione è un esercizio facile facile, se non ci si è passati mai attraverso. Altrimenti, se uno ha un minimo di familiarità con le sue dinamiche, diventa una dolorosa via crucis.
La Persona non ti ha cambiato, ma ti ha focalizzato; se prima avanzavi nel caos notturno, adesso sai dove andare a parare. Non più meticolose esplorazioni come un geniere nella battaglia di Stalingrado, non più serpentesco strisciare in territorio nemico coi gomiti laceri per la frizione sulla neve, ma un marciare glorioso come nei fotogrammi de Il Trionfo della Volontà.
La Persona è brillante, intelligente, non chiede quello che non puoi dare, non pretende quello che non sai; la Persona si è dimostrata lungo lo scorrere del tempo persino migliore dell’idea già lusinghiera che ti eri fatto. Sai che non finge, che non gioca, che non si nasconde dietro ammassi fumosi di mode, lo sai perché le hai parlato e ti ci sei confrontato, sai chi è e lei sa chi tu sei.
Può essere una terrazza a picco sulla Maestà di Roma, dei suoi monumenti, della sua Storia, oppure l’interno di un albergo, una Mostra o una passeggiata tra fontane e gruppi di turisti giapponesi; può essere una chiacchierata liberatoria, un confronto, una sinergia potente e languida, un incontro, una scelta, una possibilità.
Può essere una idea empatica, una confessione, un lampo di genio, una costruzione metaforica. Può essere tutto, davvero.Il niente questa volta sta fuori dalla porta, mi contempla come una riga di espressione heideggeriana, Sein e Zeit attendono fiduciosi di potersi beare tra le foreste di una Wildnis rigogliosa, improntata a quella forza frenante che ora mi appartiene; si, forza frenante, beata solitudo, c’è ancora, ma la cella è aumentata di volumetria, e lo senti lo stormire del vento tra i rami, tra le frasche, tra le piante come il dolce morire pagano di daubleriana memoria. Non importa che tu possa solo sentirlo, che non ti sia dato assaporarlo quel vento che recita parole di libertà, se ne va all’orizzonte carico di presagi e la Terra caduta, infiammata, arsa ed erosa ti attende e ti si apre davanti come un oceano di fuoco e di devastazione; adesso che hai la Persona con te, ti torna alla mente la frase di Schmitt, quella frase drammatica e cupa, “chi è mio nemico? Chiunque possa mettermi in questione” e allora capisci che per anni e anni sei stato il peggior nemico di te stesso. In fondo non è una grande scoperta; Nietzsche lo sapeva, gli ultimi viscidi uomini che promettono fallace felicità alo Zarathustra che discende nel suo Meriggio, l’indurimento e l’accanimento dell’uomo guerriero su stesso in tempo di pace come prova simbolica di ardimento, la pace terribile, la pace palude, la pace inutile.
La Persona ti riconduce alla dimensione sub specie aeternitatis.
Rex in regno suo est imperator, diceva un giurista medievale; senza Dio, senza rimpianti, senza rimorsi, ecco il tuo regno finalmente manifestato, come una Gerulasemme interiore ma senza la croce dell’afflizione.
Tu e la Persona, adesso.

giovedì 6 marzo 2008

Bukkake - La Via dello Sperma


Blue 188 è in edicola ed è molto più pulp del solito. Ecco il sommario:

articoli
LA MASCHERA DEL SADISMO SS-Sunda racconta Killing, il piu nero degli antieroi di Andrea Leggeri
IL LUNGO RITORNO AL SESSO intervista a Tiziana Rinaldi Castro di Antonio Veneziani
LULA novel di Tiziana Rinaldi Castro
CERVELLO A COLAZIONEintervista A Tying Tiffanydi Italo Rizzo
SESSO CATTIVO portfolio di Gianmaria Liania cura di Laura Scarpa
LA VIA DELLO SPERMA storia e mito del bukkake di Andrea Venanzoni
SEGRETO E POPOLARE gay, lesbiche e transex nel pulp americano di Valeriano Elfodiluce

fumetti BEBA: LADY BROWN (3° ep.) di Roberto Baldazzin
iTOSCA: LA LEVA DI ZIO LANDO di Giuseppe Palumbo
SHITFUN di Miguel Àngel Martìn
HUGH HEFNER’S DEAD MEATdi Massimo Giacon
AGATHA MOON: CAGED di Fabrizio Pasini
CICCA DUM-DUM: ZIA E NIPOTE (19° ep.) di Carlos Trillo e Jordi Bernet
VACANZEdi Juan Álvarez e Jorge G.rubriche

POSTA dialogo con i lettori
CUORI DI CARNE di Laura Scarpa
BLUE AVANCESa cura di Alessio Trabacchini
FUORI LUOGO di Massimo Galletti
PORNOLOGIA di Michele Capozzi
EROTIC VINTAGEdi Luciano Spadanuda
BLUE FLESH di Andrea Leggeri
INSANO TESTO a cura di Diego Coniglio
HAPPY FEET di Misia
IL NUOVO KAMASUTRA de l’Oscenografo