martedì 14 aprile 2009

Natel King II



Un video di sette secondi, a pagamento; nulla di particolarmente eclatante, si vede la riva paludosa di un fiume, un sacco di plastica nera e un volto bianchiccio, gonfio d’acqua, capelli biondi, attorno soccorritori, il furgoncino del coroner, lampeggianti, poliziotti, nastri gialli per delimitare la scena del crimine. Tutto qui, roba che potete beccarvi ogni giorno in telefilm e documentari e telegiornali; a voi giudicare se il prezzo, una decina di dollari, valga queste scarne e tremolanti riprese. Personalmente, no; credo il rapporto prezzo/qualità sia eccessivamente sbilanciato a favore del primo, è un’operazione che puzza di lucro, mentre l’unica puzza che dovrebbe percepirsi è quella della carne decomposta.
La povera Natel King ripescata per pura casualità. La pretenziosità dei nomignoli porno ce la fa conoscere come Taylor Summers, un nome ridicolo, francamente banale e del cazzo. Ma non chiamatela pornostar altrimenti i suoi “amici” o amichetti potrebbero offendersi, scrivere male su qualche sito a pagamento e magari farvi causa per chiedere danni morali, esistenziali e biologici, denaro scucito rigorosamente in memoria della dolce Natel.
Che atroce fine, quale epilogo allucinante per una vita così morigerata, casta, decorosa e onesta.I suoi amici sono lesti nell’aprire siti web di commemorazione, in loving memory of, le dichiarazioni piangenti e lacrimevoli di compagni di stanza all’università, il fidanzato brufoloso delle superiori, la cameriera della bisteccheria con cui una volta aveva addirittura incrociato lo sguardo, il professore di musica, i genitori, moralisti del porno e moralisti nel porno, quelli che si offendono a sentire il nome di Natel associato alla gretta e lercia industria della luce rossa, lei d’altronde era un’artista una vera una con delle brillanti idee in testa non una delle tante stupide bionde della provincia americana o canadese finite a farsi scopare in video; Natel, oh Natel, sembra di sentirle le loro accorate e straziate suppliche, i ricordi di una infanzia felice, le ore spensierate a fumare marijuana, le prime cotte, gli approcci sessuali, e Natel sempre in prima fila, la migliore a casa a scuola nella vita.
Su di un sito web si possono anche rinvenire le coordinate della lapide della dolce Natel, c’è una fotografia che ritrae la ragazza sorridente, viso acqua e sapone, capelli raccolti a coda di cavallo, la data di nascita e quella di morte poco sotto– 1981/2004.
Altro video, reperibile su youtube; elaborato reportage televisivo, lo sguardo corrucciato e la postura azzimata di un presentatore che finge empatia, alternanza di flash bluastri l’occhio mobile di una videocamera interni di loft industriali per Andy Warhol del porno violento, inquadrature cicliche di glutei latex tacchi a spillo poi stacco sottolineato da una musichina inconsistente e interno dell’ufficio della pubblica accusa altro stacco giustapposizione con interviste di parenti straziati e amici piangenti, salvo uno che mantiene un contegno distaccato lucido da analista true crime in cui la serietà è direttamente proporzionale alla quantità di dollari ricevuti, si torna nell’ufficio del pubblico ministero il quale tronfio e sorridente regge una gigantografia della bionda Natel nuda e con ballgag ad ostruirle la bocca, ci spiega i dettagli dell’omicidio; la scena nel complesso è meravigliosamente tragica, vedi gli occhi da cerbiatta di Natel, capisci dallo sguardo languido ma disperato la sua tensione emotiva, capisci che la ragazza stava nettamente percependo che qualcosa non andasse e che quelle foto scattate in rapida caotica sequenza avrebbero potuto rappresentare il suo delirante canto del cigno.
D’altronde in una corrispondenza precedentemente intercorsa con uno dei suoi tanti amici-papponi, la starlette aveva specificato che il fotografo con cui avrebbe dovuto a breve incontrarsi non le ispirava particolare fiducia; e per quanto non sia dato sapere se trattasi di paranoia cospirazionista adeguatamente fomentata dall’amico di penna desideroso di essere intervistato o di pura verità, c’è da dire che nella migliore iconografia del porno nessun addetto ai lavori ha mai sentito parlare del fotografo-assassino. Quel magico processo di rimozione collettiva che porta ad espungere dal consesso costituito, il peccatore, la pecorella smarrita; il moralismo del porno è un dato di fatto che non cessa mai di stupire, e di eccitare.
E così, il bruto, il sadico violentatore, il voyeur omicida creatore di snuff, che sembra uscito da Peeping Tom o da altri cento film tutti uguali, è una presenza eterea, vagamente fantasmatica, che aleggia come l’uomo nero sulla placida e rispettabile industria porno, mentre attorno scorrono le illusioni ed i sogni infranti di centinaia di ragazze di provincia convinte che l’esordio nel porno sia la strada più breve verso il successo cinematografico.
Natel legata in modalità bondage, ballgag, collare borchiato da cane al collo, distesa su un tavolo autoptico, nel gelo della sala industriale dove il fotografo e la sua assistente hanno dato il via alla sessione fotografica; come da contratto, 900 dollari per un centinaio di foto di matrice SM. Nulla di violento, né di particolarmente eclatante. Viene da chiedersi che cosa abbia spinto il fotografo ad accoltellare Natel, a sventrarla con la lama, in un duello estenuante da film di Dario Argento; forse la frustrazione per lambire, e solo lambire, con i suoi scatti una isola di piacere, dominio e manipolazione, il sentimento interiore di poter disporre di una esistenza e veder sfuggire quell’enorme potenziale. La domanda abissale; che cosa si prova a spegnere una vita ?
Che cosa si prova a poter giocare come il gatto col topo, concedendo alla vittima l’illusione di una qualche speranza ?
Sempre più spesso pornografi e loro nemici ragionano sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda, condividendo il background di valori, ed è per questo che nel corso degli anni la pornografia si è dovuta concedere tutta una serie di avvilenti giustificazioni pseudomorali, mettendo all’angolo i video più sordidi e patologici, invocando in un insano esercizio di autolesionismo la repressione contro i suoi stessi figli. E per quanto spesso gli stessi pornografi radicali producano video che sembrano un inno alla repressione, costeggiando amabilmente i confini della legge, è la pornografia commerciale, quella istituzionale e naive, fatta di fiere, autocelebrativi oscar e premi, interviste pretenziose ed educative, socialmente consapevoli, ad uccidere il significato del piacere.
A qualcuno sarebbe mai interessata la vita di Natel King ? Posso sentirla quasi la sua stridula voce del cazzo, le sue risposte stupide e grottesche a domande altrettanto stupide poste da qualche panciuto nerd convinto che intervistare pornostar sia un modo per riscattarsi da una vita di solitudine forzata; gusti musicali dozzinali, pop commerciale da MTV, letture in paperback da classifica dei dieci libri più venduti, interessi imposti dalle leggi di mercato, “mi piace ciò che piace ai mie fan”.
No cristo, a nessuno sarebbe mai fregato un cazzo della sua insulsa e grigia vita; una bionda come ce ne sono tante, una bionda autostoppista lungo una qualunque route sporca di fango e neon – il porno alternativo, favolette per emerite teste di cazzo; tatuaggi, fica rasata e una cresta, qualche vaga idea gotica, ma senza aver mai visto film di Jean Rollin, un carnevale di concupiscenza yankee.
Sarebbe potuta diventare una Mandy Morbid di serie B, lontana da qualunque ipotesi di ascesi all’olimpo della San Fernando Valley – il fetish come volgarizzazione degli impulsi primari, fetish come vinile, latex, pvc, qualche corda di canapa, legamenti e incaprettamenti, ma nessun cadavere ripescato tra canne lacustri, nello sciabordio sinistro che apre un Henry Pioggia di Sangue o che rimanda al regno di sadica lussuria di un Green River Killer.
Avrà voluto amore – implorato misericordia.
Avrà cercato riscatto – la tetra consistenza della provincia.
C’è necessità di più realtà nel porno, reazioni vere, non plastificate, perché il silicone dei sensi uccide l’erezione e la psiche; cacciarle in bocca un ferro e costringerla a vomitarsi addosso, percuoterla, picchiarla, striarle la pelle di sangue e lividi, intervistarla mentre il vomito le si rapprende sulle tette ed in faccia, grumi verdastri di bile e di avanzi del pranzo, venirle sugli occhi, impiastricciarle gli angoli della bocca e il volto, quel candido visino immacolato cinto da angelici capelli biondi, di bava sperma e vomito, emotivamente devastata instabile piangente supplice e miseranda, in ginocchio, le mani legate dietro la schiena, collare da cagna indosso, picchiarla brutalizzarla calci sul ventre, farle sputare sangue farle invocare la madre l’aiuto del padre e forse pure di dio per accontentare il palato religioso dei clienti più provinciali – intervistarla obbligandola a frugarsi nel profondo dell’anima, a tracciare a beneficio di telecamera un ideale consuntivo esistenziale, affinchè lo spettatore possa masturbarsi con soddisfazione sapendo che i suoi dollari hanno acquistato molto di più di una stupida, stereotipata sequenza di stronzate.
Dare per una volta soddisfazione a moralisti, giornalisti, integralisti cristiani e mostrare loro l’abisso dello snuff, far delicatamente schiudere i petali purpurei dell’omicidio pornografico – tagli, lacerazioni, affondi di lama, carne devastata, frustate, brani di pelle sollevati, comporre una colonna sonora di urla campionate e innestate in un tessuto sonoro di feedback analogici ed effetti larsen; per mostrare che la power electronics imita la vita e non è composta solo di tristi imitatori di Peter Sotos.
Il video dovrebbe poi essere mostrato alla famiglia e agli amici di Natel, per ottenere una reazione d’impatto, assolutamente genuina –e sincera. Sarebbe il pezzo forte dei vari programmi serali, dei TG, dei benefits e delle raccolte fondi, sarebbe l’epitaffio digitale più intenso che mente umana possa concepire.
Le loro lacrime, per l’audience e lo sperma di centinaia di video-voyeur.

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